La strategia energetica nazionale trascura le rinnovabili

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Biogas, biometano e sequestro del carbonio rischiano di rimanere un'occasione mancata per contribuire a raggiungere gli obiettivi dell'accordo di Parigi sul clima. L'analisi degli Stati generali della green economy

Mancanza di un raccordo tra la Sen (Strategia energetica nazionale) e il processo di elaborazione del Piano nazionale energia e clima e un sostanziale disallineamento con gli obiettivi posti dall’Accordo di Parigi; un quadro troppo ottimistico sull’efficienza energetica e le fonti rinnovabili. Queste alcune osservazioni sulla nuova Sen presentate, quale contributo alla consultazione, dal Gruppo di lavoro Politiche climatiche ed energetiche, composto da oltre 50 tra esperti e rappresentanti di associazioni di diversi settori, nell’ambito del processo partecipativo degli Stati generali della green economy. Il documento inoltrato al ministero dello Sviluppo economico rappresenta una piattaforma condivisa per una serie di proposte sulla Sen e anche alcune indicazioni per il futuro Piano nazionale energia e clima.

Tra le osservazioni quella che riguarda il ruolo del comparto forestale e agro-zootecnico che nella Sen risulta marginale ma che, invece, presenta potenziali importanti, legati ad esempio alla filiera del biogas/biometano o alla capacità di assorbimento della CO2.

In particolare il disallineamento della Sen con l’accordo di Parigi sul clima, appare evidente nella scelta di un orizzonte temporale di poco più di un decennio, che non consente di valutare in modo adeguato la compatibilità di investimenti ritenuti strategici nella transizione energetica, a cominciare da quelli sulle infrastrutture. Inoltre, sottolinea il Documento del gruppo di lavoro, l’adozione dei target del Pacchetto europeo clima ed energia, che è già oggi insufficiente a conseguire gli obiettivi di Parigi, porta a sovrastimare il carbon budget realmente disponibile per l’Italia. Secondo il Documento, per limitare l’aumento della temperatura media globale tra 1,5 e 2°C rispetto al periodo pre-industriale le emissioni italiane di gas serra dovrebbero dimezzarsi tra il 1990 e il 2030, mentre lo scenario di riferimento utilizzato nella Sen prevede un taglio del 30% (oggi il taglio conseguito è già di circa il 20%).

Il documento critica anche le valutazioni ottimistiche fatte in materia di efficienza energetica e fonti rinnovabili. Sul lato dell’efficienza si fanno continui riferimenti al fatto che l’Italia, che ha valori di intensità energetica (ossia quantitativi di energia consumata per unità di Pil) inferiori agli altri partner europei, sia già a buon punto. Ma, considerando anche le differenze in termini di clima o di struttura produttiva, e guardando non solo al valore assoluto ma agli avanzamenti compiuti negli ultimi anni, l’Italia in realtà farebbe peggio della media e delle altre principali economie europee. Per quanto riguarda le rinnovabili, i buoni risultati raggiunti, più volte richiamati dalla Sen, sono in realtà messi in crisi da quanto accaduto negli ultimissimi anni, con un forte rallentamento nella crescita di queste tecnologie che addirittura, nel settore della produzione elettrica, ha portato per la prima volta nella storia recente a un calo della produzione rinnovabile e a una ripresa di quella da fonti fossili, con le emissioni che sono passate da 309 gCO2eq nel 2014 a 331 nel 2016). Il Documento chiede, pertanto, di puntare a obiettivi più ambiziosi, in linea con gli impegni di Parigi, e pari a un taglio dei consumi finali di energia del 40% rispetto allo scenario tendenziale e ad almeno il 35% di rinnovabili. Per conseguire tali obiettivi dagli Stati generali arriva la proposta di attivare un fondo nazionale per la transizione energetica, alimentato da un processo di riallocazione degli incentivi ambientalmente dannosi e da un meccanismo efficace di carbon pricing. Per quanto riguarda gli strumenti di promozione dell’efficienza energetica, quelli attuali andranno resi più efficaci e armonizzati per riuscire a promuovere la riqualificazione profonda degli edifici, sfruttare il potenziale significativo ma ancora inespresso del terziario e dell’industria e sviluppare la mobilità sostenibile e sistemi di trasporti più efficienti.

 

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