Colture protette in fuori suolo, i vari substrati rispondono in modo diverso

    La noce di cocco, dopo l’estrazione della parte più interna, è pronta per la lavorazione
    Le indicazioni degli specialisti dell’Ersa Friuli e della società Laurus. Tengono perlite e lana di roccia, ma in Sicilia e soprattutto nelle aziende di piccole e medie dimensioni. Cresce l’utilizzo della fibra e del midollo di cocco.

    Lana di roccia e perlite vengono preferiti dalle aziende che dispongono di moderne strutture e di impianti di alta tecnologia, soddisfacendo così le esigenze complesse della coltivazione su tali substrati. Invece la fibra e il midollo di cocco vengono scelti soprattutto da aziende medio-piccole, dotate di strutture e impianti adeguati per la coltivazione su suolo, ma utilizzabili anche per quella fuori suolo: la maggiore somiglianza fra la gestione del terreno normale e quella della coltivazione su cocco spinge infatti gli agricoltori neofiti della tecnica del fuori suolo, o che non dispongono di un servizio di assistenza tecnica, a fare ricorso in prima battuta proprio alla fibra di cocco.

    Nella scelta del substrato per le coltivazioni fuori suolo, fra lana di roccia, perlite e cocco (i tre più utilizzati), il discrimine passa attraverso complessi criteri economici e tecnici. Che però partono sempre dalla storia e dalla struttura dell’azienda e dalle competenze dell’agricoltore. Lo sostengono Costantino Cattivello, coordinatore della sperimentazione agronomica sulle specie erbacee presso l’Ersa Friuli Venezia Giulia, e Giovanni Nicotra, agronomo di Laurus srl Servizi avanzati per l’agricoltura, specialista del fuori suolo.

    «Nell’approccio alla tecnica del fuori suolo – spiega Costantino Cattivello – agricoltori e tecnici hanno sperimentato numerosi substrati per individuare quelli più adatti a ogni particolare situazione colturale. Alcuni fra i primi utilizzati, dopo circa 30 anni di applicazione, vengono ancora adottati, altri sono ormai desueti, come le lastre di poliuretano impiegate in Belgio anni fa, altri ancora sono stati introdotti di recente».

    Substrati organici

    La torba di sfagno pura è stato il materiale organico più usato in passato per preparare substrati, «grazie a caratteristiche importanti come l’omogeneità, l’elevata capacità di assorbimento idrico, la buona aerazione, la stabilità strutturale, che consente di mantenere le caratteristiche fisiche del substrato sufficientemente costanti nel tempo, il limitato apporto di elementi nutritivi, che non modifica il piano di concimazione prestabilito, il pH acido, facilmente modificabile a seconda delle esigenze colturali, l’assenza di sostanze fitotossiche. Attualmente la torba trova impiego in miscela con perlite o fibra di cocco, per la coltivazione della fragola su sacchi».

    Altro potenziale substrato è la posidonia, «ma è necessario che si crei una filiera che ne operi la stabilizzazione, il lavaggio e l’insacchettamento. I relativi costi finora ne hanno, di fatto, bloccato lo sviluppo».

    Fibra di legno: sono stati compiuti diversi tentativi di impiegarla come substrato, ma con risultati altalenanti. «La fibra di legno è potenzialmente interessante e può originare una filiera certificata, ma presenta diversi problemi: con il tempo perde stabilità microbiologica e tende a compattarsi, peggiorando il proprio profilo fisico. Meglio va come materiale drenante in vasi».

    Substrati inorganici

    Anche fra i substrati inorganici non mancano difficoltà e problemi, osserva Cattivello. «Il lapillo e la pomice sono materiali porosi di origine vulcanica, molto leggeri: non hanno una composizione costante, sia per granulometria sia per caratteristiche chimico-fisiche, e con il tempo tendono a diventare più fragili e a frantumarsi, per cui vengono sempre meno adoperati. Problemi che presenta anche l’argilla espansa, impiegata o da sola in sacchi preconfezionati per ortaggi oppure sfusa in canalette per la coltivazione di rose o ancora in miscela con fibra di cocco, in canalette per ortaggi o in vasi per gerbera, ma, di fatto, non molto utilizzata».

    Trova invece sicuramente maggiore impiego la perlite, da sola o in miscela con torba o fibra di cocco. «La perlite assicura una buona capacità di drenaggio e di ossigenazione; è inerte, quindi non trattiene elementi circolanti nella soluzione nutritiva; è stabile nel tempo e pertanto non si frantuma facilmente. Presenta quindi caratteristiche che la rendono idonea alla coltivazione fuori suolo».

    La lana di roccia

    Il substrato inorganico più utilizzato nel fuori suolo, sottolinea Cattivello, rimane senza dubbio la lana di roccia, «che si apprezza per più ragioni: è inerte (la leggera alcalinità si esaurisce in breve tempo); è esente da qualsiasi patogeno radicale poiché viene prodotta riscaldando la roccia madre ad altissima temperatura; è confezionabile in lastre di diverse dimensioni. Tuttavia la lana di roccia, come e più della perlite, richiede elevata professionalità: proprio per la sua inerzia chimico-fisica non ammette errori di sorta nella composizione della soluzione nutritiva, che deve essere perfetta».

    Il cocco

    Perlite e lana di roccia, oltre a richiedere elevate competenze professionali, pongono però il problema dello smaltimento, in quanto sono considerati rifiuti speciali. «Un problema invece che non esiste per il cocco (fibra, midollo, cippato), che ha acquistato sempre più spazio nella preparazione dei substrati per le coltivazioni fuori suolo, sostituendo in parte sia la torba sia la lana di roccia. Inoltre il cocco viene preferito da chi è alle prime armi con il fuori suolo, poiché aiuta a correggere naturalmente eventuali errori nella composizione della soluzione nutritiva. Il cocco permette risparmi di acqua e fertilizzanti rispetto ai substrati “industriali” in virtù di un minor numero di turni irrigui giornalieri. Poi tollera meglio eventuali scompensi idrici o valori anomali di conducibilità elettrica e pH».

    In Sicilia

    In Italia gran parte delle coltivazioni fuori suolo è concentrata in Sicilia, dove negli ultimi cinque anni si è molto diffuso l’utilizzo di lastre in fibra e midollo o midollo e cippato di cocco. Lo conferma Giovanni Nicotra: «Il cocco è il substrato che meglio si adatta al contesto della Sicilia, dove vengono coltivati fuori suolo circa mille ettari, peraltro in crescita, concentrati soprattutto nella parte sud-orientale dell’isola. La zona costiera ragusana e parte di quella siracusana sono molto vocate per la coltivazione orticola in ambiente protetto e vantano le esperienze più significative nell’applicazione della tecnica del fuori suolo. La superficie indicata viene destinata per oltre il 90% a pomodoro, in particolare delle tipologie ciliegino, datterino e piccadilly, meno di altre come rosso a grappolo, cuore di bue e pomodoro verde, e per il 10% a fragola (principalmente nella zona di Marsala), melone, melanzana, cetriolo e peperone».

    In Sicilia molte aziende agricole passano al fuori suolo per evitare di sterilizzare il terreno, per la disponibilità limitata dell’1,3-dicloropropene come nematocida. «Ma la crescita del fuori suolo è dovuta anche alla diffusione del cocco come mezzo di coltivazione: rispetto ai substrati utilizzati fino a 4-5 anni fa, principalmente lana di roccia e perlite, ormai in netto ribasso, la fibra di cocco permette una gestione più semplice, più simile al terreno, inoltre questo substrato organico è in grado di “tamponare” eventuali errori in fase di irrigazione e fertirrigazione. L’impiego del cocco e l’adozione di sistemi di fertirrigazione molto semplificati hanno permesso di svincolare il fuori suolo dalla tecnologia delle serre, infatti ora viene praticato anche da aziende agricole tradizionali, con strutture semplici e senza riscaldamento. È interessante evidenziare, poi, che le piantine per il fuori suolo sono di solito propagate su torba, che ben si adatta alla fibra di cocco; ma recenti esperienze hanno evidenziato che la propagazione su cubetto di cocco garantisce alla pianta una partenza più pronta e una struttura più efficiente».

    La fibra e il midollo di cocco derivano dalla parte esterna e mediana della noce di cocco.

    «Le fibre più corte sono un prodotto di scarto che vanno a costituire la cosiddetta fibra di cocco, che si distingue in tre formati: fibra propriamente detta, la parte filamentosa; midollo o “torba di cocco”, la parte spugnosa del mallo ridotta in forma pressoché polverulenta; chips, lunghi circa un centimetro e derivanti da una lavorazione grossolana del tessuto spugnoso. A seconda di come questi tre formati vengono lavorati si possono ottenere diverse tipologie di lastre o mattonelle o briquette di cocco. In generale la fibra e il midollo di cocco si avvicinano molto al terreno, dal punto di vista della gestione idrica e nutrizionale, per cui per l’agricoltore è più facile operare con questi».

    La fibra di cocco non è un substrato completamente inerte, sottolinea Nicotra. «Infatti contiene sali e libera sodio e potassio, ma ciò in realtà non costituisce un vero problema, poiché nella zona sud-orientale della Sicilia si utilizzano acque più o meno salmastre, che gli agricoltori riescono a gestire con soluzioni nutritive ben equilibrate. La fibra di cocco ha infine il vantaggio di non avere problemi di smaltimento, alla fine del ciclo colturale la si può tranquillamente amalgamare al terreno, come ammendante che apporta sostanza organica. Invece la lana di roccia e la perlite devono essere smaltite come rifiuto speciale, con i relativi costi».

    Substrati per le coltivazioni fuori suolo
    Materiali organici % Materiali inorganici o sintetici %
    Cocco 80 Lana di roccia 60
    Torba 20 Perlite 30
    - - Altri materiali 10
    Totale 100 Totale 100
    Fonte: C. Cattivello, 2018

    Floating system ed Nft, un boom mancato

    Sorte con grandi aspettative, le tecniche del floating system e dell’Nft oggi sono molto meno utilizzate rispetto ai loro esordi, rileva Cattivello.

    «Il floating system è un sistema fuori suolo messo a punto negli anni ’80 in Brasile per la produzione in vivaio di piantine di tabacco e poi convertito alla coltivazione di insalate da taglio (lattughino, rucola, radicchietto, basilico, ecc.). Non utilizza il terreno come substrato di coltivazione, ma prevede l’impiego di vasche impermeabili, rivestite in materiale plastico, riempite con una soluzione nutritiva completa di macro e microelementi, per un’altezza variabile fra i 20 e i 30 cm, che viene arieggiata mediante il ricircolo a intermittenza. Sulla soluzione nutritiva galleggiano contenitori alveolati di polistirolo, provvisti di fori, ad alta densità, che fungono da supporto per le piante in coltivazione. I limiti di tale tecnica sono diversi, come ad esempio lo sviluppo di alghe e talvolta di patogeni, che causano problemi fitosanitari di non facile controllo, e la difficoltà in estate di assicurare una buona ossigenazione, poiché la solubilità dell’ossigeno scende con l’aumento della temperatura dell’acqua».

    Anche l’Nft (Nutrient film tecnicque, cioè tecnica del film nutritivo) non ha fatto registrare il boom che ci si aspettava. «Questo è un sistema idroponico in cui le radici delle piante si nutrono grazie a un sottile strato di soluzione nutritiva che scorre continuamente sul fondo della zona radicale. Il limite più evidente è la poca stabilità delle piante, per assenza di argilla espansa o di un substrato dentro cui le radici possano fare presa».

     

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