Alberto Palliotti: «Il vizio di fermarsi alle apparenze»

Le istanze della ricerca, inclusa quella di fortificare le conoscenze, e la relativa utilità talvolta non coincidono con le esigenze del mondo produttivo

Out of sight, out of mind: locuzione datata 1562 ed assegnata al poeta inglese John Heywood, e che tradotta suona come “lontano dagli occhi lontano dal cuore”, è inverosimilmente attuale nel mondo sia tecnico che della ricerca. Chissà perché, ma quello che non si vede viene affrontato da pochi e incontra difficoltà colossali. Basta citare due esempi pratici, nel campo delle piante arboree da frutto.

 

Il respiro “affannato” della vite. Nel corso del ciclo vegeto-produttivo i processi fisiologici possono divenire non ottimali a causa di fattori poco controllabili, quali ad esempio gli stress ambientali. Limitare e/o annullare tali deviazioni significa ottimizzare il processo produttivo ed evitare pericolose penalizzazioni. Contrariamente alla fase anabolica, ove migliaia di studi hanno quantificato la capacità di fissazione di CO2 con il processo fotosintetico e come essa varia sia nel corso della stagione sia in funzione degli stress biotici e abiotici, la fase catabolica, con la respirazione in primis, non ha invece avuto la stessa attenzione, anzi. Eppure le piante respirano dal 30% all’80% della CO2 fissata giornalmente con la fotosintesi e, con riferimento alla vite, nelle giornate estive la quantità di CO2 rilasciata con la respirazione può essere addirittura superiore a quella fissata con la fotosintesi con ripercussioni negative sulla capacità produttiva del sistema. Non aiuta il fatto che i tassi di respirazione cambiano velocemente durante la stagione non solo in funzione dell’organo, ma anche della fase di sviluppo, del relativo stato nutrizionale e di numerosi fattori ambientali. Tra questi ultimi, la temperatura è uno dei più importanti, poiché influenza indirettamente la velocità di crescita dei vari organi, attraverso la regolazione delle attività enzimatiche e quindi sia la disponibilità di assimilati che la richiesta di energia. Il cambiamento climatico in atto, esercita un’influenza da non sottovalutare, anzi da analizzare con attenzione.

 

Suolo, questo sconosciuto. Il 2015 è stato definito “Anno del Suolo” dalle Nazioni Unite e dal 2002 il 5 dicembre di ogni anno si celebra la Giornata Mondiale del Suolo, a testimonianza della riconosciuta importanza di tale bene non rinnovabile. Eppure si fa pochino o nulla a tal riguardo. L’apparato radicale delle piante arboree da frutto, Vitis vinifera inclusa, è e rimane un’entità quasi sconosciuta, confermando ancora oggi quello che Leonardo da Vinci affermava nel 1500, ovvero “sappiamo più sul movimento dei corpi celesti che sul terreno sotto i nostri piedi”.

Di fronte ad accrescimenti stentati della chioma e quindi ben visibili, il tecnico (?) suggerisce, quasi sempre, laute concimazioni azotate, ovviamente in forma nitrica, dimenticandosi che se le piante non crescono il problema non è sopra (epigeo), ma bensì sotto (ipogeo). Ovvero l’apparato radicale non funziona come dovrebbe, in tali casi somministrando azoto si aggiunge danno al danno, mentre occorrerebbe valutare una serie di elementi che potrebbero aver compromesso la funzionalità del sistema radicale, quali (in ordine sparso): 1) compattamenti, carenza di O2 ed asfissia; 2) stanchezza, 3) metalli pesanti ed altri inquinanti, 4) nematodi, 5) elementi minerali retrogradati (fosforo in primis), 6) reti trofiche insufficienti, 7) salinità, 8) erosione, 9) colluvium eccessivo, 10) suola di lavorazione, 11) franco di coltivazione limitato, 12) strati di calcare attivo, 13) funghi terricoli; e chi più ne ha più ne metta.

 

Le istanze della ricerca, inclusa quella di fortificare le conoscenze, e la relativa utilità talvolta non coincidono con le esigenze del mondo produttivo, e tuttavia i filoni di ricerca meno battuti sono anche quelli più avvincenti.

Gli spunti per meditare non mancano...

 

di Alberto Palliotti

Università degli Studi di Perugia

 www.terraevita.it@albertopalliot5

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