Frumento duro: aumentare le rese si può

    frumento duro
    Nell'editoriale di Terra e Vita n. 5/2026 Luigi Cattivelli indica la strada per praticare un'intensificazione sostenibile della coltivazione del grano duro

    Coltivare frumento duro in Italia è indispensabile per sostenere la filiera della pasta, emblema preminente del Made in Italy. La pasta italiana non sarebbe credibile se l’Italia abdicasse al ruolo di grande produttore di frumento duro. Tuttavia, l’esperienza degli ultimi anni dimostra come coltivare frumento, in particolare frumento duro, possa risultare anche non remunerativo, con costi di produzione superiori al prezzo di mercato. Un dato spiegato dalla volatilità dei prezzi e dall’impatto dei fattori climatici sulle rese. Mentre i prezzi sono largamente dipendenti dal contesto internazionale, le rese possono realisticamente essere stabilizzate e anche incrementate nel medio termine attraverso l’adozione estesa delle innovazioni genetiche ed agronomiche.

    La stabilizzazione delle rese è da sempre una priorità del miglioramento genetico, e i dati delle prove varietali nazionali evidenziano che oggi le varietà più diffuse sono capaci di crescere e produrre bene in un ampio range di ambienti tollerando i vari stress ambientali.

    Esiste però un limite alla capacità di adattamento. Se non piove per molti mesi, non è più una questione di miglioramento genetico.

    Lunghi periodi di siccità si affrontano solo con infrastrutture e sistemi irrigui efficienti, anche in una coltura tradizionalmente coltivata senza irrigazione.

    Migliorare le rese significa disporre di genotipi con elevata potenzialità produttiva, ma anche concimare in modo appropriato, con protocolli di concimazione che devono essere disegnati sulle esigenze di ogni varietà e di ogni ambiente.
    La genetica sta dando un grande impulso per limitare la diffusione di malattie quali ruggini, oidio e septoria. Per la fusariosi, invece, mentre per il frumento tenero sono note da tempo fonti di tolleranza, per il frumento duro solo ora cominciano ad arrivare i primi risultati.

    Le resistenze genetiche sono efficaci ma devono essere sempre abbinate a una corretta gestione agronomica che può comprendere anche trattamenti fitosanitari nei momenti di maggiore rischio. Questo è particolarmente vero nel caso della fusariosi dove le varietà attualmente diffuse sono prive di fonti di resistenza.

    Un’intensificazione sostenibile, capace di ridurre l’impatto ambientale, è possibile e la ricerca ha lavorato e lavora per questo.

    Se negli ultimi decenni le rese in campo non sono aumentate questo è soprattutto perché l’innovazione è stata controbilanciata dall’effetto negativo del cambiamento climatico, e per rendersi conto di questo sarebbe sufficiente seminare oggi le varietà degli anni Novanta e vedere cosa succede a resa e qualità. Per affrontare il futuro serve un’accelerazione che nel mondo genetico è rappresentata dalle Tea (Tecniche di evoluzione assistita). Nei laboratori si sta già lavorando per ampliare le resistenze alle malattie e per incrementare la potenzialità produttiva, migliorare l’efficienza d’uso dei nutrienti, rendere le piante più tolleranti a calore e ridotte disponibilità idriche.

    In attesa di tutto ciò, quello che si può fare oggi è un’adozione estesa dell’innovazione esistente, una scelta varietale basata sui risultati delle prove varietali nazionali, l’utilizzo di sistemi di supporto alle decisioni che consentano di ottimizzare l’agrotecnica per la specifica varietà e l’adozione di misure capaci di preservare la fertilità del suolo.

    Infine, ricordiamoci sempre che genetica e agronomia devono essere viste come un unico pacchetto di conoscenze. Già oggi, ma ancora di più in futuro, ogni varietà avrà un protocollo di coltivazione dedicato.

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