Gianni Gnudi: «l’agricoltura è finalmente tornata baricentrica»

Certo i problemi restano ma negli ultimi anni l’agricoltura è tornata a essere centrale nello sviluppo economico del Paese e la percezione del settore è oggettivamente migliorata.

In campagna tradizionalmente i lamenti si rincorrono e si autoalimentano. Spesso a ragione.

Anche in questo 2017 la redditività di molte colture è stata a dir poco modesta, la burocrazia continua a imperare e del grande lavoro di semplificazione a più riprese annunciato vi sono solo timidissimi segnali. Ed è già un eufemismo.

I Psr sono partiti lenti e stanno continuando senza entusiasmanti accelerazioni e la Pac per molti continua a essere un’infida matrigna.

Tenuto conto di questo scenario di riferimento, bisogna per converso riconoscere che negli ultimi anni l’agricoltura è tornata a essere centrale nello sviluppo economico del Paese.

Al di là dei numeri e dei trend che confermano questo andamento – imprenditoria giovanile in sensibile crescita, export agro-alimentare da record, ritrovata spinta all’innovazione, meccanizzazione agricola e immatricolazioni di trattori in forte ripresa dopo anni a dir poco bui – è la percezione del settore che è oggettivamente migliorata.

Il made in Italy è ai massimi livelli, il dialogo fra operatori sta finalmente uscendo dalle nicchie e i contratti di filiera sono passati da spauracchio a garanzia di ricavo, per quanto ancora limitata.

Winston Churchill, in uno dei suoi più noti aforismi, sosteneva che «l’ottimista vede opportunità in ogni pericolo, il pessimista vede pericolo in ogni opportunità».

In un contesto in cui le minacce sembrano sempre prevalere sui segnali positivi vale la pena provare, novelli infermieri economici, a cercare la vena dell’ottimismo.

Non si tratta di un esercizio di stile, ma di un tentativo di valutare, con buona dose di pragmatismo, il peso del bistrattato Stivale. E la forza di tanti produttori agricoli che continuano a innovare e a investire con una verve inaspettata (solo per chi non conosce davvero la loro forza).

Mesi fa è stato il caso del boom delle domande di autorizzazione per i nuovi impianti di vigneto (richieste superiori di venti volte la disponibilità).

Ora è la progressiva espansione delle nuove tecnologie della precision farming. Costose in partenza, vantaggiose nel medio-lungo periodo.

Certo, il Bengodi è un’altra cosa e, riprendendo l’acchito, i problemi rimangono innumerevoli.

Dalla programmazione mancante alla pianificazione latente. Dalla burocrazia imperante alla marginalità scemante.

Poche certezze, tanti interrogativi.

Ma, facendo un po’ di populismo al contrario, si sa che è molto più facile sparare contro che curare il ferito. E in un contesto che mostra segnali di ritorno alla crescita (il Pil a fine 2017 dovrebbe salire di un punto e mezzo percentuale), sarebbe probabilmente meglio smetterla di inveire a prescindere e provare a costruire (o a ri-costruire).

Analogo ragionamento si può fare con Bruxelles e le sue bistrattate regole. Le istituzioni europee, di qualsiasi tipo, sono messe in forte discussione e la stessa impalcatura comunitaria traballa. Eppure, soprattutto in agricoltura, senza politica comunitaria si va poco in là. Ed è per questo che anche l’omnibus appena approvato, una sorta di riforma di medio termine della Pac, può dare una mano.

Essere visto come un mattoncino proficuo.

Poiché i rischi di un disimpegno comunitario sono talmente evidenti, da accorgersene solo quando si concretizzano. Cosa da evitare accuratamente.

Serve equilibrio di giudizio, perché a mio modesto parere, è meglio Murakami (“L’equilibrio in sé è il bene”) che Bukowski (“L’individuo equilibrato è un pazzo”).

Anche in un’agricoltura finalmente tornata baricentrica.

 

di Gianni Gnudi

giornalista,

Edagricole - New Business Media

gianni.gnudi@newbusinessmedia.it

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