Sansavini: «Pesche, un disastro nato dal torpore generale»

Sansavini
Ci vorrebbero misure strutturali, ma mancano le condizioni per assumere, a livello nazionale, decisioni erga omnes

È difficile comprendere fino in fondo la perdurante crisi del settore pesche, che ha nuovamente colpito e scoraggiato i produttori di pesche e nettarine, salvo poche eccezioni, al Nord come al Sud.

La Romagna e il Veneto sono le aree più colpite dai prezzi bassi, tanto che, con molto ritardo (sono passati quasi venti anni dall’Igp concessa nel 1998 alla “Pesca e nettarina di Romagna”) è stato chiesto il riconoscimento del Consorzio di tutela costituito fin dal 2002, ai fini del controllo delle attività; Consorzio che copre cinque province, da Bologna a Rimini, ma per una superficie certificata di appena 200 ettari (c’è da chiedersi il perché).

 

Il ministero delle Politiche agricole, con il finanziamento dell’Unione europea, ha organizzato campagne promozionali per il consumo delle pesche e altra frutta e del latte nelle scuole (sono stati messi a disposizione 21,7 milioni per il biennio 2017/18).

I ritiri di pesche, autorizzati dall’Ue, sono stati di entità quasi trascurabile rispetto a Spagna e Grecia. Anche l’appello lanciato dal volonteroso “tavolo ortofrutticolo romagnolo” non ha sortito grandi effetti. L’annunciato “tavolo ortofrutticolo nazionale” è invece ancora latitante: il Ministero lo convocherà solo “a settembre”!

 

È questo che vogliamo? Aprire la strada ad un’altra drastica riduzione delle superfici? Non sarebbe meglio intraprendere prima auspicabili misure strutturali, a cominciare dalla sottrazione dai mercati delle pesche di scarso valore, come le pezzature sottomisura D e C? Mancano le condizioni per assumere, a livello nazionale, decisioni erga omnes come questa.

L’”aggregazione” è ancora insufficiente, anche perché viene finora intesa come “assorbimento di gruppi” minori (coop. ecc.) da parte di quelli maggiori, mentre dovrebbero essere questi ultimi a mettersi insieme per iniziative comuni.

Ma sono solo queste le strade da seguire per riportare a dignità la coltura del pesco? Per risollevare anche il livello qualitativo del prodotto, che forse non è più sufficientemente curato come in passato?

 

La Coldiretti denuncia la poca trasparenza e i mancati controlli dell’importazione di prodotto dalla Spagna e da altri paesi del Sud. La Cia dell’Emilia-Romagna denuncia per l’ennesima volta lo scandalo del divario di prezzi alla produzione (fra 0,15 e 0,30/€/kg, con costi di coltivazione che arrivano fino a 0,5-0,7/ € /kg!) e quelli della gdo, che, salvo offerte particolari, salgono a 2,0 – 3,0 €/kg.

Qualcuno ha scritto che la “Gdo fa i comodi suoi, margina sui prezzi bassi all’origine e se qualcuno obietta risponde: dovete fare più qualità e programmare meglio”.

Questa è stata dunque un’altra annata disastrosa, nella quale l’Italia ha perso ulteriormente peso sui mercati europei che contano e pagano bene.

I mercati, comunque vada, si salveranno con l’importazione, e così pure i consumatori avranno pesche straniere in maggiore quantità e magari di migliore qualità (si veda la capillare e massiccia penetrazione delle pesche spagnole, soprattutto quelle piatte, in tutti i nostri mercati); ma, se così sarà, il nostro settore peschicolo tradizionale sarà costretto ad abdicare; i coltivatori dovranno cercare altre fonti di reddito.

 

In futuro si salverà, forse, solo la coltura biologica del pesco, come sostiene qualche esperto? Sapremo risvegliarci da questo torpore e fare qualcosa che conti oppure “ognuno per sé e Dio per tutti”?

 

di Silviero Sansavini

Università di Bologna

silviero.sansavini@unibo.it

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