La Pac può essere… stupefacente

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I contributi Pac sono come la droga: più ne ricevi, più ne sei dipendente. I sostegni servono alle imprese ed è giusto e necessario che vengano erogati per sostenere il reddito a vantaggio del ruolo ambientale degli agricoltori, ma non devono spingere all'immobilismo. L'editoriale di Angelo Frascarelli al numero 37 di Terra e Vita

La colpa è dei contributi della Pac e del Psr che sono pochi e arrivano in ritardo; la colpa è delle regole della Pac, che sono sbagliate; la colpa è dei politici che non sostengono l’agricoltura. Capita spesso di sentire queste lamentele da parte degli agricoltori.

È tutta colpa della Pac e dei politici!

Gli agricoltori non sanno quale coltura introdurre nell’ordinamento aziendale? È colpa della politica.
Aumentano i vincoli ambientali, sanitari, di sicurezza del lavoro? È colpa della politica.
Calano i prezzi agricoli e la redditività delle produzioni diminuisce? È colpa della politica.

Ma è proprio così?

Chi sono gli agricoltori che si lamentano di più? Quelli che ricevono molti contributi dalla Pac e dalle misure agroambientali del Psr. All’opposto, l’agricoltore che riceve meno contributi è meno lamentoso, più protagonista e più ottimista. Allora si può concludere che, per molti agricoltori, i contributi della Pac sono come la droga; più ne ricevi, più ne sei dipendente, non ne puoi fare a meno, ne hai bisogno sempre di più!

Se non arrivano i contributi della Pac, non si pagano i mezzi tecnici, non si paga il contoterzista, non si va avanti. Molti agricoltori partono dall’assunto – sbagliato – che solo i cambiamenti della Pac condizionano le imprese agricole, come se tutto il resto (la tecnologia, i consumi alimentari, i prezzi dei prodotti e dei mezzi produttivi, le relazioni di filiera, ecc.) non fossero importanti e non subissero alcuna variazione. In realtà, così non è, perché gli eventi che condizionano il settore agricolo sono in continuo ed accelerato mutamento, soprattutto le tendenze del mercato.

I gravi ritardi nell’erogazione dei contributi della Pac – fenomeno che ha caratterizzato gli ultimi tre anni (negli ultimi sei mesi va un po’ meglio) – hanno messo a nudo una situazione consolidata da decenni: l’insostenibilità economica di molte imprese agricole, la difficoltà a introdurre innovazioni, la scarsa competitività di molte produzioni, l’inclinazione degli agricoltori a dare la caccia ai contributi anziché orientarsi al mercato, l’incapacità di intraprendere un percorso virtuoso di riorganizzazione delle imprese agricole, la difficoltà a comprendere i cambiamenti della società, da cui deriva una nuova agricoltura.

Gli agricoltori non hanno capito che sono cambiati gli obiettivi della Pac e, di conseguenza, le ragioni per cui ricevono un sostegno pubblico. Qui c’è stato il vero errore della politica: non essere stata chiara nel passaggio della fine dell’intervento sui mercati al sostegno ai beni pubblici.

Per molti agricoltori i contributi della Pac sono diventati una droga (più ne ricevi, più ne hai bisogno) che hanno avuto l’effetto deprecabile di alimentare l’immobilismo delle imprese. Di conseguenza le imprese continuano a fregarsene del mercato e vanno sempre più alla caccia di aiuti pubblici.

I fondi della Pac servono alle imprese ed è giusto e necessario che vengano erogati per sostenere il reddito a vantaggio il ruolo ambientale degli agricoltori, ma per molti agricoltori i fondi della Pac rappresentano quel filo d’ossigeno che allunga l’agonia, ma la morte dell’impresa è comunque certa.

L’impresa agricola non deve vivere di Pac, ma di efficienza e di mercato. L’assistenzialismo della Pac è diventato una droga per molti agricoltori ed è il primo nemico dello sviluppo.

È necessaria una “cultura d’impresa” e un efficiente sistema agricolo italiano, invece di piangere sui contributi della Pac.

Editoriale al numero 37 di Terra e Vita

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1 commento

  1. Forse c’è un fondo di verità in questo articolo. Ma vorrei rammentare al Prof. Frascarelli che ormai gli agricoltori dipendono dalla PAC in quanto un agricoltura debole e che deve sottostare ad accordi da scempio firmati dai governi precedenti non resta altro che l aiuto comunitario. In Italia purtroppo lo scenario commerciale è fatto di imprenditori che guardano a catturare gli obbiettivi posti dalla CEE con maggior voracità di noi agricoltori ( vedasi le filiere dei cereali) Per non parlare di quanto la qualità da noi prodotta sia immolata a scapito di importazioni poco controllate e prodotte in assenza di disciplinari produttivi. Quindi carissimo Prof Frascarelli forse sarebbe più opportuno controllare a monte o magari nelle sedi dove si decidono le sorti di interi comparti compreso quello agricolo. Di conseguenza a questo articolo penso che suscitiate parecchio malcontento tra gli agricoltori in quanto già siamo vessati a sufficenza.

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