Frumento non tossico per celiaci, realtà più vicina

valore alla qualità
Presentato in anteprima alla terza edizione di From Seed To Pasta il genoma del frumento duro che apre nuove frontiere per il cereale. Ma sulla ricerca pubblica e privata aleggia l'incubo dell'oscurantismo anti-tecnologico

La conoscenza del genoma del frumento duro, presentato in anteprima a Bologna nel corso della terza edizione del convegno internazionale From Seed to Pasta, consentirà in tempi abbastanza rapidi di realizzare varietà con glutine non tossico ai celiaci.

È questo uno dei risultati della ricerca che ha portato alla definizione del genoma del frumento duro. Un genoma che è quattro volte più grande di quello umano (oltre 65.000 geni contro i circa 25.000 geni dell’uomo). Il suo sequenziamento è stato raggiunto grazie al lavoro di un consorzio internazionale coordinato da Luigi Cattivelli del Crea, con la partecipazione, tra gli altri, di Aldo Ceriotti del Cnr, Roberto Tuberosa dell’Università di Bologna, e altri ricercatori da tutto il mondo, tra cui Curtis Pozniak dell’Università di Saskatchewan (Canada).

Sequenze che agiscono sulla malattia

«Il glutine, il fattore scatenante della sindrome celiaca, è costituito dalle proteine di riserva presenti nei semi dei frumenti e di altri cereali evolutivamente vicini ai frumenti (orzo, segale) - spiega Cattivelli, anche presidente del Comitato scientifico di From Seed To Pasta ‐ Tradizionalmente le proteine costituenti il glutine sono suddivise in due classi: le gliadine e le glutenine, caratterizzate da un diverso peso molecolare e da specifiche proprietà chimiche e tecnologiche. Ciascuna classe, tuttavia, è costituita da decine di componenti simili, ma non uguali, tra loro. Inoltre, esiste un’ampia variabilità tra le gliadine e le glutenine presenti nei frumenti oggi coltivati o nelle forme di frumento non coltivate, ma comunque disponibili presso le collezioni varietali. Molte di esse condividono alcune brevi sequenze che, quando riconosciute dalla mucosa intestinale dei pazienti celiaci, determinano la manifestazione della patologia».

Luigi Cattivelli

«Conoscere esattamente questa diversità genetica -­‐ aggiunge Cattivelli -­‐ è fondamentale per produrre cibi sempre più idonei per la popolazione celiaca; gli studi dimostrano, infatti, che non tutti i componenti delle gliadine e delle glutenine sono ugualmente tossici nei confronti dei pazienti celiaci, anzi, al contrario, alcune specifiche forme di gliadine hanno anche dimostrato, in sistemi di laboratorio, un’attività protettiva della mucosa intestinale nei confronti di altre proteine potenzialmente tossiche. Uno studio molto avanzato evidenzia che esistono frumenti teneri e duri completamente privi delle proteine che scatenano la sindrome celiaca, ottenuti tramite l’impiego delle recenti tecnologie CRISPRS-­‐Cas».

Non ignorare i progressi scientifici

La ricerca può dare buoni frutti, se viene sostenuta e valorizzata. Ma il grido di allarme di Roberto Tuberosa, professore ordinario presso il Dipartimento di Scienze e Tecnologie Agroalimentari (DISTAL) dell’Università di Bologna e presidente del Comitato organizzativo di From Seed To Pasta III, sulla decisione della Corte di Giustizia europea a luglio su nuove tecniche e mutagenesi è preciso: «Considerare gli organismi ottenuti mediante mutagenesi (New breeding techniques - Nbt) Organismi geneticamente modificati (Ogm) e, in linea di principio, definire che sono soggetti agli obblighi previsti dalla direttiva sugli Ogm è una decisione sbagliata e anacronistica». «Classificare le piante ottenute tramite editing come Ogm - continua Tuberosa - significa non cogliere e non apprezzare la loro diversa genesi e ignorare i progressi scientifici avvenuti nell’ultimo decennio. Ciò, potrebbe avere ripercussioni molto gravi per la competitività delle filiere agroalimentari europee».

Differenze abissali

«Le piante geneticamente modificate - continua Tuberosa - contengono geni che provengono da altre specie, mentre nelle piante ottenute da editing si agisce direttamente sul genoma (geni) della specie stessa: l’obiettivo è realizzare mutazioni in grado di aumentare il valore della varietà commercializzata (ad esempio, fare in modo che sia resistente alle malattie fungine). Vorrei sottolineare due paradossi conseguenti a questa

geni
Roberto Tuberosa

sentenza. In molti casi la pianta ottenuta tramite editing non è distinguibile dalla pianta con la stessa mutazione ottenuta con i metodi tradizionali. Inoltre, potrebbero essere importati dall’estero alimenti ottenuti da piante con genoma “editato” la cui coltivazione in Europa non è consentita a seguito della decisione della Corte europea di classificarle come Ogm».

Intervenga la politica

Urge un intervento del mondo politico. «Si dovrebbe spiegare - conclude Tuberosa - con chiarezza ai cittadini le ragioni per non classificare le piante ottenute da editing come Ogm. Se ciò accadesse, si scoraggerebbe la ricerca a creare nuovi genotipi più salubri per il consumatore e più ecocompatibili. Al contempo, è importante appoggiare iniziative del mondo scientifico per chiedere alla Corte di giustizia Ue di riscrivere la direttiva 2001/18/EC su cui si è basata la sentenza che equipara le piante ottenute da editing agli Ogm».

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento
Per favore inserisci il tuo nome