Braccio di ferro sul biologico

Mentre il disegno di legge sul bio è pronto per la definitiva approvazione al Senato, esperti, tecnici e produttori si schierano su tre fronti, tra favorevoli e contrari. Ma i cittadini Ue si sono già espressi. Anteprima Terra e VIta 6/2019

Il Parlamento ha promosso un disegno di legge sull’agricoltura biologica che è attualmente in discussione al Senato della Repubblica, dopo che la Camera dei Deputati si è già pronunciata sulla sua approvazione.

Il disegno di legge tende a preferire l’agricoltura biologica su altri metodi di agricoltura,  un messaggio che ha spaccato il mondo agricolo e il mondo della ricerca. Dopo tanti anni, l’agricoltura trova così un tema di grande dibattito o meglio di grande scontro. Bisogna tornare al dibattito su OGM per trovare una tale vivacità di interesse e scontro di posizioni, in parte scientifiche, in parte ideologiche. Su questo tema, le posizioni più divergenti riguardano il mondo della ricerca, prima che il mondo agricolo.

Gli schieramenti sono molteplici, dagli studiosi “tradizionalisti e produttivisti” ai “pro-bio”, con molte posizioni intermedie.

Gli schieramenti

Un primo schieramento riguarda un gruppo in chiave anti-bio, focalizzato attorno al blog Agrarian Sciences, che ha elaborato un documento, inviato alla Camera dei Deputati, firmato da importanti ricercatori. Si tratta di un gruppo che promuove una posizione “tradizionalista e produttivistica” dell’agricoltura, in stretta connessione con le posizioni della senatrice a vita Elena Cattaneo, che è impegnata in una forte campagna mediatica anti-bio.

Il secondo schieramento, qui definito più soft, è rappresentato dalle associazioni scientifiche agrarie italiane (Aissa, Fisv, Anbi) che hanno redatto un documento di riflessione che tende a valorizzare tutti i metodi dell’agricoltura italiana, in cui predomina una posizione moderatamente produttivistica.

Il terzo schieramento, appena formato, è quello degli scienziati pro-bio, autodefinitosi “Gruppo di docenti per la Libertà della Scienza” (clicca qui per accedere e aderire al documento sul sito di Federbio oppure qui per accedere al sito di Firab), che sottolineano la validità dell’agricoltura biologica.

Il fronte “produttivistico”

Lo schieramento produttivistico esalta il ruolo del settore agricolo-alimentare che sarà nei prossimi anni chiamato ad «affrontare l’enorme sfida di garantire sicurezza alimentare ad un'umanità che nel 2050 raggiungerà i 10 miliardi di abitanti, che per oltre il 60% saranno inurbati, e in un contesto che vede la risorsa suolo sempre più limitata. Per vincere tale sfida non è sufficiente fare appello ai valori della tradizione ma occorre viceversa mirare all'integrazione di tutte le tecnologie di precisione oggi disponibili per migliorare la sostenibilità e sicurezza delle produzioni agricole (genomica, nuove biotecnologie, proteomica, metabolomica, tecniche di difesa integrata, RNAi, informatica, robotica, micro-fertirrigazione, ecc.). Con riferimento a ciò, le tecnologie per molti versi obsolete proposte in biologico si pongono più che altro come uno sprone verso gli obiettivi di sostenibilità ambientale e socio-economica propri dell’agricoltura nel suo complesso».

In altre parole, l’agricoltura biologica sarebbe uno “sprone” (uno stimolo), ma non una realtà produttiva praticabile per il futuro.

La linea “soft”

Lo schieramento che chiamiamo “soft”, su proposta di Aissa (l’associazione scientifica che riunisce 22 società scientifiche agrarie), afferma che «la crescita delle produzioni biologiche ha effetti positivi per il loro valore nel bilancio nazionale e il loro consumo, in genere di qualità, critico e consapevole, a fronte di una certa stagnazione o calo nei consumi delle altre derrate agricole. Il biologico è una realtà, non solo in Italia.

Per accompagnarne la crescita in modo positivo sarebbe tuttavia necessario introdurre anche qui forme di innovazione, utili peraltro anche in altre tipologie di produzioni agricole. Occorre infatti ridurre i fattori che limitano le rese produttive ed il reddito delle aziende agricole ed occorre farlo secondo pratiche sostenibili. Le limitazioni nei mezzi di produzione (fitofarmaci, fertilizzanti, etc.) impiegabili nel “biologico” rendono più rischioso il successo economico della produzione stessa, se comparata ad altri sistemi».

In altre parole si afferma il valore dell’agricoltura biologica, ma solo in connessione ai criteri tradizionali dell’innovazione: «il settore biologico dovrebbe aprirsi maggiormente alle innovazioni e, nel contempo, servono più ricerca e sperimentazione, mirate e interdisciplinari»; «la ricerca scientifica deve proporre e convalidare le innovazioni per la sostenibilità».

La coalizione del bio

Nello schieramento “pro-bio” si schiera un gruppo di ricercatori che, con studi e report alla mano, ha voluto dimostrare la bontà dei campi liberi dalla chimica. Un lavoro che quindi, non condividendo le critiche espresse in diverse occasioni dai detrattori dell’agricoltura biologica (senatrice Cattaneo in testa), riprende e affronta alcuni temi controversi per un approfondimento scientifico.

Si parte quindi da una critica preordinata alla chimica.

«Con questo nostro contributo – dicono in premessa – intendiamo ribadire la validità dell’agricoltura biologica, senza togliere nulla agli altri modelli di agricoltura e alla legittimità della loro esistenza, riconoscendo gli sforzi di tutte le agricolture nella ricerca di sistemi di gestione e pratiche più sostenibili».

Punti di vista corretti ma parziali

Le posizioni e gli schieramenti sono tutti legittimi, perché partono da giusti elementi di contesto, ma spesso parziali e settari, o forse volutamente parziali, poiché trascurano alcuni elementi della realtà.

La realtà economica agraria mondiale, europea e nazionale è articolata e complessa; l’esaltazione di alcuni fattori di contesto, a scapito di altri, conduce a visioni miopi ed ideologiche (a volte economicamente interessate e conniventi) da parte di tutti gli schieramenti.

Alcuni esempi della “trascuratezza” di molti elementi di contesto derivano dalle considerazioni sul rapporto tra cittadini e agricoltura biologica e tra consumatori e agricoltura biologica (di seguito).

Cittadini e agricoltura biologica

La disputa e alcuni schieramenti non tengono infatti conto che i cittadini europei si sono espressi sul futuro dell’agricoltura e della Pac, tirando in causa il biologico, come una prospettiva di grande interesse per l’obiettivo del perseguimento di un cibo sano e della sostenibilità ambientale. Per questa ragione, la politica europea degli ultimi anni ha promosso un’agricoltura più verde e ha incentivato l’agricoltura biologica in misura maggiore di altri metodi di agricoltura.

Lo schieramento “tradizionalista e produttivista” afferma che l’interesse del cittadino europeo a favore del biologico è frutto dell’ignoranza sulle conoscenze sugli effetti dell’agricoltura biologica. Secondo tale schieramento:

  • «i prodotti biologici non sono affatto più sani dei prodotti dell’agricoltura convenzionale o integrata»; su questo punto ci sono molti studi che danno ragione a tale affermazione, specialmente sulla potenziale presenza di micotossine nei prodotti biologici;
  • «la sostenibilità ambientale dell’agricoltura biologica non è sempre dimostrata, specialmente se si tiene conto della minore produttività del biologico»; gli studi su questo punto sono più controversi e non forniscono una risposta univoca.

Gli studi sulla validità dell’agricoltura biologica sono incerti, perché – in realtà – l’agricoltura biologica offre contemporaneamente vantaggi e svantaggi: solo l’imprenditore agricolo (e l’ambiente) può spingere l’ago della bilancia da una parte o dall’altra.

Ciononostante, un dato è certo: i cittadini europei sono orientati a favore del cibo sano e della sostenibilità ambientale e, per questa ragione, sono favorevolmente propensi verso l’agricoltura biologica: magari non tutti possono comprare i prodotti biologici, ma i “desiderata” sono a favore dell’agricoltura biologica.

Una dimostrazione in tale direzione sono gli esisti della consultazione pubblica sul futuro dell’agricoltura e della Pac, un grande sondaggio condotto dalla Commissione europea tra i 2 febbraio 2017 e il 2 maggio 2017, che ha portato a raccogliere 322 mila contributi da tutta l‘Unione europea.

Ai cittadini è stato chiesto “Qual è il contributo più importante che gli agricoltori forniscono alla società?

Per i cittadini europei la prima opzione selezionata è "Protezione dell'ambiente e paesaggi" seguita da "Fornitura di prodotti sani, sicuri e diversificati".

Emerge con chiarezza che “ambiente” e “cibo sano” sono i due ruoli fondamentali dell’agricoltura.

Lo schieramento “tradizionalista e produttivista” censura le aspettative dei cittadini, relegandole nella risposta dell’agricoltura “razionale” o “integrata”, o anche tacciandole di ignoranza, senza mostrare interesse per il paesaggio e la fornitura di prodotti percepiti “più sani” dai cittadini.

D’altra parte, lo schieramento “pro-bio” trascura gli effetti indesiderati dell’agricoltura biologica, come il problema del rame e delle micotossine.

Consumatori e agricoltura biologica

La domanda di prodotti biologici è in forte crescita. Negli ultimi anni, congiuntamente al fiorente sviluppo delle produzioni biologiche, si è registrato un parallelo sviluppo del consumo dei prodotti alimentari derivati da queste pratiche.

La crescente consapevolezza alimentare che i consumatori stanno sviluppando comporta una riorganizzazione dei modelli di consumo. La tendenza del biologico e quella del consumo consapevole sono in evoluzione, passati ormai da fenomeni di nicchia a fenomeni ampi ed in continua espansione.

Negli ultimi dati consolidati relativi al 2017 mostrano che i consumi del biologico in Italia continuano a crescere. I dati consuntivi del comparto evidenziano un incremento prossimo al 10% (+9,6%) rispetto all’anno precedente.

Le stime che, oltre alla distribuzione moderna e ai discount, tengono in considerazione i negozi tradizionali, il porta a porta e l’e-commerce attribuiscono al consumo interno del prodotto biologico un valore che è arrivato a circa 2,5 Mld di euro (fonte: Sinab).

 

Anche i dati Ismea-Nielsen per il primo semestre 2018 (fig 1) sono positivi: un incremento generale del +11,5% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, che denota come l’interesse da parte dei consumatori per i prodotti certificati biologici sia ancora in crescita.

L’incidenza del biologico sul totale dell’agroalimentare è pari al 3% e in aumento di 0,2 punti rispetto allo stesso periodo dello scorso anno. È vero che i volumi complessivi di prodotto biologico commercializzato non ha raggiunto quantitativi importanti, ma il bio è un comparto in cui i consumi crescono, mentre i consumi agroalimentari totali sono in stagnazione da 10 anno (fig 1).

L’analisi per comparti evidenzia come la maggior parte delle filiere biologiche sia cresciuta, pur seguendo dinamiche disomogenee e specifiche per ogni comparto. In altre parole, la crescita dei consumi di prodotto biologico non è una moda, ma una tendenza di lungo periodo che investe tutti i comparti dell’agricoltura.

Lo schieramento “tradizionalista e produttivista” snobba queste tendenze dei consumi alimentari, mostrando interesse solo per il bilancio di autoapprovvigionamento alimentare globale (in una visione di alimentazione calorico-centrica), senza differenziazione dei consumi, che invece sono oggi l’unica arma competitiva dell’agricoltura italiana di fronte ad uno scenario – per lo meno degli ultimi tre anni – di eccesso di offerta e di prezzi bassi.

D’altra parte, lo schieramento “pro-bio” trascura e censura gli effetti dell’agricoltura biologica in termini di produttività, che – seppure superabili con il progresso scientifico – sono comunque rilevanti in uno scenario di aumento della popolazione mondiale.

È vero – come sostiene lo schieramento “tradizionalista e produttivista” – che il bio non è forse l’unica scelta tecnica sostenibile per la produzione di alimenti di qualità, ma è l’unica riconoscibile (normativa ad hoc), mentre la produzione integrata è diventata ormai uno standard, scarsamente ricercabile e identificabile.


La distintività del made in Italy

Gli interessi e le prospettive dell’agricoltura italiana non sono gli stessi dell’agricoltura americana o argentina o ucraina. Le condizioni strutturali dell’agricoltura italiana sono così diverse che una competizione basata su questi modelli stranieri porterebbe l’Italia in una condizione di scarsa capacità competitiva.

Nelle economie sviluppate, oggi, gli alimenti sono in eccesso, quindi i prezzi sono bassi. Cosa deve fare l’agricoltura italiana di fronte a questa situazione? Inseguire il modello USA, verso una maggiore competitività basata sui prezzi?

L’unica strada: l’agroalimentare italiano deve orientarsi alla distintività, alla qualità e alle filiere tracciate e organizzate. In questa direzione, l’agricoltura biologica può dare il suo contributo.

Il mercato ci dà ragione. Infatti, se è vero che nelle economie sviluppate, oggi, gli alimenti sono in eccesso, contestualmente la nuova economia attribuisce ai prodotti alimentari sempre meno un valore d’uso e sempre più un valore emozionale. In questo senso, il Made in Italy, anche biologico, ha una grande forza e consente il passaggio dei nostri prodotti agricoli e alimentari da commodity a speciality.

L’agricoltura biologica è un plus fondamentale, specialmente nei territori montani e svantaggiati; pensiamo alle colline e montagne alpine e dell’appennino, alle superfici agricole marginali della Sardegna e della Sicilia. L’agricoltura biologica offre una diversificazione fondamentale in questi territori, per questo è in forte crescita in Italia (fig 2).

L’Italia è leader mondiale per numero di prodotti certificati e l’italianità e il biologico sono fattori sempre più determinanti nella scelta di alcune categorie di prodotto. Lasciamo agli americani e agli argentini l'onere di produrre per sfamare il mondo: l’Italia è destinata a produrre prodotti certificati per l’origine e il metodo di produzione.


Spaccatura sbagliata e superabile

Il ddl sul biologico ha spaccato l’agricoltura italiana e soprattutto la ricerca italiana. Questa spaccatura è sbagliata e può risultare dannosa. Può risultare controproducente, soprattutto, puntare sulla creazione di una lobby della ricerca agronomica schierata su posizioni chiuse alle aspettative della società, rivendicando un sentiero di ricerca preferenziale.

D’altra parte è anche sbagliata la pretesa di un primato del bio declamato per decreto. È possibile una posizione di ricucitura seguendo lo slogan opposto: l’agricoltura non è una sola.

L’agricoltura biologica, l’agricoltura integrata, l’agricoltura conservativa, l’agricoltura biotecnologica, l’agricoltura di precisione, l’agricoltura digitale o più agricolture combinate insieme come l’agricoltura biologica e l’agricoltura di precisione: tutte hanno una funzione. Ma tutte devono guardare alle aspettative dei cittadini e dei consumatori.

Nel nostro sistema economico, che non é quello della ex-Urss, la scelta spetta al consumatore e al cittadino, non all'accademico. Proprio nel momento in cui il mercato mondiale riconosce ai nostri prodotti agroalimentari il plus della diversità è un errore dire che l'agricoltura è una, che non c'è differenza tra quello che viene prodotto nella steppa, nella pampa, sulle colline del Chianti o nella valle del Sele.

Visto il favore accordato al bio dal mercato (consumatori) e dalla politica (cittadini), la ricerca può chiamarsi fuori appellandosi alla libertà di ricerca?

Il consumatore, con i suoi soldi, è libero di acquistare ciò che vuole. L'agricoltore è libero di coltivare con le tecniche che preferisce. Questo si inserisce nel normale contesto del libero mercato.

Le risorse pubbliche invece devono essere destinate ad un obiettivo preciso: remunerare beni pubblici. L’agricoltura biologica non è virtuosa per diritto precostituito. L’agricoltura biologica, come gli altri metodi di agricoltura, deve dimostrare di essere in grado di fornire effettivamente beni pubblici (se si vogliono risorse pubbliche). Su questo, la ricerca deve concentrare le sue attenzioni e dare un contributo scientifico alle scelte della politica.

Anteprima del primo piano di Terra e Vita 6

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