La semina su sodo fa risparmiare sui costi di produzione

    semina su sodo
    Di frumento duro e leguminose. Le macchine, conti alla mano, si ammortizzeranno in breve tempo. Una scelta necessaria

     

    Investire nell’acquisto di seminatrici su sodo per evitare le lavorazioni del terreno per la preparazione del letto di semina e risparmiare sui costi di produzione del grano duro o delle leguminose. È questo il percorso che stanno seguendo due giovani agricoltori meridionali, Teresa Di Vietri di Spinazzola (Bt) e Luigi Lasala di Banzi (Pz). Con la passione che distingue chi crede fino in fondo al proprio innovativo progetto.

    Di Vietri ha appena 25 anni ma da anni contribuisce a gestire l’azienda di famiglia: 1.600 ettari che si stendono fra Spinazzola e Minervino Murge in Puglia e Banzi, Genzano di Lucania e Montemilone in Basilicata, dei quali 800 seminati in parte a crescione, senape, aneto, lenticchia, cece nero e cece bianco, per la produzione di seme a uso alimentare, e in parte a orzo e avena, 700 seminati su sodo a grano duro e 100 occupati da pascoli e boschi.

    «In questo territorio collinare e prevalentemente cerealicolo a cavallo fra Puglia e Basilicata la mia famiglia è stata pioniera, a metà degli anni ’90, nella semina su sodo. Mio padre, uomo lungimirante che ha fortemente creduto nell’agricoltura comprando terreni e ingrandendo sempre più l’azienda, capì subito, quando dalle nostre parti si cominciava solo a parlare di semina su sodo, che con questa tecnica avrebbe potuto abbattere i costi di produzione, magari anche incrementando le rese. Comprò cinque seminatrici a dischi, tutte insieme, e le introdusse sui campi a seminare, subito, ben 500 ettari, parte su maggese e parte su ristoppio. E i risultati, eccellenti, si sono ripetuti anno dopo anno. Anche con “esperimenti” straordinari, fuori dal comune: cito l’esempio di tre anni fa, quando abbiamo seminato su sodo a metà aprile, raccogliendo a fine luglio ben 47 q/ha: un risultato, per lo sfasamento del ciclo e l’ottima resa produttiva, che con la tecnica tradizionale, cioè aratura profonda, almeno due ripassi e semina, sarebbe stato impossibile».

    Ora che le cinque seminatrici sono invecchiate e giacciono in deposito, l’azienda Di Vietri ha deciso di investire su una moderna seminatrice a falcioni, una Laseminasodo Rea 5000, portata da trattore con potenza di almeno 190 CV, dotata di tramoggia anteriore e con ampiezza di lavorazione di 5,20 m.

    «Per la nostra azienda è la seminatrice giusta, si adatta benissimo sia ai terreni pianeggianti sia a quelli collinari tipici del territorio: la tramoggia frontale bilancia ottimamente il trattore che porta, dietro, la seminatrice. Grazie all’ampiezza di lavorazione e alla sua sperimentata efficienza basterà per l’intera azienda, perché è capace di seminare non solo su sodo ma anche su terreno lavorato. Questa seminatrice ci costa 45mila euro, con il Psr lucano che finanzia il 50% del costo a fondo perduto, ma – assicura Di Vietri – riusciremo ad ammortizzarla in meno di due anni».

    E i conti sono presto fatti, spiega la giovane agricoltrice. «Considerando solo i 700 ettari seminati su sodo consumeremo non i 120 l/ha di gasolio agricolo necessari per le arature, i due ripassi e la semina, ma soltanto 50 l/ha, con un consumo minore di ben 70 l/ha. Moltiplicando i 70 litri per il loro costo agevolato, 0,65 euro/l, otterremo un risparmio di 45,5 euro/ha, che porterà a una minore spesa, su 700 ettari, di 31.850 euro. Senza considerare, per la semina tradizionale, i costi aggiuntivi di manutenzione e ammortamento relativi alle macchine per l’aratura e i ripassi. In pratica ammortizzeremo la nuova seminatrice solo con il risparmio sul costo del gasolio.».

    Aumenta la fertilità del terreno

    Anche Lasala ammortizzerà in breve tempo il costo della seminatrice appena acquistata, una Laseminasodo Flora 3800 con tramoggia anteriore, portata da trattore con potenza da 150 Cv in su.

    «Questa seminatrice è dotata di organi di semina a falcioni, con ampiezza di lavorazione di 3,80 m, ma io ho voluto acquistare anche il gruppo semina di un’altra seminatrice Laseminasodo, la Disk 4600, con organi di lavorazione costituiti da dischi e ampiezza di lavorazione di 4,60 m, allo scopo di alternare i falcioni e i dischi a seconda del tipo di terreno sul quale dovrò seminare».

    Lasala, 43 anni, dispone di un’azienda di 200 ha coltivati a grano duro, orzo, avena, leguminose e foraggere. Non ha mai seminato su sodo, lo farà per la prima volta quest’anno. È quindi un “principiante”, ma con le idee chiare.

    «Intendo la semina su sodo come una tecnica per aumentare la fertilità del terreno, con l’ausilio delle cover crops, piante, come la senape bianca, provviste di un fittone che “lavora” e arieggia il terreno, capaci di bloccare, per competizione, l’emergenza e lo sviluppo di erbe infestanti e preziose fonti di sostanza organica. Conto perciò di organizzare così il mio piano colturale e la relativa tecnica: semina su sodo di cover crops, con seminatrice a falcioni, utili anche per pareggiare il terreno da eventuali imperfezioni o avvallamenti causati dalla mietitrebbiatrice e/o dal trattore che ha percorso il campo con l’irroratrice o l’atomizzatore; devitalizzazione delle cover crops con glifosate; semina su sodo della coltura principale, grano duro o leguminosa o foraggera, con la seminatrice a dischi. Voglio, infine, accoppiare la semina su sodo a quella di precisione, dotando il trattore portante la seminatrice di Gps per la guida assistita».

    Anche Lasala riuscirà ad ammortizzare in breve tempo la nuova “doppia” seminatrice. «L’ho pagata 72mila euro, tutti di tasca mia, poiché con il Psr Basilicata avevo già realizzato altri investimenti, ma li vale tutti in termini di vantaggi agronomici, rispetto dell’ambiente e risparmio economico. Comparando i costi che sostenevo con la tecnica tradizionale e quelli che sosterrò con la semina su sodo, risparmierò circa 150 €/ha e, sui 200 ettari totali, 30.000 €. Così ammortizzerò tutto in poco più di due anni! Per me è un ottimo risultato».

    Investimenti a prescindere dal contributo

    Di Vietri e Lasala hanno investito in macchine nuove perché sono imprenditori agricoli giovani e attivi, che guardano al futuro con fiducia.

    «Ora che la semina su sodo, sia in Puglia sia in Basilicata, gode di contributi per ettaro, per tutti è più facile investire - osserva Lasala -. Ma io, a prescindere dal contributo di 284 €/ha, che non guasta, avrei investito comunque nelle nuove seminatrici, perché voglio dare un indirizzo nuovo alla mia azienda».

    E Di Vietri concorda: «Il contributo in Puglia è di 372 €/ha: niente male, ma chi vuole investire non può appendersi a un contributo che oggi c’è e magari domani non più. La mia famiglia crede nella semina su sodo come viatico per un’agricoltura più moderna e redditizia». G.F.S.

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