Il “Piano lupo” sembra ormai archiviato

La conferenza Stato-Regione dice no al piano ministeriale. Il nodo della questione restano gli abbattimenti controllati. Il controllo del lupo è demandato alle singole regioni.

Il Piano lupo, predisposto dal Ministero dell’ambiente per il controllo dei branchi sul territorio nazionale con adeguate misure, deve ormai ritenersi messo da parte per cui l’unica possibilità di regolamentazione rimane affidata alle Regioni. Il 6 dicembre 2017, infatti, la Conferenza Stato-Regioni non ha approvato il piano ministeriale e ha rinviato sine die ogni ulteriore decisione, il che equivale a un definitivo insabbiamento della proposta.

La possibilità di abbattere i lupi giudicati pericolosi per gli allevamenti e le persone è il punto controverso del Piano, che ha provocato forti polemiche da parte degli ambientalisti e l’opposizione della maggior parte delle Regioni, bloccando finora l’approvazione. Non è andata avanti neppure l’ultima proposta ministeriale che prevedeva che la decisione sulla possibilità di abbattimento selettivo dei lupi fosse rinviata di due anni.

«Ci sono pareri discordanti – ha spiegato Giovanni Toti, presidente della Liguria e vice presidente della Conferenza -, in quanto c’è chi è più penalizzato, come le regioni agricole del nord, e chi invece recepisce le istanze degli ambientalisti».

«C’è ancora un po’ di lavoro da fare», ha concluso il governatore ligure. Il nodo sono sempre gli abbattimenti controllati: Toscana, Province di Trento e Bolzano, Veneto e Valle d’Aosta vogliono tenere aperta questa possibilità, mentre le altre Regioni sono contrarie a permettere la caccia al lupo.

Il Piano lupo del ministero dell’Ambiente, elaborato da Ispra e una settantina di esperti, prevede il monitoraggio della popolazione, campagne di informazione sui sistemi di prevenzione naturali (cani pastori, rifugi, recinti elettrificati), gestione dei pascoli, lotta agli incroci con i cani, rimborsi più rapidi. Come misura estrema, la bozza originaria prevedeva anche un abbattimento controllato, ovvero la riapertura della caccia, proibita dal 1971, fino al 5% della popolazione complessiva in Italia stimata in 1.000-1.200 esemplari sugli Appennini e un centinaio sulle Alpi. La nuova stesura prevede invece un monitoraggio nei prossimi due anni della popolazione, con uno stanziamento di 1,5 milioni di euro fino al 2020.

Ma i punti controversi sono anche altri oltre a quello dell’abbattimento. Innanzi tutto si è chiesto che vengano riviste le modalità di indennizzo, valutando anche i capi in età giovanile (agnelli e capretti), i capi dispersi o di cui non è più reperibile la carcassa. Il risarcimento dovrebbe essere congruo e tempestivo, considerando sia il danno diretto, sia quello indiretto. Altra proposta è quella di istituire il pastore sentinella, figure a tutela delle aree maggiormente predate con compiti ben dettagliati e documentabili di monitoraggio e sorveglianza, alle quali dovrebbe venire corrisposto un premio annuale, adeguato all’impegno. L’ultima proposta è quella del diritto alla difesa attiva del patrimonio zootecnico degli allevatori in quanto non è ritenuto accettabile che un pastore debba assistere allo scempio del proprio gregge senza poter utilizzare strumenti adeguati.

La proposta ministeriale potrebbe essere riproposta alla Conferenza Stato regioni stralciando la norma sugli abbattimenti a dimostrazione di una volontà di positiva conciliazione e definizione della questione.

Perché “tutelare” il lupo?

La conservazione del lupo ha forti motivazioni di carattere ecologico (il predatore svolge un ruolo importante nella limitazione delle sue prede e di tutto l’ecosistema), economico (è una specie-bandiera in grado di catalizzare la partecipazione di un gran numero di persone e di valorizzare turisticamente le aree naturali in cui è presente; limita inoltre la presenza di ungulati, soprattutto il cinghiale, che causano ingenti danni alle colture), estetico (è una delle specie più apprezzate nei suoi canoni estetici), etico (come ogni specie vivente ha diritto di esistere nelle condizioni a lui naturali), culturale (il lupo è presente in maniera massiccia nella storia italiana e la sua traccia è visibile nell’enorme numero di riferimenti storici, culturali, geografici, ecc.) e spirituale (il lupo come simbolo della selvaticità e immagine della natura libera dall’intervento umano).

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