Canapa, tutte le buone ragioni per coltivarla

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    La canapa riduce l’impiego della chimica nella lotta alla piralide del mais, arricchisce il terreno di sostanza organica e garantisce una fonte alternativa di reddito perché richiesta da settori come edilizia, automotive, tessile e farmaceutica

    Secondo molti esperti con l’entrata in vigore della nuova Pac diventerà la principale coltura da rotazione, soprattutto in alternanza ai cereali nelle aziende biologiche, perché lavora il terreno in profondità e non necessita di input chimici, né contro le erbe infestanti, né verso insetti fitofagi o attacchi fungini. Parliamo della canapa (Cannabis sativa), coltivata in Italia su una superficie di oltre centomila ettari fino ai primi anni Sessanta e poi abbandonata. Da un paio d’anni è tornata alla ribalta grazie all’entrata in vigore della legge 242/2016, che permette la coltivazione per scopi industriali di varietà con un tenore di THC inferiore allo 0,2%.
    La cannabis può rappresentare una valida opportunità di differenziazione colturale e contribuire al reddito dell’azienda agricola, perché la fibra e il seme si prestano a molteplici utilizzi in edilizia, nel settore farmaceutico, alimentare e tessile. Anche per questo a fine luglio Confagricoltura, Cia e Federcanapa hanno messo a punto un disciplinare di produzione al fine di creare una filiera tracciabile, certificata e di qualità.

    Cannabis, una trappola per la piralide

    E proprio la canapa è al centro del progetto “Macarena” dell’Università di Bologna, partito nel 2016 grazie ai finanziamenti del Psr Emilia-Romagna tramite la misura (4b) 16.1, per dimostrare come la pianta sacra agli Indù possa essere una trappola per la piralide che affligge mais e peperone. Introducendola nelle rotazioni colturali o a file alternate nei campi coltivati si può ridurre l’impiego di agrofarmaci e quindi abbassare l’impatto ambientale delle aziende agricole. «Per quanto riguarda la piralide i primi due anni di sperimentazione su mais non hanno dato i risultati attesi – afferma il coordinatore del progetto Giovanni Bazzocchi – il parziale insuccesso potrebbe essere dovuto alle condizioni climatiche molto particolari verificatesi soprattutto nel 2017 e al fatto che nei decenni nei quali in Italia non si è coltivata canapa, il fitofago potrebbe aver cambiato le sue abitudini alimentari. Sul peperone, invece, la riduzione dei danni provocati dalla piralide è stata buona».

    Billeter, un prototipo di trincia per la canapa

    Uno dei problemi da superare nella coltivazione della canapa per la produzione di fibra industriale è la trinciatura. Esistono diverse macchine specifiche per la raccolta della canapa. Ad esempio l’azienda belga Union ha sviluppato macchine “turner-deseeders” che sono in grado di rivoltare le andane, assicurando una macerazione (retting) uniforme e quindi la produzione di fibre di qualità, raccogliendo al tempo stesso i semi.
    Ci sono poi i sistemi di raccolta della fibra corta con testata a file indipendenti (Kemper Champion), e con apparato di taglio a coltello unico montato su cilindro rotante a sua volta montato su semovente. Questo sistema è stato sviluppato dalla ditta Hempflex, ma non permette il recupero del seme.
    Ma di certo i costi di macchine come queste non sono sostenibili per gli agricoltori italiani che decidono di impiantare uno o due ettari di canapa nei propri terreni, semmai lo sono per dei terzisti.

    Guarda il video che spiega il funzionamento della macchina

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    Il prototipo Billeter in azione in un campo di canapa sulle colliine di Ozzano (Bo)

    Proprio per questo all’interno del progetto Macarena è stato messo a punto un prototipo di trincia a barre falcianti in collaborazione con la ditta Dcm Italia. La falciasegmentatrice Billeter è una macchina semplice e dal costo accessibile che permette di tagliare lo stelo della canapa in tre parti di lunghezza di circa un metro l’una, per ottenere quindi una fibra corta (tecnica), quella che serve in particolare all’edilizia.
    Lo sviluppo è iniziato una decina d’anni fa e oggi si può dire che il percorso sia praticamente concluso e si possa passare alla produzione in serie dell’accessorio.
    «Il taglio in tre parti operato da Billeter facilita le operazioni di pre raccolta della canapa, cioè essiccatura, rivoltatura e ranghinatura – ha spiegato il consulente del progetto Macarena Alessandro Zatta – per realizzare l’attrezzo siamo partiti da una potatrice scavallante per la viticoltura che pensavamo di poter adattare alle esigenze della canapicoltura. Dopo diverse prove e tentativi ci siamo convinti che i problemi da superare erano troppi e abbiamo deciso di costruire una macchina da zero».
    Billeter è una falciatrice maneggevole e di piccole dimensioni con due barre falcianti anteriori e una posteriore. La barra centrale è fissa, mentre quella superiore è regolabile in altezza per adattarsi alle diverse varietà di canapa.
    L’impianto idraulico è alimentato da una pompa che si attacca alla presa di forza anteriore e fa funzionare le due barre anteriori. Un radiatore permette di raffreddare l’impianto.
    Le ridotte dimensioni della macchina consentono di montarla e trasportarla con facilità, questo la rende adatta a un utilizzo “condiviso”, nel caso si creasse una filiera della canapa con una serie di imprenditori che in appezzamenti vicini tra loro decidessero di impiantare uno o due ettari di cannabis.
    Il prototipo Billeter è in corsa per partecipare alla rassegna delle migliori innovazioni a Eima 2018.

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    Giuseppe Croce

    Guarda la videointervista a Giuseppe Croce

    Il nodi da sciogliere, in primis la filiera

    Dopo la ripresa della coltivazione della canapa in Italia è necessario costruire una filiera, partendo dalle sementi certificate delle varietà italiane per arrivare agli impianti di trasformazione. A chiederlo con forza è il presidente di Federcanapa Giuseppe Croce, secondo il quale «servono investimenti per dotarsi di tecnologie adeguate soprattutto per la gestione della fibra e della parte legnosa dello stelo, da cui si possono ricavare diversi materiali che servono all’industria automobilistica e all’edilizia. Inoltre, per creare valore, gli agricoltori dovrebbero essere messi in condizione di poter utilizzare oltre allo stelo il seme o l’infiorescenza – ribadisce Croce – oggi l'80/90% della canapa che si coltiva in Italia è utilizzata per sfruttare l'infiorescenza, mentre è indispensabile creare una filiera in grado di gestire strigliatura e lavorazione delle balle».
    Il Rinascimento della canapicoltura italiana deve guardare anche alle rese: «Oggi siamo bassi – conclude il presidente di Federcanapa – in Francia sono più avanti di noi e una delle cause del nostro deficit è l’utilizzo di sementi provenienti da piante cresciute in altri ambienti pedoclimatici, che quindi fanno più fatica ad adattarsi».

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