L’intervista sopra le righe: «Gli agricoltori diventino un po’ industriali»

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Per valorizzare il grano duro occorre trasformarlo in loco. Con dimensioni adeguate e l’aggregazione fra imprese agricole a fare da collante

Centocinquanta ettari a seminativo sulle colline di Ancona. Una vis polemica non indifferente. Ancora tanta voglia di fare per valorizzare produzioni e territorio marchigiani. Una passione per il grano duro, che mette in rotazione con girasole e proteoleaginose. E un’idea in testa da portare avanti.
Si presenta così Marino Mosconi, agricoltore che non vuole stare fermo e non vuole che accada alla coltivazione chiave dell’area, il grano duro appunto, quello che è accaduto alla barbabietola da zucchero, letteralmente sparita in un decennio.
«Qui – è l’acchito di Mosconi – non ci sono alternative percorribili al grano duro. Un po’ perché il territorio è quello che è e la frutticoltura è praticamente inesistente. Ma soprattutto perché queste aree sono davvero vocate alla coltivazione del grano duro. Sia sul fronte della qualità, che in quello delle rese».

Niente nicchie? «Né grani antichi. Vorrei essere proprio il sostenitore delle ‘non-nicchie’. Perché come diceva Henry Ford nel campo della meccanizzazione “a star rannicchiati si sta scomodi…”. Le Marche – continua Mosconi – sono il terzo distretto nazionale del grano duro, dopo Puglia/Basilicata e Sicilia, con oltre 100mila ettari coltivati e una produzione attorno alle 500mila tonnellate. E la quota di seminativi sul totale della superficie agricola utilizzata è la più alta d’Italia: il 78%. Eppure in tutta la Regione sono praticamente inesistenti molini/semolifici e pastifici. Servono strutture, indispensabili per valorizzare le produzioni. Strutture che devono essere controllate e gestite dagli agricoltori».

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I terreni di Mosconi sulle colline di Ancona

I costi di una visione

Ma l’agricoltore si può aggregare? A che costi? «Bisogna ragionare allargando un po’ gli orizzonti. Io ho 150 ettari, qualcuno dice che non sono pochi. Invece così non vado da nessuna parte. E nemmeno con 500 ettari si può pensare alla trasformazione. Ma – prosegue Mosconi – se si mettono insieme, diciamo, dai 4mila ettari in su si può pensare a una società in grado di realizzare un molino e un pastificio, che trasformi sul territorio e che collochi le produzioni in quel territorio.

I costi? Mah, l’investimento per un mulino/pastificio può essere valutato in circa 5 milioni di euro: ebbene, con un Psr che può arrivare a darti fino al 40% a fondo perduto si coprirebbero 2 milioni, 1 milione lo si chiede a mutuo agli istituti bancari e i restanti 2 milioni dovrebbero provenire dagli agricoltori: ipotizzando quei 4mila ettari di cui si parlava prima, si tratterebbe di un investimento di 500 euro per ogni ettaro interessato. Per un progetto, per una visione, per la creazione di una società che possa dare ricchezza all’ambiente in cui si lavora».

Lo scoglio rimane quello di mettere assieme gli agricoltori «Convengo. Ma perché non crederci? Di diversificazione qui non si può parlare. Molti – me compreso – hanno perso il treno del fotovoltaico. Qualcuno quello del biogas. E non voglio pensare che il mio futuro possa essere quello di passare… al favino. Che costa poco, ma rende meno. Gli agricoltori continuano a essere criminalizzati, ma si dovrebbe andare a guardare altrove: a quegli urbanisti che hanno concesso di costruire ovunque, di consumare il suolo senza ritegno. Mentre oggi per diserbare in fascia devo stare attento alle zone di rispetto, ai metri di distanza che ho da una villetta a schiera fuori contesto o da un capannone industriale a due passi dal mio campo».

Non bio ma bia

L’attenzione all’ambiente diventa meno importante? «Invero – ragiona Mosconi – è l’esatto contrario. Abbiamo quasi ucciso l’ambiente in cui viviamo. Dobbiamo provare a farlo resuscitare. Ma non con il bucolico a oltranza, né con i talebani del bio. Io sono un agricoltore bia (a basso impatto ambientale) da ormai un ventennio. Faccio semina su sodo da 15 anni, con il ripuntatore che ha sostituito in toto l’aratro. Però bisogna riconoscere che le aziende strutturate, poche percentualmente, ancora oggi realizzano l’80% della produzione. E, invece, si continua a sparare su queste».

Ma se lei fosse ministro… «Non esiste questo rischio perché non sono accomodante, dote necessaria in politica. In ogni caso, ricollegandomi alle dimensioni, la prima mossa che farei sarebbe controcorrente: incentivare le imprese agricole strutturate e grandi, separandole da quelle piccole aziende che entrerebbero solo nel mondo dell’hobbysmo. E sostenere con iniziative specifiche quelle imprese che producono ciò che mangiamo: in primis latte, frumento, riso e frutta. Poi mais per gli allevamenti. Consolidiamo questi comparti e pazienza se qualche nicchia sparirà».

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Sovranismo alimentare

Lei che si chiama Mosconi… può essere in linea con un sottosegretario Pesce e un Gallinella presidente della Commissione agricoltura alla Camera? «Al di là della battuta ‘animale’ – conclude Mosconi – è presto per dare un giudizio sui nuovi arrivati al governo. Certo su un cambiamento sono in linea: la tutela delle nostre produzioni deve essere prioritaria e va ottenuta spingendo su quello che mi piace definire sovranismo alimentare. Proviamo a produrci gran parte di quello che ci troviamo sulle nostre tavole. Non tutto, non c’è bisogno di autarchia. Ma qualcosa di più di quello che facciamo ora si può davvero ottenere»

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