Anomalie climatiche, un impatto da gestire

Fino ad ora si è preferito affrontare il problema siccità gestendo la crisi piuttosto che pianificando la prevenzione e organizzando la mitigazione dell’impatto.

Sempre più spesso ci troviamo a fare i conti con gli effetti di anomalie climatiche che stanno perdendo il carattere di sporadicità e che quest’anno hanno lasciato il segno ovunque in giro per il mondo.

Anche l’agricoltura del nostro Paese ne ha risentito pesantemente, con danni stimati in circa 2 miliardi di euro, gran parte dei quali dovuti alla siccità. Il problema non può essere generalizzato perché ogni caso fa storia a sé, ma se ne può utilmente parlare anche senza avventurarsi nel terreno proprio dei climatologi.

A differenza di altri eventi naturali, l’insorgenza della siccità è difficile da prevedere. Quando poi assume forme estreme, l’entità dell’impatto dipende dalla vulnerabilità degli ecosistemi colpiti e può arrivare ad assumere i caratteri della catastrofe.

Nell’immediato il nostro Paese non sembra correre questo rischio, ma sarebbe utile cominciare a intraprendere misure specifiche, già a livello politico, adatte a gestire il rischio e non solo la crisi perché se è vero che la siccità non fa distinzioni in base alla ricchezza, è anche vero che le risorse disponibili possono avere un ruolo importante a seconda delle strategie che si adottano.

L’atteggiamento verso il problema della siccità è stato reattivo in molte parti del mondo, preferendo gestire la crisi piuttosto che pianificare la prevenzione e organizzare la mitigazione dell’impatto. Questo approccio si è rivelato inefficace nella maggior parte dei casi, principalmente perché non riduce i rischi connessi all’insorgenza dell’evento.

Nell’agricoltura dei Paesi più sviluppati si è cercato di favorire la riduzione della domanda in diversi modi, dal suggerimento di strategie colturali a incentivi economici verso l’impiantistica evoluta, fino ad arrivare ai moderni servizi di supporto all’irrigazione che permettono riduzioni consistenti degli sprechi attraverso la formulazione del corretto consiglio irriguo. Esistono margini di miglioramento in questo ambito, a cominciare dal progresso nel calcolo dei fabbisogni idrici delle colture, finora in gran parte basato su metodologie che prevedono l’uso di coefficienti colturali e che tendono a sovrastime dei consumi effettivi, amplificate dalle inevitabili inefficienze degli impianti e dalle cattive gestioni.

L’alterazione climatica si manifesta anche con eventi meteorici intensi, spesso inutilizzabili e pericolosi.

Lo stoccaggio totale o parziale di questi apporti avrebbe molteplici funzioni positive, tra cui la difesa dal rischio di alluvioni e la mitigazione degli impatti della siccità attraverso la disponibilità di risorsa nei momenti in cui è necessaria. Nel percorso verso gli obiettivi di sviluppo sostenibile, è diffusa l’idea che l’incremento della capacità di invaso sia una delle strade da seguire. In Italia esistono molti serbatoi, grandi e piccoli, gran parte dei quali versano in cattive condizioni di manutenzione.

Il loro utilizzo per scopi irrigui ha perso di interesse anche a causa delle norme che non ne agevolavano la manutenzione, ma alcune Regioni hanno cominciato a muoversi verso il recupero delle potenzialità di stoccaggio, iniziando dal censimento delle strutture esistenti per poi intervenire con agevolazioni delle procedure di intervento. Unitamente alla gestione della domanda di acqua, i benefici in termini di riduzione del rischio in modo proattivo sarebbero evidenti. Inoltre, in questo modo risparmiare acqua significherebbe davvero accantonarla per usi futuri, come si compete ad una risorsa insostituibile.

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