Fruit Logistica, troppe barriere all’export dell’ortofrutta italiana

    Al debutto della fiera berlinese sull’ortofrutta il coordinatore per l'ortofrutta di Alleanza Cooperative Agroalimentari, Davide Vernocchi, lancia l’allarme sull’export mancato, mentre Coldiretti segnala il rischio di nuovi dazi a causa della Brexit

    FRUIT LOGISTICA 2019 - Welcome Reception -
    A Fruit Logistica, la fiera internazionale dell’ortofrutta, in corso a Berlino fino all’8 febbraio, le nuove rotte per l'export dell'ortofrutta italiana sono difficili da percorrere. Per mele e kiwi italiani l'apertura di nuovi mercati strategici in Asia è in stand by da anni.

    L’embargo russo, la minaccia della Brexit, le tensioni politiche nel Nord Africa e i negoziati difficili con i Paesi asiatici.  Anche nei mercati extra-Ue, come Giappone, Vietnam, Israele, Colombia e Cina, l’ortofrutta italiana fatica ancora ad arrivare.

    A lanciare l’allarme, proprio nel giorno di apertura di Fruit Logistica, la fiera internazionale dell’ortofrutta in corso a Berlino fino all’8 febbraio, il coordinatore Ortofrutta di Alleanza Cooperative Agroalimentari, Davide Vernocchi, che ha chiesto al ministero delle Politiche agricole, alimentari, forestali e del turismo, "di seguire con ancora maggiore convinzione i negoziati attualmente in corso per l’apertura di nuovi mercati.

    Davide Vernocchi, coordinatore per l'ortofrutta dell'Alleanza delle Cooperative Agroalimentari

    "Abbiamo produzioni ortofrutticole in cui l’Italia vanta indiscutibili primati sul piano anche della qualità ma nei prossimi anni, anche a causa dei nuovi investimenti registrati in certi Paesi, rischiamo surplus produttivi a livello comunitario – prosegue Vernocchi – ed al tempo stesso scontiamo purtroppo enormi difficoltà a trovare destinazioni alternative per le nostre vendite oltre i confini europei”.

    “L’ortofrutta è il made in Italy più venduto all’estero dopo il vino – ha sottolineato il Sottosegretario alle Politiche Agricole, Alessandra Pesce -  ma c’è ancora lavoro da fare per rendere il settore sempre più competitivo rispetto a nuovi competitor che si affacciano sul mercato internazionale. Sarà necessario fornire risposte adeguate alle nuove sfide derivanti dal cambiamento climatico”. Pesce ha ricordato anche letto l’impegno del Governo nella legge di bilancio per l’istituzione del Catasto frutticolo.

     

    Mancanza di reciprocità e difficile accesso ai fondi Ue per la promozione

    Nell’apertura di nuovi mercati pesa, secondo Vernocchi,  “la mancanza di reciprocità, vale a dire che per esportare fuori dall’Ue i singoli stati membri devono portare avanti negoziati bilaterali per ogni specifico prodotto, al contrario gli stati extra-Ue che vogliono importare nel mercato Ue devono negoziare le condizioni di accesso un’unica volta (non 28), direttamente con Bruxelles”. Un aiuto potrebbe arrivare dal finanziamento di progetti di promozione verso i paesi extra-Ue con i fondi comunitari “superando alcune incertezze di natura burocratica a livello nazionale che spesso ostacolano o ritardano l’esecuzione dei progetti da parte dei soggetti aggiudicatari”.

     

    Tutto fermo per l’export di mele e kiwi

    Due casi emblematici sono mele e kiwi, due tra i prodotti italiani più esportati. Nessun nuovo mercato, come fa notare sempre Vernocchi, è stato aperto peer le mele dalla chiusura del mercato russo nell’estate del 2014. Quasi la metà dell'export è assorbito dalla Germania e le spedizioni nei Paesi extra-Ue-28 valgono circa il 21% del valore complessivo delle esportazioni. Gli ultimi dati Istat confermano la perdita di quote di mercato in tutto il Nord Africa e nel Medio Oriente, a seguito del perdurare di ostacoli tariffari o cause geopolitiche. Si sta lavorando per trovare nuovi sbocchi in Vietnam, Taiwan e Thailandia, ma è ancora tutto fermo. E lo stessa situazione si riscontra anche nell’export dei kiwi, che attendono da anni il via libera in Giappone, Israele, Vietnam o Colombia. L’Italia esporta solo il 32% del totale prodotto.

     

    Il mancato accordo per la Brexit e il problema delle infrastrutture  

    Il presidente della Coldiretti, Ettore Prandini, ha sottolineato il rischio di nuovi dazi in caso di mancato accordo sulla Brexit. “Nel Regno Unito si producono – spiega Coldiretti - appena l’11% della frutta e il 42% della verdura consumate annualmente dagli inglesi che importano   il 100% del fabbisogno di arance, l’80% di quello i pomodori e il 69% dei consumi di mele. Il pericolo è l’aumento della concorrenza di Paesi come il Sud Africa, già il secondo esportatore di frutta fresca nel Regno Unito dopo la Spagna,  Kenya, Marocco ed Egitto".

    Anche il presidente di Confagricoltura, Massimiliano Giansanti, ha ricordato come l’ortofrutta sia la prima voce dell’export agroalimentare italiano e il ruolo della Germania come mercato di sbocco principale: “Dobbiamo però – ha detto –  crescere ancora sul mercato tedesco primo mercato di sbocco in Europa, e su quelli internazionali investendo nella modernizzazione delle infrastrutture e nella diffusione delle più avanzate tecnologie per rendere le imprese agricole sempre più competitive”.

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