RICERCA

Grano duro, ce ne vuole di più

Il progetto Ager ha fatto il punto sulla domanda in continuo aumento

Se la pasta flette sulle tavole degli italiani
alle prese con la crisi, è anche vero che
nel mondo vive da anni un aumento inarrestabile.
“Tutti i paesi asiatici e africani cominciano
a mangiar pasta per effetto dell’occidentalizzazione
dei consumi alimentari” spiega
Ercole Borasio già amministratore delegato
della società Produttori Sementi. Dunque
non solo couscous per il nord Africa né solo
riso per la Cina dove peraltro “i consumi sono
appena avviati”. Intanto crescono Stati Uniti e
Russia mentre l’Argentina è tornata alla produzione
di grano duro dopo che la fusariosi
ne aveva decretato l’estinzione”.

L’Italia resta in testa ai consumi medi mondiali,
26 kg/pro-capite/anno, mentre l’export
sale da nove anni con un balzo nel 2013 del
5,4% come ricorda Borasio.

Troppo poco grano duro per una domanda
mondiale in crescita è il vero problema: “Uno
scacchiere tanto vasto e articolato di consumatori
impone una sperimentazione ad
hoc, condotta in loco, dove occorre anche
produrre e trasformare aprendo stabilimenti”
continua Borasio, oggi tesoriere dell’Accademia
nazionale di agricoltura nonché organizzatore
di un convegno che ha fatto il punto
delle molteplici attività di ricerca svolte lungo
la filiera che va dal seme alla pasta grazie
ai finanziamenti, del progetto Ager (agroalimentare
e ricerca).

Un esempio di sperimentazione in loco è
quello della varietà Aureo, alta qualità (15,5 di proteine), nata nel 2009 grazie a un progetto
di filiera prossimo allo stabilimento di trasformazione:
“È coltivato senza irrigazione a differenza
delle varietà di punta prodotte nelle
zone desertiche come l’Arizona, “consuma”
anche meno CO2 grazie all’enorme riduzioni
dei costi di trasporto”.

Ma pasta vuol dire anche “uno dei principali
prodotti dell’eccellenza del made in Italy, perno
sia della cultura nazionale che della dieta
mediterranea - ha ricordato Giorgio Cantelli
Forti
presidente dell’Accademia nazionale di
agricoltura - La ricerca deve quindi puntare
anche su farine sicura e di qualità, che aiutino
a fornire tutti gli elementi nutritivi e nutraceutici
essenziali alla salute”.

“Nel nuovo millennio dovremo proteggere e
mantenere quel benessere che l’Oms definisce
come la condizione fisico-psicologica
che consente a ciascun individuo di esplicare
il suo massimo potenziale nella società” spiega
Silvana Hrella, nutrizionista dell’Università
di Bologna. Dunque fari della ricerca accesi
sulle molteplici virtù della pasta: “le fibre della
crusca a beneficio della salute intestinale (e
del sistema immunitario); i bioflavonoidi, potenti
antiossidanti molto presenti nelle cultivar
antiche e i peptidi fisiologicamente attivi
come la lunasina”.

Lo slogan di Barilla “Buono per te, buono per il pianeta” sposa questo approccio nutrizionale,
oltre alla sostenibilità che, come ricordato
Cesare Ronchi di Barilla: “va promossa a tutto
tondo investendo su tre livelli, economico,
sociale e ambientale”.

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