Riso, per sostenere la qualità serve semente certificata

riso
Parcelle su cui viene impostato il lavoro per il mantenimento in purezza delle varietà
Il reimpiego di seme aziendale erode risorse alla ricerca. Parlano i protagonisti.

 

«Il miglioramento varietale del riso, insieme alle tecniche agronomiche, ha portato nel corso degli ultimi trent’anni ad aumenti della produzione in campo di circa il 35%, assicurando al tempo stesso una maggiore sicurezza alimentare. Il comparto della ricerca e della produzione sementiera è in grado di esprimere un’elevata professionalità, sia per quanto riguarda la costante immissione in commercio delle nuove varietà di riso (il 40% delle varietà coltivate è iscritta da meno di 5 anni e un altro 27% tra 6 e 15 anni), sia per la qualità stessa del nostro seme che tutto il mondo ci riconosce». Lo ha ricordato Stefano Conti, responsabile delle sezioni cereali a paglia e costitutori di Assosementi, Associazione italiana sementi, nel corso della premiazione del 107° Concorso nazionale moltiplicatori.


Purtroppo, come sottolinea Enrico Lucconi, direttore Asseme, Associazione sementieri mediterranei, il sistema riso italiano ha subito una forte crisi di mercato anche in seguito all’applicazione dell’ennesima riforma della Pac (2014) e in conseguenza di scelte del Governo che troppo spesso non hanno tenuto conto, per vari motivi, dell’ambiente e della tipicità di coltivazione di questa specie. Tutto ciò ha anche fortemente penalizzato l’utilizzo di seme certificato.

Inoltre «il reimpiego di granella – come sintetizza Lucconi -, genera una falsa sensazione di risparmio sui costi colturali, e allo stesso tempo provoca invece una riduzione degli investimenti nella ricerca da parte delle società sementiere, con conseguenze direttamente a carico del risicoltore che vanno dalla minore disponibilità di seme di qualità alla carenza di nuove varietà più competitive».

Continua Lucconi: “Per salvaguardare il sistema riso made in Italy, la filiera risicola deve chiedere, con forza, al nuovo Governo, di introdurre nel capitolo della condizionalità un sostegno all’agricoltore per favorire l’impiego di semente certificata come vera garanzia di tracciabilità».

In questo contesto da alcuni anni le industrie risicole stanno avvertendo un generalizzato decadimento qualitativo del risone italiano.

«Ritengo che una delle principali cause del peggioramento del prodotto conferito sia proprio il progressivo aumento del riutilizzo da parte dell’agricoltore del proprio risone come semente – afferma Mario Francese, presidente Airi, l’Associazione delle industrie risiere italiane -. Questa pratica, che non è vietata da alcun regolamento comunitario, si sta diffondendo da quando sono venuti meno gli aiuti Pac alle sementi, il reddito degli agricoltori è diminuito e i prezzi delle sementi sono aumentati, in un circolo vizioso che tende ad amplificare sempre di più il fenomeno. Il sistema deve consentire di evitare le elusioni dei diritti per quelle varietà che sono oggetto di privativa, in modo che questi siano reinvestiti in ricerca».

Sementieri preoccupati

Per molte varietà la quota percentuale di seme reimpiegato è in crescita e già oggi le superfici risicole investite con seme non certificato supera decisamente il 30%. «Questo comporta una perdita della qualità del prodotto finale e peggio ancora alimenta la propagazione di avversità fra cui il temibile nematode del riso Aphelenchoides besseyi, ad oggi ancora classificato come organismo da quarantena – ci spiega Stefano Conti -. Il risultato è che da ormai diversi anni le percentuali delle partite di seme in natura trovate infestate dai Servizi fitosanitari regionali permangono fisiologicamente sopra il 18-20%, una quota decisamente superiore rispetto al 3-5% registrato a metà anni ‘2000. L’unico modo per poter ridurre questo problema è utilizzare sementi ufficialmente certificate, le uniche a essere controllate e dichiarate esenti da Aphelenchoides dai Servizi fitosanitari».

«Per quanto riguarda le aziende sementiere – continua Conti - dai primi anni novanta hanno fortemente migliorato e rivoluzionato il mondo della risicoltura italiana con la creazione delle prime varietà a taglia bassa, di più facile coltivazione, altamente produttive, con un’elevata resa alla lavorazione industriale e resistenti alle principali malattie degli ambienti riscoli italiani, sostituendo così tutte le varietà oggi definite antiche. Per ottenere questi importantissimi risultati sono state investite risorse umane ed economiche non indifferenti».

Il lavoro dell’azienda sementiera consiste proprio nell’assicurare da un lato la conservazione in purezza e dunque l’identità varietale dei propri materiali, e dall’altro garantire l’immissione in commercio di partite di seme certificato rispondenti a standard minimi di legge in termini di germinabilità, assenza di infestanti e di patogeni trasmissibili per seme. Tutte le partite certificate vengono infatti controllate dagli Enti preposti. «La ricerca – afferma Conti - garantisce il continuo miglioramento delle varietà, nel tentativo di rispondere alle esigenze sia dell’agricoltore che del mercato. Nel prezzo del riso da seme, dunque, peraltro abbastanza stabile da alcuni anni, vanno inseriti anche i costi di ricerca e il rischio d’impresa di ogni varietà. Vorrei ricordare che in Paesi europei ed Extra europei dove il riso è meno redditizio che in Italia si tende comunque a utilizzare seme certificato anche e soprattutto italiano, che viene visto come un investimento e non come un costo su cui lesinare».

Riconoscimento delle royalty

È chiaro che l’attività di ricerca si sostiene economicamente solo se si riconosce il diritto del costitutore (o royalty). «Da sempre i costitutori italiani reinvestono in ricerca, per continuare il progresso genetico della nostra risicoltura – afferma Stefano Barbieri, responsabile Italia di Sicasov (società francese che gestisce i diritti di oltre 250 costitutori e concede licenze per oltre 4 mila varietà appartenenti a 165 specie in 20 paesi nel mondo) -. L’agricoltore, acquistando il seme certificato, contribuisce al finanziamento della ricerca genetica, che diventa quindi un fattore imprescindibile di esistenza e progresso della risicoltura italiana».

Non dimentichiamoci che il diritto del costitutore è regolamentato attraverso due distinti meccanismi, tra di loro alternativi: in Italia attraverso il decreto legislativo 30/2005 e in Europa con il Regolamento Ce 2100/94, con disposizioni che garantiscono i diritti della proprietà intellettuale sulle varietà coperte da privativa. «Nel riso – precisa Barbieri – il Regolamento Ue prevede la possibilità, per l’agricoltore, di reimpiegare in azienda, ai fini della semina, una parte del prodotto da lui stesso ottenuto (il cosiddetto “privilegio dell’agricoltore”). Le modalità di reimpiego sono previste dalla normativa stessa e l’agricoltore è tenuto a dichiarare al costitutore o al suo avente causa il nome della varietà per la quale intende esercitare il diritto al reimpiego e le quantità di seme che si intendono utilizzare, nonché a corrispondere la relativa royalty entro il 30 giugno successivo alla campagna di semina. Sicasov si occuperà della raccolta royalty e dei controlli in Italia, anche nel 2018».

Il riso lavorato italiano

L’Italia vende ogni anno circa 1 milione di tonnellate di riso lavorato di cui circa 260 mila t di tondo, circa 440 mila di medio e lungo A e circa 300 mila di lungo B, di cui una nicchia di risi aromatici.

Per arrivare a questa produzione si coltivano 138 diverse varietà: 23 di tondo, 16 di medio, 64 di lungo A e 35 di lungo B (dati Enr).

Il milione di tonnellate di riso lavorato prodotto in Italia viene venduto per il 40% nel nostro Paese, il 50% negli altri Paesi Ue e il 10% al di fuori dell’Unione europea.

Per quanto riguarda le 400 mila tonnellate destinate al mercato italiano, la disciplina sul commercio del riso fornisce oggi indicazioni più chiare ai ricercatori di nuove varietà, indirizzandoli su parametri oggettivi, biometrici e fisici.

Per quanto riguarda le circa 500 mila tonnellate destinate al mercato Ue sono necessarie varietà di riso lungo B (indica) che meglio rispondano alle esigenze del consumo. Infine, per le circa 100 mila tonnellate destinate al mercato extra Ue sono necessarie varietà japonica cristalline per i mercati del medio oriente.

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