Sotto le volte vetrate del Jacob K. Javits Convention Center, affacciato sull’Hudson, il linguaggio universale del cibo si fa ogni anno più politico. Il Summer Fancy Food Show, la più importante vetrina nordamericana dedicata alle specialità alimentari, richiama decine di migliaia di buyer, distributori e semplici appassionati da ogni angolo degli Stati Uniti. Tra gli stand, sono ancora una volta i colori, i profumi e i sapori dell’Italia a catalizzare l’attenzione generale e il Made in Italy agroalimentare conferma, edizione dopo edizione, un fascino che il mercato più esigente e sofisticato del mondo non sembra destinato a esaurire.
Qui incontriamo Marco Peronaci, Ambasciatore d’Italia negli Stati Uniti dal settembre 2025, alla guida di una delle sedi diplomatiche più strategiche e complesse a disposizione del Sistema Italia. Diplomatico di lungo corso, con una carriera costruita in decenni di negoziati europei e internazionali, Peronaci ha impostato in questi primi mesi di mandato un’agenda fitta di incontri istituzionali, visite sul territorio e iniziative di sistema, con un obiettivo dichiarato: rafforzare la presenza italiana negli Stati Uniti non solo sul piano politico, ma soprattutto su quello economico e culturale. Ritrovarlo oggi a New York, alla guida della sede diplomatica più strategica per il Sistema Italia, è la misura di un percorso coerente, oltre che l’occasione per un bilancio su una missione che si gioca su un mercato di oltre 330 milioni di consumatori e sulla prima economia del mondo — la frontiera più ambiziosa, e più preziosa, per le imprese italiane.
Ambasciatore, il Summer Fancy Food Show ha confermato ancora una volta quanto il Made in Italy sia apprezzato dal mercato americano. Dopo questo primo anno a Washington, che fotografia scatta oggi della presenza italiana negli Stati Uniti?
Ritengo che sia pienamente positiva: il Made in Italy negli Stati Uniti non è solo un insieme di prodotti eccezionali, ma è anche un patrimonio di qualità, identità, innovazione e affidabilità, che ci viene riconosciuto. Come abbiamo avuto modo di constatare anche al Summer Fancy Food Show, il consumatore americano nel settore agroalimentare guarda sempre di più al valore dell’autenticità italiana, della nostra cultura e della capacità delle imprese italiane di coniugare tradizione e modernità.
Questa edizione ha avuto inoltre un significato particolare perché si è svolta dopo il riconoscimento della Cucina Italiana quale Patrimonio Culturale Immateriale dell’Umanità dell’Unesco. È un traguardo che rappresenta un importante strumento di promozione internazionale del nostro modello alimentare, dei territori, delle filiere e delle produzioni che lo rendono unico. È anche un riconoscimento che offre nuove opportunità per raccontare il valore autentico del Made in Italy anche su questo mercato.
La presenza italiana negli Stati Uniti si mantiene forte, dinamica e sempre più radicata, grazie anche alla presenza in questo paese di una grandissima comunità italoamericana. Uno straordinario valore aggiunto che contribuisce a rafforzare il legame tra le nostre imprese e il mercato americano.
Viviamo una fase di profonda evoluzione delle relazioni transatlantiche.
Lei ha assunto questo incarico in una fase di profonda evoluzione delle relazioni transatlantiche. Qual è il suo bilancio dei primi mesi alla guida della più importante sede diplomatica italiana e quali sono le priorità che si è dato per sostenere il Sistema Italia?
Il rapporto bilaterale è solido, profondo, costruito su valori comuni e su una straordinaria densità di relazioni economiche, culturali, scientifiche e tecnologiche, oltre che politiche, diplomatiche e strategiche.
La nostra priorità è rafforzare ulteriormente il Sistema Italia negli Usa, stando a fianco delle nostre imprese.
Dobbiamo essere sempre più presenti laddove ci sono nuove opportunità: nei territori, nelle fiere, nelle università, nei centri di innovazione e nelle filiere produttive.
In questo primo anno ho visitato diversi Stati: California, Florida, Illinois, Maryland, New York, Pennsylvania, Texas, Virginia. Molti altri ancora intendo visitarne. Vogliamo essere vicini alle nostre comunità su questo territorio grande quasi come tutta Europa e lo facciamo non solo con il lavoro quotidiano della nostra rete, ma anche raccontando quello che facciamo attraverso nuovi strumenti e canali, come i social media.
È un ulteriore modo per rendere il nostro lavoro più accessibile e vicino al grande pubblico.
L’agroalimentare rappresenta uno dei pilastri dell’export italiano verso gli Stati Uniti. Quali strumenti diplomatici e istituzionali ritiene oggi più efficaci per accompagnare le imprese italiane e consolidarne la presenza?
La riforma del Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, fortemente voluta dal Ministro Antonio Tajani ha ulteriormente rafforzato la vocazione a sostegno dell’internazionalizzazione delle imprese italiane.
Oggi, infatti, la rete diplomatico-consolare è chiamata non solo a rappresentare l’Italia, ma anche ad accompagnare concretamente la proiezione delle aziende italiane sui mercati esteri, favorendo le nostre esportazioni e l’accesso a nuove opportunità.
Qui negli Stati Uniti, tutti gli attori del Sistema Italia lavorano giorno dopo giorno insieme per creare le migliori condizioni affinché le aziende possano crescere e consolidare la propria presenza in un mercato competitivo ma ricco di grandi opportunità.
Negli Stati Uniti cresce la domanda di alimenti salutari, sostenibili e di alta qualità. L’olio extravergine di oliva, i prodotti Dop e Igp e la dieta mediterranea sembrano intercettare perfettamente questa evoluzione. Quanto questa tendenza può diventare un vantaggio competitivo per l’Italia?
Gli Stati Uniti mostrano oggi un interesse crescente per alimenti sani e di alta qualità e l’Italia ha naturalmente molto da offrire, perché le nostre produzioni e, più in generale, la dieta mediterranea, rispondono pienamente a questa richiesta. Si tratta di una fase molto interessante per noi e per le nostre imprese.
Accanto alle opportunità resta però il fenomeno dell’Italian sounding, che continua a sottrarre valore economico e identità alle produzioni autentiche. Ritiene che oggi sia necessario rafforzare ulteriormente la collaborazione tra diplomazia, istituzioni e imprese per difendere il vero Made in Italy?
«L’Italian sounding non è solo un danno economico ma anche reputazionale. Ci mette di fronte alla perdita di identità e di valore per le nostre imprese e per i consumatori, che spesso non ricevono un’informazione corretta. La difesa del Made in Italy richiede un lavoro di squadra che si concretizza non solo nel contrasto delle imitazioni ma anche nell’educare il consumatore al valore dell’autenticità. Ritengo che, in questo ambito, pubblico e privato stiano lavorando insieme molto bene per raccontare il valore aggiunto che sta dietro alla qualità del vero prodotto italiano.
Nel corso della sua carriera ha seguito importanti negoziati europei e internazionali. Oggi la diplomazia economica è chiamata a confrontarsi con scenari geopolitici sempre più complessi. Quale ruolo può svolgere il settore agroalimentare nel rafforzare il dialogo tra Italia e Stati Uniti?
L’agroalimentare è molto più di un settore economico: è uno straordinario strumento di dialogo. Attraverso il cibo si costruiscono relazioni, si promuove la conoscenza reciproca e si rafforzano legami che spesso vanno oltre quelli economici e commerciali. Allo stesso tempo, Italia e Stati Uniti condividono la responsabilità di garantire sistemi alimentari sempre più sicuri, resilienti e sostenibili. Continuare a lavorare insieme su questi temi significa rafforzare un partenariato già molto solido e costruire nuove opportunità di crescita per entrambi i Paesi.
Se dovesse rivolgere un messaggio agli imprenditori italiani presenti al Fancy Food Show e, più in generale, alle imprese che guardano agli Stati Uniti come mercato strategico, quale sarebbe? Perché oggi vale ancora la pena investire sull’America?
Agli imprenditori che erano presenti al Fancy Food l’ho detto chiaramente: gli Stati Uniti sono la prima economia del mondo ed essere presenti in questo Paese significa cogliere le straordinarie opportunità offerte dal primo mercato in assoluto a livello mondiale.
Gli Stati Uniti sono un mercato competitivo, esigente e complesso, ma anche straordinariamente ricco e aperto alla qualità, all’innovazione e alla storia che i prodotti italiani sanno esprimere.
Mentre i padiglioni del Fancy Food Show si svuotano e gli ultimi buyer lasciano gli stand con le borse cariche di campioni e listini prezzi, resta l’immagine di un Made in Italy agroalimentare più vivo, e più conteso, che mai. Le parole dell’Ambasciatore Peronaci restituiscono il ritratto di un Sistema Italia che, pur navigando acque geopolitiche non sempre tranquille — tra dazi e Italian sounding — sa fare squadra e sa raccontarsi con efficacia sul mercato più competitivo del pianeta.
Una partita aperta e ambiziosa, non priva di insidie, ma che l’Italia può essere in grado di giocare con carte straordinarie: una cucina riconosciuta Patrimonio Culturale Immateriale dell’Umanità, una rete diplomatico-consolare sempre più vicina alle imprese, una comunità italoamericana che resta il ponte più solido tra i due Paesi.
A giudicare dall’entusiasmo dei buyer e dei consumatori incontrati a New York, il racconto del cibo italiano in America è tutt’altro che giunto alla sua parola fine: semmai, se ne apre solo ora un nuovo capitolo.








