Da 120 a mille ettari in 8 anni. Boom del biologico in Trentino

Andrea Segrè, presidente dell Fondazione E.Mach di San Michele all'Adige
Andrea Segrè, Fondazione Mach: «La convivenza tra ecosistemi è la base del nostro futuro, soprattutto in un ambiente difficile come quello montano». Consulenza tecnica, sperimentazione, formazione e tracciabilità: il sostegno di San Michele all'Adige agli imprenditori bio

Il settore biologico in Trentino sta assumendo una forte accelerazione a seguito della forte richiesta di prodotti biologici. Un ruolo centrale è svolto dalla Fondazione Edmund Mach (FEM) di San Michele all'Adige. Con il presidente prof. Andrea Segrè facciamo il punto sul settore.

Presidente, qual è oggi il quadro del biologico in Trentino?

«Il biologico è senz’altro un metodo di produzione di grande interesse. Nella viticoltura trentina negli ultimi dieci anni si è passati da 118 a 1000 ettari con un incremento di oltre 8 volte, raggiungendo il 10% dell’intera superficie vitata. Anche per la frutticoltura i dati parlano chiaro: oltre 500 ettari di meleto certificati, con un altro centinaio tra kiwi, susine, ciliegio, noci, castagno e olivo. Che ci sia grande interesse verso questo settore, è poi dimostrato dalla numerosa partecipazione alla nostra giornata tecnica organizzata con il Centro di sperimentazione Laimburg il 9 agosto ».

viticoltura BIO, visita prove sperimentali vigneto Weizacher

Quale il ruolo della FEM che negli ultimi anni ha raddoppiato il personale dell’Unità Agricoltura biologica?

«Il biologico rientra a pieno titolo nell'agricoltura sostenibile, un termine-ombrello, accogliente ma dai confini definiti, sotto il quale c’è spazio scientifico per tutti gli approcci che promuovono un uso responsabile ed efficiente delle risorse naturali e dei mezzi di produzione. Il rafforzamento del comparto bio trentino è stato reso possibile dall’intraprendenza e dalla sensibilità di molte aziende leader del settore che sono state supportate in queste scelte dalle nostre attività di consulenza tecnica e sperimentazione. Proprio per garantire questo cruciale servizio, abbiamo voluto investire sul personale, inserito nel dipartimento Ambiente e Agricoltura di montagna, puntando sulla formazione con corsi specifici, oltre che per la scuola superiore e il corso di laurea, anche per la delicata fase di transizione dal convenzionale al bio delle aziende. Il tutto in sinergia con le attività della ricerca, focalizzate sull’analisi delle caratteristiche sensoriali e di tracciabilità degli alimenti biologici».

Lei si è impegnato anche nel creare una partnership con Federbio con la quale un anno fa ha siglato un accordo, come procedono le cose?

«La collaborazione con Federbio si sta dimostrando fruttuosa. Lavoriamo insieme per favorire lo sviluppo di progetti nell’ambito della ricerca e dell’innovazione tecnologica, della sperimentazione, della formazione e della promozione in materia di agricoltura biologica, biodinamica e multifunzionale, basati su una gestione sostenibile del territorio, delle risorse naturali e della biodiversità».

Quali prospettive vede per l’agricoltura biologica di fronte ad un costante aumento della domanda di prodotti bio da parte dei consumatori?

«Il Rapporto ISMEA certifica che nove famiglie italiane su 10 hanno acquistato durante l’anno prodotti biologici. Una tendenza che, a mio modo di vedere, è stata ben interpretata dalle aziende trentine. In generale credo che il faro da seguire per l’agricoltura trentina, al di là degli specifici metodi di coltivazione, sia quello dell’approccio “One Health”, termine che indica la salute unica e interconnesse di uomo, animali e ambiente. La convivenza tra ecosistemi è alla base del nostro futuro».

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