Semplificazione burocratica e ricerca genetica, ciò che serve all’agricoltura

Davide Gaeta, Paolo De Castro e Domenico Bosco durante il talk show
Burocrazia e nuove tecnologie genetiche in agricoltura, con un focus sulla viticoltura, sono alcuni dei temi del dibattito tra Paolo De Castro, Davide Gaeta e Domenico Bosco durante l'incontro “L’Unione Europea e l’agricoltura italiana”, che si è tenuto lo scorso 22 novembre nel cuore della Valpolicella

Un confronto sull’ agricoltura italiana e l’Europa tra Paolo De Castro, vice presidente della commissione Agricoltura e Sviluppo rurale del Parlamento europeo, Davide Gaeta, professore di Politiche vitivinicole dell’Università degli Studi di Verona e Domenico Bosco, responsabile dell’ufficio vitivinicolo della Coldiretti riuniti nel cuore della Valpolicella, a Valgatara in provincia di Verona.
Sollecitati dalle domande del moderatore, il giornalista Lucio Bussi, i relatori hanno parlato di bilancio europeo e conseguentemente di Pac, di burocrazia, del sistema delle autorizzazioni agli impianti viticoli e di nuove tecnologie.

Serve accelerare la ricerca

La sostenibilità è stato un tema affrontato poiché sempre più sentito e importante per i consumatori e le produzioni. Ha detto Domenico Bosco: «Se il mondo produttivo non avrà a disposizione strumenti tradizionali per la difesa della vite – vedi la discussione sull’utilizzo del rame in Europa che ha previsto una diminuzione di 4 kg all’anno per 7 anni – e la richiesta di sostenibilità per l’ambiente aumenterà, è chiaro che dobbiamo accelerare con la ricerca in generale e anche sulle nuove tecniche genetiche. Oggi c’è uno scoglio a questa tematica rappresentato da una sentenza della Corte di Giustizia europea, a seguito di un contenzioso in Francia, che ha stabilito che le nuove tecniche genetiche devono essere considerate alla stregua dell’Ogm, se quanto ottenuto è qualcosa che in natura non si poteva avere. La Corte europea non spiega però in che modo un’eventuale utilizzo di queste varietà possa essere verificabile. La scienza, invece, ci darebbe una soluzione, chiaramente da verificare rispetto alla effettiva funzionalità. Le nuove tecniche di “genome editing”, sempre secondo quanto ci dice il mondo della scienza, darebbero la possibilità di intervenire sulla vite senza andare a stravolgere la biodiversità e i vitigni autoctoni. Questa può essere da parte della scienza una delle risposte alla sostenibilità ma, nel caso, bisognerà immaginare un piano strategico importante perché i risvolti sono tanti».

Mutagenesi o transgenesi? Bisogna fare chiarezza

Paolo De Castro è intervenuto evidenziando che il tema delle biotecnologie è fondamentale, sottolineando: «Qui si tratta separare nettamente quelle che sono le transgenesi dalle mutagenesi, gli Ogm dalle modifiche non Ogm. A noi non piacciono le modifiche genetiche che spostano i geni da una specie all’altra, tanto per essere chiari a noi non piace il Frankestein food. Invece le nuove tecnologie di mutagenesi intervengono all’interno dello stesso patrimonio genetico. Se riusciamo a combattere le malattie per via genetica, anziché per via chimica, possiamo ridurre l’uso della chimica in agricoltura. E su questo siamo già pronti. Grazie agli investimenti fatti all’Istituto S. Michele All’Adige di Trento, sono stati messi a punto varietà di vite che possono, per mutagenesi, combattere peronospera e oidio senza l’uso della chimica. Riguardo alla sentenza della Corte di Giustizia europea posso dire che sono stati richiesti dalla commissione sanitaria dei pareri per cui si sono evidenziate necessità di intervenire sul piano normativo-legislativo».

Una burocrazia spesso macchinosa

Un altro tema di confronto tra i relatori è stata la burocrazia europea. Domenico Bosco ha evidenziato la difficoltà che a volte ha il nostro Paese di utilizzare le risorse destinate dall’Unione Europea al vino. «L’Italia – ha sottolineato – non ha utilizzato 13 milioni dei 337 destinati al vino e questo non giova in sede di negoziazione per le risorse future, ma è anche vero, come è emerso durante il dibattito, che è diventato più complicato fare una serie di operazioni tra cui la rendicontazione delle misure di riconversione dei vigneti».

Il Prof. Gaeta su questo è intervenuto, sottolineando: «C’è un concorso di colpa, c’è una buona dose di responsabilità da parte della macchina burocratica comunitaria. Ancora oggi la maggior parte della spesa pubblica comunitaria è per l’agricoltura, nata per 60 milioni di addetti quando oggi forse non arriviamo a 4 milioni. Da agricoltore domando: ha ancora senso che buona parte di questa macchina stia in piedi per la Politica Agricola Comunitaria?C’è poi il nostro meccanismo di Governo che ha una centralità di delega ministeriale per l’agricoltura ma poi trasferisce alle Regioni buona parte dell’applicazione e qui nascono le inefficienze regionali».

Meno interpretazioni e più regole

L’Onorevole De Castro non ha fatto attendere la sua risposta: «Non c’è dubbio che ci sia un concorso di colpa ma l’Italia, con le sue interpretazioni, ha creato a sua volta delle complicazioni. Basti paragonare il meccanismo e il costo elevato dei pagamenti di Agea con il sistema francese che è gestito da una Banca, Crédit Agricole senza costi per lo Stato. Oppure i Piani di Sviluppo Rurale che in Italia sono 21, uno per ogni Regione, mentre in Francia è unico per tutto il Paese. Poi certamente dobbiamo semplificare: abbiamo appena applicato il nuovo regolamento Omnibus e a detta di tutti è un buon esempio di semplificazione per gestione del rischio, rafforzamento delle Op ecc».

Nell’ultimo giro d’interventi, i relatori si sono trovati d’accordo sulla necessità delle regole comunitarie che hanno consentito all’Italia, tra l’altro, di ottenere per il vino un grande successo nel mondo.

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