Massimo Alberghini: «Diversamente imprenditori»

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Massimo Alberghini Maltoni Vicepresidente Unima
Ma sarà un bene tutta questa diversità? Se lo chiede il vice presidente di Unima

Gli imprenditori agricoli sono una categoria particolare, diversa. Si può davvero qualificarli, senza nessun intento penalizzante, come diversamente imprenditori. Ecco perchè, in un curioso elenco.

Innanzitutto l’imprenditore agricolo è escluso dal fallimento diversamente dagli altri imprenditori: le ragioni di tale esclusione si perdono negli albori della giurisprudenza e normalmente il tutto viene liquidato con “escluso dall’art. 1 della Legge fallimentare”…

Non paga le tasse sul reddito reale diversamente dal resto dei contribuenti, ma sul reddito dominicale e/o agrario. Ovvero guadagni paghi tot, perdi paghi lo stesso tot: 1 a 1 palla al centro.

 

Nell’attività d’impresa, con alcune eccezioni, si conteggiano l’Iva pagata e quella incassata e il saldo è oggetto di versamento o di credito. L’imprenditore agricolo agisce diversamente: trattiene l’iva incassata (salvo casi particolari) e non sconta quella pagata.

Diversamente dagli altri impenditori riceve contributi a integrazione del reddito a seguito di copiose rendicontazioni (domande)

Se ha meno di 40 anni, diversamente dagli altri, riceve contributi per “aprire” l’attività.

Se costruisce non paga gli oneri di urbanizzazione, diversamente da altri fabbricati anche di identica destinazione e caratteristiche.

Le norme che riguardano i lavoratori dipendenti (senza voler scendere nei particolari) non sono applicate diversamente, sono semplicemente…diverse.

Anche se decide di fare attività di normale routine economico-fiscale, applica imposte e criteri contabili diversamente (attività connesse).

 

Diversamente dal resto degli imprenditori si vede inibita (bietola), regolamentata (latte), favorita (contributi sulle colture), obbligata (azotofissanti), condizionata (greening) la propria attività.

Per le lavorazioni (da rendicontare) si impiega carburante colorato e tassato diversamente, con relativa differenza di prezzo.

Il limite di capacità dei depositi di gasolio nell’ottica della prevenzione incendi, è stabilito diversamente se trattasi di aziende agricole, per le quali è prevista una parziale esenzione, dal resto del mondo. Il gasolio degli agricoltori non prende fuoco come quello degli altri?

Anche i rifiuti vengono conferiti diversamente, dagli agricoltori.

Le norme del Codice della strada si applicano alle macchine agricole diversamente. Le stesse non vengono annotate sul Pra.

 

Ovviamente se acquista un terreno agricolo, l’imposta di registro deve essere diversamente applicata.

Anche la prelazione in materia di acquisto degli stessi terreni, per lui vale diversamente, ma solo se è piccolo.

Una breve digressione merita la revisione delle suddette macchine: prevista dal Cds fin dal 1958 e subordinata all’emanazione di apposito decreto, ha visto passare diverse legislature; ripresa paro-paro nel nuovo Cds (1992), è stata ignorata fino al 2012 quando si è stabilito come termine “perentorio” di inizio, il 2013, anzi no il 2014… ma facciamo il 2015, dai…no 2016!

Nel frattempo ci si è accorti che le caratteristiche (e le dimensioni) non sono le stesse degli altri autoveicoli, per cui i criteri dovrebbero essere applicati, guarda un po’, diversamente; come? …Ci stanno lavorando.

 

Concludendo è difficile credere che soggetti sottoposti a norme così particolari, possano impostare criteri aziendali “normali”; la sola presenza dei contributi/integrazioni sarebbe sufficiente a drogare le scelte strutturali di un’impresa, salvo poi determinarne un brusco ritorno alla realtà, in caso di revoche o cambiamenti, molto spesso non facili da prevedere. Non si vogliono qui trovare medicine miracolose o scagliarsi in invettive e nemmeno cominciare i consueti pianti e/o lamenti, ma solo porre una domanda:

Sarà un bene tutta questa diversità?

 

 

Massimo Alberghini Maltoni

Vicepresidente Unima

alberghini.m@apima.mo.it

1 commento

  1. Nell’editoriale di Massimo Alberghini Maltoni sullo scorso Terra e Vita n. 15, l’autore definisce l’agricoltore come “diversamente imprenditore”.
    Segue un “curioso elenco” di diverso-trattamento rispetto ad altri imprenditori di altri settori.
    All’agricoltore e all’agricoltura da sempre sono stati concessi trattamenti di favore perché si affrancasse da una situazione di strutturale arretratezza rispetto all’effervescente settore manifatturiero prima e distributivo poi.
    Il diverso trattamento però più che stimolarlo lo ha addomesticato al guinzaglio di chi tiene in mano carota e bastone; nel tempo comunque molti agricoltori disillusi (mezzadri, coltivatori-diretti, latifondisti) hanno abbandonato il settore proprio per non sentirsi diversi nel senso di inferiorità culturale e imprenditoriale; molti di questi sono diventati imprenditori piccoli e grandi nei settori più disparati: dagli allevamenti zootecnici industriali, al floro-vivaismo, alle costruzioni edili, alla fabbricazione di mobili, scarpe, vestiti; da agricoltori a industriali.
    In agricoltura oggi sono rimasti in pochi. Escludendo coloro i quali sono proprietari di un pezzo di terra per diletto, autoconsumo o donazione dei nonni, quelli dediti al mestiere saranno poco più di 300.000; addirittura il Ministero dell’agricoltura per non occuparsi solo del 3% di Pil diventa “dell’agroalimentare” cosi rappresenta cinque volte tanto.
    Quando gli agricoltori erano tanti, già tra le due guerre ma in particolar modo dopo la fine della seconda, si rese necessario migliorare un pochino la gestione agraria. E chi intervenne? Gli industriali meccanici che con le loro giganti macchine polverose rivoluzionarono la vita ai nobilproprietari e ai loro mezzadri.
    Nacquero i “Trebbiatori e Motoaratori” personaggi a metà tra talenti meccanici e aspiranti di un nuovo mestiere; tra loro nessun agrario: troppa polvere; nessun mezzadro: mai vista la macchina.
    In agricoltura quindi si diffuse l’uso del carburante fossile a scapito del foraggio per i bovini, seguì la rivoluzione verde, la produttività, la sovrapproduzione fino alla condizionalità.
    L’agricoltura di cui si tratta è quella dei seminativi, più di collina che di pianura, quella che più si avvantaggia della meccanizzazione dei processi colturali; il mezzadro che non è diventato muratore ha accettato di fare il coltivatore-diretto anche lui affascinato dal rombo dei motori più che dal ciclo biologico delle colture.
    La trebbia di legno, la caldaia a vapore, il testacalda finiscono presto; in poco più di un ventennio vengono scalzati dal cingolato veloce e dalla mietitrebbiatrice che allontana gli ultimi braccianti invecchiati; molte aziende crescono in dimensione e per un altro ventennio con meno di 100 ettari un’azienda sopravvive bene (come dice uno dei diversi presidenti di C.T.).
    Poi le colture si semplificano, i prezzi delle derrate calano, 100 ettari non bastano più e anche le macchine della rivoluzione verde si sono invecchiate insieme ai loro piloti. Che si fa? I Trebbiatori-Motoaratori di prima generazione (quelli con operai specializzati) sono mutati in “Movimento terra” o agricoltori con terreni di proprietà ma anche in affitto, soprattutto anche loro sono invecchiati con le loro macchine.
    Nonostante gli anni del “piccolo è bello” alcuni agricoltori crescono in superficie, molti mollano e cedono in affitto i loro terreni; con le buone rese e i buoni prezzi – complice l’ottimismo degli anni ’80 – anche qualche giovane ci prova: con poca terra compra la mietitrebbia grossa e si mette a fare il terzista.
    Due sono le opportunità per il giovane terzista, una l’azienda che era strutturata con lavoro dipendente che preferisce dare l’opera a “cottimo” come in edilizia; l’altra l’azienda a seminativo di modesta superficie che vede inadeguato continuare col vecchio “312” e preferisce chiamare quello col bestione verde americano.
    Va tutto bene fino a quando l’agricoltore guadagna, quando si accorge che quello che vende non basta per pagare il lavoro del terzista, diventa imprenditore e dice al terzista: mi tengo i titoli Pac, pensa tu al resto.
    Il terzista (che non è più industriale) non ci pensa due volte, accetta e magari offre qualcosa in più: è diventato affittuario, è agricoltore!
    Tanti discorsi per far crescere la maglia poderale nazionale di politici ed economisti, tante agevolazioni come la cooperazione, la prelazione del conduttore, i soldi a fondo perduto per la meccanizzazione non hanno la stessa efficacia dell’orgoglio del contoterzista “rurale” nell’aggregare superfici coltivabili.
    Se ne accorgono politici, economisti e soprattutto i fabbricanti di macchine e vai con la “legge Sabatini”.
    Ma uccidete un uomo morto: con le tariffe alte convincete l’agricoltore a trasformare il rapporto di fornitura servizi ad affitto più o meno tale comunque con aggravio del rischio d’impresa e poi a voi stessi che tariffa applicate?
    I rappresentanti di queste figure emergenti vogliono per la categoria tutte quelle agevolazioni pensate e riservate ai loro clienti fino al punto di dire che i loro clienti non le meritano più.
    Perché cercare un senso compiuto al termine “contoterzista in agricoltura” quando non ne ha? Il contoterzista rurale vuol fare l’agricoltore e lo sa fare (non è più industriale), il suo spazio è nella conduzione diretta dei seminativi. Perché non parlare con l’agricoltore? Magari è più imprenditore del patito trattorista e per lui l’investimento in capitale tecnico vale meno del 10% del suo capitale terra, lui già può fabbricare su terreno agricolo, lui può progettare un Psr, l’aggregazione è auspicata, si può fare anche trasformazione e commercializzazione.

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