Agricoltura rigenerativa tra attenzione al suolo e sviluppo rurale

Esperti del mondo accademico e tecnico si sono confrontati a Bologna sul ruolo dell’agricoltura rigenerativa nelle strategie di sostenibilità agricola, ambientale ed economica delle aziende agricole

Un momento di divulgazione e confronto sul tema dell’agricoltura rigenerativa, per discutere lo stato dell’arte e le prospettive di un modello agricolo sempre più sotto i riflettori e centrale nelle strategie di sostenibilità agricola, ambientale e rurale. Si è svolto venerdì 20 febbraio, presso il palazzo della Regione Emilia-Romagna, a Bologna, il convegno nazionale “Suoli, agricoltura rigenerativa e sviluppo rurale: un’integrazione possibile?”.

Hanno partecipato accademici provenienti dall’Università di Bologna, l’Università di Torino, l’Università degli Studi di Milano Statale e la Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa, oltre a rappresentanti della Federazione Italiana Dottori Agronomi e Forestali, i funzionari della Regione Emilia-Romagna e un paio di professionisti del settore produttivo. Il convegno ha permesso agli esperti di presentare le attuali evidenze scientifiche e le esperienze pratiche sviluppate in merito all’agricoltura rigenerativa, dal contesto globale a quello regionale.

Un modello agricolo in crescita

Durante il convegno è stato evidenziato come l’agricoltura rigenerativa stia vivendo una fase di espansione a livello nazionale e internazionale. Definire questo sistema produttivo non è banale, anzi, è oggetto di vari dibattiti scientifici e politici. Volendo sintetizzare, si tratta di un approccio che mira a combinare la produzione alimentare con il ripristino della fertilità del suolo e la riduzione dell’impatto ambientale delle attività agricole.

Molti interventi hanno sottolineato in modo trasversale come l’agricoltura rigenerativa abbia il potenziale di affrontare simultaneamente diverse sfide: dalla crisi climatica alla perdita di biodiversità, dalla gestione sostenibile del territorio e delle risorse naturali alla valorizzazione economica delle produzioni agroalimentari. Protagonista dell’incontro è stato – ovviamente – il suolo, elemento fondamentale dell’agricoltura rigenerativa, e le buone pratiche da adottare per migliorarne la salute e fertilità.

Origini, sviluppo e sfide dell’agricoltura rigenerativa

Il programma scientifico si è aperto con due interventi accademici sulla definizione, la storia e la diffusione dell’agricoltura rigenerativa.

Il professor Amedeo Reyneri, dell’Università di Torino, ha ripercorso lo sviluppo dell’agricoltura rigenerativa dalle origini californiane negli anni Ottanta ad oggi. Ha richiamato i dati del report 2023 della Fairr Initiative, secondo cui la maggior parte delle grandi aziende agroalimentari globali include l’agricoltura rigenerativa tra i propri obiettivi strategici, segno della crescente attenzione verso questo approccio. Tuttavia, ha evidenziato anche alcune criticità: solo il 36% delle imprese ha definito obiettivi misurabili, mentre molte si limitano a progetti pilota o dichiarazioni generiche, alimentando il rischio di pratiche di greenwashing.

L’agricoltura rigenerativa, ha spiegato, non si fonda su un disciplinare rigido ma su un insieme di pratiche e finalità condivise. Questa flessibilità, pur rappresentando talvolta un limite in termini di standardizzazione, consente di adattare i principi rigenerativi ai diversi contesti produttivi. Molte delle tecniche impiegate – come le rotazioni colturali, la riduzione delle lavorazioni e la gestione della sostanza organica – sono consolidate da tempo; l’elemento più innovativo è piuttosto la reintroduzione sistematica delle colture di copertura, un tempo diffuse e poi progressivamente abbandonate.

Nel Nord Italia, ha aggiunto Reyneri, un aspetto centrale riguarda la gestione e la valorizzazione dei reflui aziendali, considerati una risorsa per migliorare la fertilità dei suoli e ridurre il ricorso a input esterni. In conclusione, ha evidenziato che i benefici dell’agricoltura rigenerativa emergono soprattutto nel medio-lungo periodo, attraverso il miglioramento della struttura del suolo, l’aumento della sostanza organica e una maggiore capacità di adattamento agli eventi climatici estremi.

Agricoltura rigenerativa e agroecologia

Il secondo intervento, a cura del professor Paolo Barberi della Scuola Superiore Sant’Anna, ha collocato l’agricoltura rigenerativa all’interno del più ampio processo di transizione agroecologica, mettendone in luce le affinità con altri modelli sostenibili e la sua evoluzione rispetto all’agricoltura conservativa.

Barberi ha evidenziato la varietà di approcci che condividono principi comuni - riduzione degli input esterni, valorizzazione della biodiversità e centralità del suolo (biologico, biodinamico, conservativo, climate smart, integrato ecc.) - pur distinguendosi per il diverso peso attribuito alle dimensioni sociali ed economiche. In questa prospettiva, emerge la capacità dell’agricoltura rigenerativa di coniugare innovazione agronomica, sostenibilità ambientale e rafforzamento delle filiere rurali. Secondo Barberi, essa può essere interpretata come un’evoluzione dell’agricoltura conservativa: non si limita alla riduzione delle lavorazioni del suolo, ma integra produzione vegetale e animale, riduce gli input esterni, favorisce la chiusura dei cicli aziendali e rafforza le relazioni tra gli attori della filiera.

Il professore ha quindi illustrato le diverse declinazioni dell’agricoltura rigenerativa sviluppate da realtà italiane e internazionali: l’agricoltura organica rigenerativa promossa dal 2009 dall’ong Deafal; l’Associazione Nazionale Produttori Aor e l’European Alliance for Regenerative Agriculture (Eara), entrambe nate nel 2023; l’agricoltura biologica rigenerativa sostenuta dall’European Regenerative Organic Center, istituito nel 2021 a Parma dal Gruppo Davines in partnership con il Rodale Institute; e la certificazione Regenerative Organic Certified (Roc), lanciata nel 2017 dalla Regenerative Organic Alliance. Sono state inoltre richiamate le posizioni di grandi attori dell’industria agroalimentare, tra cui Syngenta e Nestlé.

In conclusione, Barberi ha proposto una valutazione del grado di aderenza all’agroecologia delle diverse correnti dell’agricoltura rigenerativa: al primo posto si colloca l’agricoltura organica rigenerativa di Deafal, seguita dalla certificazione Roc e dall’approccio promosso da Eara.

Il suolo sotto i riflettori

Il convegno è proseguito con gli interventi di due professoresse, focalizzati sulle proprietà fisiche e biologiche del suolo.

La prima, Gloria Falsone, professoressa dell’Università di Bologna, ha parlato della fertilità del suolo con focus sulla componente fisica, ricordando quanto la salute del suolo sia cruciale per la sicurezza alimentare, l’economia e gli ecosistemi, pur essendo oggi ampiamente compromessa. «Se l’agricoltura sostenibile punta a preservare lo stato attuale dei suoli, quella rigenerativa mira a ripristinarne e migliorarne le funzioni», ha chiarito. In questo quadro, la fertilità fisica – ovvero: struttura, porosità, infiltrazione e ritenzione idrica, stabilità e resistenza alla compattazione – è decisiva per produzioni agricole stabili e resilienza climatica. Poiché queste proprietà variano lungo il profilo del suolo, secondo Falsone servono pratiche agronomiche mirate, «sartoriali», adattate alle condizioni specifiche di ogni contesto produttivo.

Sul versante biologico, la professoressa Livia Vittori Antisari, dell’Università di Bologna, ha approfondito il ruolo delle comunità microbiche del suolo e il legame tra funzionalità ecologica e diversità genetica. Ha evidenziato come ogni suolo presenti una diversa capacità di sequestrare e immagazzinare carbonio e come la risposta alle pratiche rigenerative vari non solo in base alla tipologia di suolo, ma anche alla profondità considerata. I primi 20 cm, infatti, non sono rappresentativi del funzionamento dell’intero profilo: nei suoli pedogeneticamente complessi, come i Gleysol o i Luvisol, le funzioni ecologiche e gli indicatori di salute del suolo si collocano negli strati più profondi. Di conseguenza, una valutazione della rigenerazione del suolo che non tenga conto della dimensione verticale rischia di restituire un quadro parziale e fuorviante.

Criticità e opportunità

A chiusura degli interventi accademici, il professor Dario Gianfranco Frisio (Università Statale di Milano) ha analizzato la dimensione economica dell’agricoltura rigenerativa tramite un’analisi Swot. Tra le criticità: tempi di transizione lunghi, rischi iniziali elevati, difficoltà di misurazione dei risultati e necessità di competenze gestionali avanzate. Le opportunità includono carbon farming, prezzi premium, innovazione digitale e reti di filiera, strumenti che possono rendere l’agricoltura rigenerativa competitiva nel medio-lungo periodo.

Tra le minacce, Frisio segnala volatilità dei prezzi, rigidità normative e rischi di greenwashing. Secondo il professore, la transizione richiede un quadro normativo abilitante, capace di sostenere sperimentazione, adattamento locale e valorizzazione economica dei benefici ambientali. L’agricoltura rigenerativa può quindi rappresentare un percorso verso un modello produttivo intensivo ma sostenibile, con produttività, tutela delle risorse e redditività.

I dati in Emilia-Romagna

Per la Regione Emilia-Romagna è intervenuto Giampaolo Sarno, responsabile dell’area Agricoltura sostenibile, che ha illustrato l’inquadramento dell’agricoltura rigenerativa nelle politiche europee e regionali, evidenziando criticità, strumenti disponibili e risultati già conseguiti.

Partendo dai dati sul degrado dei suoli agricoli regionali, caratterizzati da elevati livelli di erosione e perdita di fertilità, Sarno ha sottolineato l’urgenza di interventi strutturali per la tutela di una risorsa strategica per la sicurezza alimentare e la resilienza climatica. Le soluzioni tecniche, ha spiegato, sono già note e si basano su una combinazione di approcci – agricoltura integrata, biologica e conservativa – che mirano ad aumentare la sostanza organica, mantenere il suolo coperto e ridurre le lavorazioni.

I dati del periodo 2007-2013 mostrano un’adesione del 30% della superficie agricola regionale alle misure agroambientali in Emilia-Romagna, per un corrispettivo di circa 300mila ettari gestiti con tecniche a basso impatto. Sarno ha infine richiamato l’evoluzione della Pac verso modelli basati sui risultati, nei quali l’agricoltura rigenerativa può rappresentare un punto di integrazione tra sostegno al reddito e obiettivi ambientali e sociali.

Gli interventi dei tecnici

Infine, dal mondo produttivo sono intervenuti due oratori. Il primo, Andrea Donnoli (Accademia di agricoltura energetica vibrazionale) ha presentato l’uso di geoterapia e microrganismi effettivi per la rigenerazione del suolo, mostrando casi aziendali con risultati positivi: apparati radicali più sviluppati, frutti più grandi e qualitativamente migliori, suolo più vitale e ritorno economico dell’investimento. L’approccio, che integra dimensioni fisiche, biologiche ed energetiche, mira a stimolare i processi naturali del suolo in modo ecosostenibile, riducendo l’uso di input chimici e promuovendo pratiche rigenerative innovative.

Il secondo, Paolo Manfredi (McmEcosistemi) è intervenuto sul tema del recupero dei suoli estremamente degradati, dove l’agricoltura tradizionale non è praticabile e l’agricoltura rigenerativa è insufficiente. Ha illustrato diverse metodologie di pedotecnica ricostitutive, ex situ e in situ, finalizzate a ricreare un suolo fertile e funzionale. Questo approccio, tra ingegneria ambientale e agronomia, consente di ripristinare funzioni ecologiche e produttive, contribuendo alla resilienza dei territori e alla fornitura di servizi ecosistemici.

Servono strumenti pubblici di supporto

Dopo la sessione delle relazioni, si è aperto il dibattito con gli interventi dei partecipanti, che hanno condiviso domande ed esperienze operative e riflessioni sul futuro del settore. Il confronto ha messo in luce l’importanza di politiche pubbliche e strumenti di supporto per favorire la diffusione dell’agricoltura rigenerativa e accompagnare gli agricoltori nella transizione. Le conclusioni sono state affidate a Giorgio Cantelli Forti, presidente dell’Accademia Nazionale di Agricoltura, che ha sottolineato il valore strategico dell’agricoltura rigenerativa.

Il convegno di Bologna ha confermato il crescente interesse verso l’agricoltura rigenerativa, intesa non come un modello unico e uniforme, ma come un insieme di approcci e pratiche con declinazioni diverse per contesti, obiettivi e filiere. In questa pluralità di esperienze, l’agricoltura rigenerativa appare come un ambito in evoluzione capace di unire sostenibilità ambientale, resilienza territoriale e competitività economica. Pur con alcune criticità, differenze interpretative e sfide ancora aperte, il dibattito emerso suggerisce che essa possa rappresentare una delle possibili traiettorie di sviluppo per il futuro del settore agricolo italiano.

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