Biologico? Sì, ma dal seme

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Obbligo di usare materiali riproduttivi bio posticipato al 2036. Troppe deroghe scoraggiano ricerca e produzione. Serve la volontà (anche politica) di svoltare

Anche nel 2019 il settore biologico italiano è cresciuto, con un +2% di aziende agricole e un +1,8% di superfici dedicate rispetto al 2018. Le coltivazioni biologiche coprono un’area di quasi 2 milioni di ettari, poco più del 15% della Sau del Paese. Aumenta l’offerta e crescono i consumi: +4,4% in volume a giugno 2020 su base annua (dati Sinab), per un valore di 3,3 miliardi di euro.

La “fame” di sementi

Se i numeri descrivono un settore in buona salute, l’architettura del modello biologico presenta criticità. Tra queste la scarsa disponibilità di sementi “idonee”. Infatti, la normativa prevede l’impiego di materiali riproduttivi ottenuti con metodo biologico, i quali, però, sembrerebbero insufficienti a soddisfare la richiesta. Il problema era stato previsto dal legislatore europeo nella fase di avvio e di entrata a regime delle regole, stabilendo per un periodo transitorio la possibilità di utilizzare sementi convenzionali, purché non Ogm e non trattate con concianti non ammessi.

 

 

Se questa eccezione è stata chiesta dal mondo produttivo per non penalizzare gli agricoltori e non compromettere lo sviluppo del bio, l’effettiva crescita del settore avrebbe dovuto spingere l’offerta di sementi bio, secondo una regola base del mercato. L’aumento della domanda stimola l’offerta ad adeguarsi. Ma non è accaduto. Perché?

Traffico da dirigere

La causa principale, secondo il mondo sementiero, va cercata proprio nello strumento della deroga, o meglio nella modalità con cui è stato applicato finora. Le deroghe concesse si sono attestate stabilmente oltre il 90% delle richieste. Un livello tale da disincentivare le aziende a produrre e vendere sementi bio e investire nella ricerca di varietà più adatte alla produzione biologica.

L’abolizione delle deroghe era stata annoverata tra le grandi sfide che la nuova normativa europea avrebbe dovuto affrontare. Tuttavia, la partita sembra essere stata persa. Infatti, il Reg. Ue 2018/848 proroga il sistema derogatorio fino al 2036.

Un elemento operativo che potrebbe forse incidere sulla disponibilità di sementi biologiche è la nuova banca dati, affidata al Sian e attiva dal 2019. La gestione digitale ha lo scopo di facilitare l’incontro tra domanda e offerta, ma suddivide anche le specie in tre liste colorate: verde, giallo e rosso. La gestione delle deroghe dovrebbe funzionare come un semaforo, in base alle disponibilità registrate in banca dati. La concessione della deroga sarebbe automatica per le sementi delle specie inserite nella lista verde, soggetta a una verifica per quelle nella lista gialla e vietata per quelle in lista rossa. Quest’ultima è rimasta vuota per quasi due anni. Di recente però, il Mipaaf ha comunicato che dal 1° gennaio 2021 erba medica e trifoglio alessandrino saranno inclusi in lista rossa, quindi stop alle deroghe. Altre specie potrebbero essere aggiunte a breve.

Le soluzioni

Al di là degli strumenti potenzialmente in grado di limitare le distorsioni del mercato, forse bisognerebbe prima intendersi su quali sementi l’agricoltura biologica chiede. Se il sistema dovesse privilegiare materiali come le varietà locali e da conservazione, le popolazioni e i materiali eterogenei, nonché la vendita diretta tra agricoltori, si rischierebbe di escludere la maggior parte delle produzioni specializzate e delle varietà più performanti frutto dell’attività di breeding. Il commercio di queste ultime poggia invece su concetti distanti da quelli citati e ben definiti: registro delle varietà, controlli e certificazione ufficiale, utili a dare maggiori garanzie agli agricoltori.

Resta da verificare la volontà del settore di andare oltre il meccanismo delle deroghe. La sensazione è che sia scarsa. Una politica sementiera che dia una visione con precisi obiettivi di sviluppo è una proposta interessante. Tra le misure da adottare l’introduzione del concetto di “ordine preventivo”, per cui l’agricoltore otterrebbe la deroga solo se la ditta alla quale ha chiesto per tempo le sementi, non riesca a fornirle. Inoltre, ridurre la possibilità di derogare i soli materiali ritenuti più idonei al metodo biologico e quelli di più recente introduzione, per concedere il tempo alle aziende di produrli anche bio, sembrano soluzioni promettenti per ottenere risultati tangibili e arrivare finalmente ad avere prodotti pienamente biologici fin dall’origine: il seme.

Biologico? Sì, ma dal seme - Ultima modifica: 2020-12-16T11:24:19+01:00 da Simone Martarello

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