Analisi

L’olio italiano deve puntare su qualità e origine

La Spagna sta approfittando delle dinamiche di mercato meglio del nostro Paese. Necessario agire su tutela paesaggistica, ammodernamento e comunicazione al consumatore

Anche la campagna in corso conferma le profonde contraddizioni che segnano il comparto dell'olio di oliva. Lo scenario mondiale dimostra che a fronte di nuovi investimenti produttivi, anche in nuove aree molto distanti dall'originario bacino del Mediterraneo, i consumi mondiali crescono e si spostano sempre più sul segmento dell'extravergine. Un settore quindi in equilibrio dove dovrebbe valere la legge della domanda e dell'offerta. Eppure, mai come quest'anno sui grandi mercati dell'Andalusia è stato così ridotto il differenziale di prezzo tra olio extravergine, olio lampante e olio di oliva raffinato. Una manciata di centesimi dividono categorie di prodotto che hanno notevoli differenze dal punto di vista qualitativo, nutrizionale e sensoriale, nonché costi di produzione profondamente diversi.

A questo trend ha contribuito la vicenda del Gruppo Sos dei fratelli Salazar. Il gruppo, che nel nostro paese, attraverso i marchi Carapelli, Bertolli e Sasso, controlla quasi il 40% del mercato dell'olio di oliva e poco meno del 30% di quello degli oli extravergini, ha vissuto lo scorso anno una fortissima crisi finanziaria e ha agito per aumentare i margini di profittabilità con acquisti di prodotto a bassissimo prezzo. Una scelta che ha immediatamente condizionato i comportamenti delle altre industrie di confezionamento, tenendo conto della sua posizione dominante sul mercato.

La Spagna è più dinamica
Secondo i dati diffusi dall'annuario ESG89, oltre il 50% delle imprese di confezionamento ha chiuso il bilancio del 2009 con un incremento dei volumi di fatturato e sopratutto con maggiori profitti. Il valore delle esportazioni ha superato quello delle importazioni con un avanzo positivo di 12 milioni di euro. Le imprese confezionatrici nel nostro Paese non sembrano però aver colto tutte le opportunità nella crescita dei mercati mondiali. Secondo l'Ismea, negli ultimi anni la Spagna, con un prodotto fortemente standardizzato e omologato, ha conquistato oltre il 50% dell'export mondiale dell'olio di oliva. Mentre l'Italia ha visto la sua fetta assottigliarsi al 24%.
Nell'ultimo anno questa tendenza è ancora più evidente: le esportazioni di olio spagnolo hanno registrato un aumento del 5% in quantità a fronte di una flessione del 3% di quelle italiane.
La Spagna si sta rivelando molto più dinamica di noi nel conquistare nuove aree di consumo, soprattutto nel popoloso bacino asiatico dalla Corea alla Cina, dall'India a Singapore. Così come avviene in Russia e Brasile. La strategia spagnola, nonostante le gravi difficoltà del Gruppo Sos, si fonda su precise scelte: bassi costi di produzione grazie a una forte azione di ammodernamento e razionalizzazione degli impianti produttivi, forte standardizzazione del prodotto attraverso la riduzione delle varietà coltivate a 4-5, riduzione dei costi di trasformazione con forte concentrazione dei frantoi oleari a poco più di 1.500 a fronte dei 6.000 italiani. E una commercializzazione in mano a 4-5 gruppi con il controllo non solo del mercato spagnolo ma anche di parte di quello italiano e portoghese.

Quale strategia alternativa per il made in Italy?
Il nostro Paese è caratterizzato da un sistema olivicolo diverso da quello spagnolo per tipologia delle aziende, alto numero delle varietà coltivate, qualità degli oli extravergini che ne derivano, forte richiamo della vendita diretta al frantoio e in azienda, che continua a rappresentare in Italia oltre il 30% del canale di vendita.
La recente normativa sul made in Italy ha spostato in maniera significativa i consumi verso l'extravergine di produzione nazionale, facendogli compiere un notevole balzo in avanti anche presso la grande distribuzione. Si tratta quindi di puntare a una precisa strategia di qualificazione della nostra produzione attraverso l'adesione a un disciplinare dell'alta qualità italiana in grado di garantire al consumatore una doppia certezza: la qualità e l'origine del prodotto.

Un percorso che può oggi contare sulle notevoli risorse che attraverso i Psr, i programmi del Reg. 867/08 e di quelli della promozione, possono arrivare al settore e non vanno disperse. A questo fine potrebbe concorrere, insieme a un'efficace campagna di controlli e repressione delle frodi, quel Piano di settore che il Mipaaf ha predisposto raccogliendo il parere favorevole della Conferenza Stato Regioni. Il Piano potrebbe fungere da cabina di regia per la finalizzazione delle risorse destinate al settore verso tre grandi obiettivi: la tutela paesaggistica-ambientale degli oliveti storici e caratteristici del territorio, l'aumento della competitività attraverso l'ammodernamento delle strutture produttive di trasformazione e la comunicazione al consumatore anche attraverso il coinvolgimento dei canali horeca, delle scuole e degli esperti in nutrizione e dietologia.

L’olio italiano deve puntare su qualità e origine - Ultima modifica: 2010-09-20T10:57:46+02:00 da Terra e Vita

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