L’import a dazio zero mette in ginocchio il riso italiano ed europeo

    dazio zero
    In un incontro presso il Copa-Cogeca confermata la necessità di procedere con la richiesta della clausola di salvaguardia.

    Sulla difesa del riso, le rappresentanze politiche italiane a Bruxelles fanno quadrato e assicurano il pieno appoggio «con un lavoro di squadra» che possa sostenere le ragioni di un mercato sempre più minacciato dalle massicce importazioni a dazio zero dal sud est asiatico.

    Le prospettive di mercato sono sempre più critici e sono il pallido riflesso di una partita che si gioca soprattutto in chiave comunitaria: sarà Bruxelles a decidere sulla clausola di salvaguardia e a stabilire le nuove regole sull’etichettatura obbligatoria che interesserà anche il riso a livello europeo. L’Italia fa da apripista con un provvedimento nazionale, ma cosa succederà in futuro nessuno può prevederlo. «Sostanzialmente si potrebbero aprire due fronti di dibattito: - azzarda Paolo Carrà, presidente dell’Ente Risi - da una parte chi sostiene l’obbligatorietà di indicare in etichetta l’origine del riso, dall’altra chi la vorrebbe a carattere volontario».

    Intanto nella capitale dell’Unione si è svolto il secondo forum europeo sul riso, a un anno dalla prima edizione “milanese” dove gli europarlamentari italiani hanno assicurato convergenza sui passi utili a fare uscire dalla crisi il mercato del riso italiano. Il nodo è manifesto: la crescita esponenziale delle importazioni a dazio zero consentite dagli accordi Eba (Everithyng but arms, tutto tranne le armi) hanno consentito a paesi come Myanmar e Cambogia di rovesciare sul mercato europeo quantitativi ingentissimi di riso, determinando dapprima il crollo delle quotazioni per le tipologie indica e, successivamente, la conversione verso le varietà japonica di oltre il 40% delle superfici destinate ai lunghi, che ha provocato anche il crollo delle quotazioni per il mercato dei risi da interno.

    Il vertice si è tenuto nella sede del Copa-Cogeca, con la partecipazione del segretario generale Pekka Pesonen. Al tavolo i produttori, i trasformatori e il mondo istituzionale degli otto paesi europei produttori.

    Dal dibattito sono emersi otto punti chiave:

    l’importanza di procedere nella richiesta della clausola di salvaguardia;

    la necessità della modifica dell’art. 29 del reg. Ue 978/2012;

    che venga considerata in modo davvero incisivo la specificità del riso nei negoziati internazionali e che tale specificità rientri nella futura programmazione della Pac;

    l’esigenza di un’efficace reciprocità di regole nell’utilizzo dei prodotti fitosanitari;

    la strategicità dell’indicazione sull’origine del prodotto;

    la predisposizione di misure eccezionali a sostegno del settore in crisi;

    l’istituzione un plafond specifico per il riso nell’ambito della promozione.

    Nei giorni precedenti al vertice, invece, si è registrata la visita in pianura padana di due rappresentanti della DG Trade: i funzionari inviati dal commissario Cecilia Malmström sono giunti al centro ricerche dell’Ente Risi a Castello D’Agogna per ascoltare e raccogliere le istanze dei produttori relativamente alla situazione di crisi e allo stato delle imprese. Dopo un primo incontro con la parte industriale, i rappresentanti del mondo agricolo hanno evidenziato come i prezzi di mercato siano ormai al di sotto dei costi di produzione, richiamandao la necessità di intervenire con urgenza e adottare la clausola di salvaguardia.

    Intanto l’Italia si muove, per il momento, a binario unico: dal 16 febbraio sarà in vigore l’etichetta obbligatoria d’origine per il riso venduto entro i confini nazionali. Cosa succederà dopo, in primis sul fronte dei prezzi, è un capitolo ancora tutto da scrivere.

    Quotazioni sempre più a picco

    Cinque anni senza nessun passo avanti, anzi. Prendendo in esame le medie di mercato riferite all’ultima annata agraria (2016-2017) e confrontandole con quelle del 2012-2013 (Borsa di Vercelli, risoni), si ha il polso di una situazione che appare sempre più preoccupante. Con l’eccezione del Carnaroli, la cui media appare stabile, (359,25 €/t dell’ultima media contro 350,44 di un quinquennio fa) e di pochi altri (Augusto, Loto), tutte le quotazioni hanno subito un calo drastico: da 247,22 contro 277,58 per il Balilla a 288,98 contro 292,31 per il Selenio. Cede pesantemente il Sant’Andrea, a 261,50 contro i 316,18 di cinque anni fa, e così pure il Baldo (344,95 contro 361,54). Ma le medie vanno confrontate anche con la forbice delle quotazioni che, in alcuni periodi dell’anno, è piuttosto ampia: l’anno scorso, a maggio (quando i quantitativi a disposizione, solitamente, si riducono) il Sant’Andrea era quotato 221 €/t, contro i 290 del 2012; il Roma 210 (contro i 301,25) e il Carnaroli 260 (contro i 377,50). Portando la ‘macchina del tempo’ a 10 anni fa, troviamo questi tre risoni, sempre a maggio, rispettivamente a 465, 482,50 e 485 €/t: sembra davvero un altro mondo…

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