Cofinanziato dall’Unione europea. Le opinioni espresse appartengono tuttavia al solo o ai soli autori e non riflettono necessariamente le opinioni dell’Unione europea. Né l’Unione europea né l’amministrazione erogatrice possono esserne ritenute responsabili.L’agricoltura europea si trova a fare i conti con una trasformazione che va ben oltre i confini dei campi. Gli accordi commerciali ridisegnano gli equilibri competitivi, la prevenzione sanitaria diventa una questione di sicurezza economica e alimentare, mentre il ruolo delle donne nella gestione delle aziende agricole continua a scontare limiti strutturali. Le notizie che arrivano da Bruxelles restituiscono il quadro di una politica agricola chiamata a tenere insieme apertura dei mercati, tutela delle produzioni, sostenibilità e capacità di investimento.
Il confronto sull’accordo Ue-Mercosur, i dati Eurostat sulla presenza femminile nella gestione dei terreni agricoli e le richieste di maggiori risorse per la salute animale convergono su un punto: la competitività del sistema agroalimentare europeo non può essere misurata soltanto in termini di accesso ai mercati. Dipende anche dalle condizioni in cui operano gli agricoltori, dalla reciprocità delle regole, dalla capacità di prevenire le crisi e dall’effettiva possibilità di valorizzare tutte le competenze presenti nel settore.
Mercosur, serve reciprocità
L’accordo commerciale tra Unione europea e Mercosur torna al centro del confronto istituzionale e di filiera, con la dirimente questione di come conciliare nuove opportunità di esportazione con la protezione dei comparti più esposti alla concorrenza internazionale.
Nel corso dell’incontro Let’s talk trade, organizzato a Bruxelles il 22 settembre, l’ambasciatore argentino, Fernando Iglesias ha difeso il valore strategico dell’intesa, sottolineando le prospettive per le esportazioni agroalimentari europee, il rafforzamento della tutela delle indicazioni geografiche e la costruzione di relazioni economiche più prevedibili. Una posizione condivisa dall’addetto agricolo argentino Gastón Funes, che ha contestato quella che considera una rappresentazione distorta degli effetti dell’accordo sul settore agroalimentare comunitario.
Per la Commissione europea, il dossier si inserisce in una strategia più ampia di diversificazione dei partenariati commerciali. Elena Panichi, responsabile dell’unità per le Americhe della direzione generale Agricoltura, ha evidenziato il legame tra politica commerciale, resilienza delle catene di approvvigionamento e sicurezza economica. L’intesa apre prospettive di accesso a un mercato di circa 270 milioni di consumatori, all’interno di un’area economica che coinvolge complessivamente circa 700 milioni di persone.
Non mancano, tuttavia, le criticità. La stessa Commissione riconosce la sensibilità di comparti quali carne bovina e avicola, zucchero e riso, per i quali assumono particolare rilievo i contingenti tariffari, i periodi di introduzione graduale e le clausole di salvaguardia previste dall’accordo.
La posizione delle organizzazioni agricole europee rimane più cauta. Ksenija Simovic, responsabile delle politiche commerciali di Copa-Cogeca, ha ribadito che l’apertura dei mercati deve procedere insieme all’equità competitiva: non una scelta tra commercio e protezionismo, dunque, ma la definizione delle condizioni alle quali il commercio può essere sostenibile per tutti gli attori coinvolti. Il principio invocato è quello della reciprocità, affinché i prodotti importati rispettino requisiti e condizioni concorrenziali adeguati.
Sul tavolo restano anche il benessere animale e l’impatto ambientale dei trasporti su lunghe distanze. A ciò si aggiunge l'incertezza politica sul percorso di ratifica: secondo John Clarke, già direttore degli Affari internazionali della DG AGRI, l’accordo rimane esposto al rischio di rinvii, anche alla luce delle prossime scadenze elettorali europee e delle pressioni che attraversano il mondo agricolo.
La questione, quindi, non è soltanto commerciale. L’accesso a nuovi mercati può rafforzare la competitività dell’agroalimentare europeo, ma perché questo potenziale si traduca in un vantaggio concreto occorrono garanzie verificabili, regole applicate in modo coerente e strumenti capaci di intervenire quando gli equilibri di mercato vengono compromessi. La diversificazione degli scambi non può trasformarsi in un costo scaricato sulle aziende agricole.
Donne, la gestione dei terreni resta una sfida aperta
La parità di genere nel settore primario rimane un obiettivo lontano, almeno sul fronte della gestione della superficie agricola. Secondo i dati Eurostat pubblicati il 15 ottobre, nel 2023 le donne gestivano il 17,2% della superficie agricola utilizzata dell’Unione europea. Un dato che evidenzia una partecipazione ancora limitata e, soprattutto, fortemente disomogenea sul territorio comunitario.
Tra le 241 regioni europee analizzate, in 134 la quota di terreni agricoli gestiti da donne risultava inferiore alla media Ue. Le differenze sono particolarmente marcate: nell’Alta Austria la percentuale raggiungeva il 42,5%, corrispondente a circa 211.600 ettari, mentre nella regione olandese della Frisia si fermava al 2,7%, pari a circa 6.000 ettari.
Anche all’interno dei singoli Paesi emergono situazioni differenti. In Italia, undici regioni figurano tra le 25 europee nelle quali la quota di superficie agricola gestita da donne raggiunge almeno il 28,5%. Il Molise registra il valore più elevato a livello nazionale, secondo quanto riportato da Eurostat.
L’ufficio statistico europeo osserva inoltre che le donne tendono più frequentemente a gestire aziende di dimensioni relativamente contenute. Il ricambio generazionale potrebbe contribuire ad aumentare la loro presenza anche nelle strutture più grandi e orientate al mercato, ma il dato statistico richiama l’attenzione sulla necessità di affrontare le barriere che ancora limitano l’accesso alle opportunità imprenditoriali.
In questo quadro si inserisce il primo seminario in presenza della Women in Farming Platform, promosso dalla DG AGRI della Commissione europea con il sostegno della rete europea della Pac. L’appuntamento è previsto a Bruxelles l’11 e 12 novembre e coinvolgerà rappresentanti della piattaforma per confrontarsi sulle difficoltà di accesso ai finanziamenti, sulle opportunità di microcredito e sul rafforzamento delle reti di tutoraggio, consulenza e formazione.
L’iniziativa si colloca nell’Anno internazionale della donna agricoltrice 2026, proclamato dalle Nazioni Unite per valorizzare il contributo femminile all’agricoltura e promuovere azioni contro le disuguaglianze di genere.
Il punto non è soltanto aumentare la presenza femminile nelle statistiche. Significa creare le condizioni perché le donne possano accedere alla terra, al credito, alla formazione e agli strumenti necessari per sviluppare imprese agricole competitive. Senza opportunità concrete di crescita, il ricambio generazionale rischia di rimanere un obiettivo dichiarato più che una trasformazione strutturale del settore.
Salute animale, più prevenzione nel prossimo bilancio
Investire nella prevenzione delle malattie animali significa proteggere gli allevamenti, ridurre i costi delle emergenze e tutelare la sicurezza della produzione alimentare. È il messaggio emerso dalla conferenza organizzata a Bruxelles il 14 ottobre da AnimalhealthEurope, con la partecipazione di rappresentanti degli agricoltori, veterinari, industria della salute animale, istituzioni europee e organizzazioni internazionali.
Al centro del confronto, la necessità di attribuire maggiore peso alla prevenzione e alla preparazione sanitaria nel prossimo quadro finanziario pluriennale dell’Ue, relativo al periodo 2028-2034. Vaccinazioni, biosicurezza, servizi veterinari e sistemi di sorveglianza sono stati indicati come strumenti essenziali per contenere i rischi sanitari e limitare le conseguenze economiche delle epidemie.
Il peso delle emergenze è illustrato dall’esperienza irlandese con la tubercolosi bovina. Donal Callaghan, rappresentante dell’Irish Farmers’ Association, ha riferito che nell’ultimo anno la malattia ha interessato circa 40.000 animali, con un costo annuo stimato intorno ai 300 milioni di euro. Una dimensione economica che rafforza la richiesta di sostegno agli allevatori, consulenza veterinaria e campagne di vaccinazione dove appropriate.
Francisco Reviriego Gordejo, responsabile dell’unità Salute animale della DG SANTE, ha riconosciuto i risultati ottenuti attraverso la normativa europea sulla salute animale, indicando tuttavia ulteriori ambiti di intervento: migliorare la classificazione delle malattie, promuovere la biosicurezza, rafforzare la preparazione alle epidemie e facilitare la vaccinazione quando necessaria. La programmazione finanziaria 2028-2034 rappresenta un passaggio decisivo per sostenere piani di emergenza e misure preventive.
Un ulteriore elemento di attenzione riguarda la disponibilità di veterinari specializzati negli allevamenti, soprattutto nelle aree rurali. Nancy de Briyne, direttrice esecutiva della Federazione dei veterinari d’Europa, ha richiamato l’attenzione sul calo dei professionisti che lavorano con gli animali da reddito e sull’importanza di rendere effettive le visite aziendali previste dalla normativa europea.
L’esperienza irlandese, con oltre 85.000 visite sanitarie finanziate dal 2016, è stata indicata come esempio di buona pratica. L’obiettivo, tuttavia, non deve essere adempiere a un obbligo amministrativo, bensì costruire piani sanitari pratici e utilizzabili durante tutto l’anno.
Accanto agli strumenti tradizionali, la tecnologia offre nuove possibilità per individuare tempestivamente i rischi: sensori, sorveglianza molecolare, genomica, identificazione digitale e sistemi analitici possono aiutare a riconoscere le malattie prima e a rendere più mirati gli interventi. Ma l’innovazione, da sola, non è sufficiente. Occorre che le aziende dispongano delle competenze e delle risorse necessarie per adottarla.
Il confronto ha richiamato anche il ruolo della tracciabilità nel mantenere la fiducia dei consumatori e la necessità di dimostrare agli allevatori il ritorno economico degli investimenti preventivi. È un aspetto centrale: la prevenzione richiede spese immediate, mentre i benefici si misurano spesso nei danni evitati.
Indicazioni geografiche, quattro nuove registrazioni
La Commissione europea amplia il registro delle indicazioni geografiche protette con quattro prodotti che valorizzano tradizioni produttive e identità territoriali, confermando il ruolo della qualità certificata nella politica agroalimentare comunitaria.
Capocollo di Martina Franca (Italia) – Il salume pugliese a base di carne suina ha ottenuto la registrazione come Indicazione geografica protetta (Igp). Le sue caratteristiche comprendono l’aroma e il sapore affumicati, con note di acidità e vino cotto, legati a una lavorazione artigianale tradizionale eseguita manualmente.
Čepinski kupus (Croazia) – Il cavolo cappuccio bianco della contea di Osijek-Baranja è stato riconosciuto Igp. La registrazione valorizza una varietà locale, caratterizzata da un cespo compatto e da un sapore particolarmente intenso, coltivata con tecniche tradizionali.
Miel des Landes (Francia) – Il miele prodotto sull’altopiano delle Landes, nella Francia sud-occidentale, entra nel registro Igp. La protezione comprende mieli monoflora e millefiori, espressione della varietà delle risorse nettarifere spontanee della zona e delle competenze locali nell’apicoltura.
Café Antigua (Guatemala) – Anche il caffè prodotto nel dipartimento di Sacatepéquez ottiene la registrazione Igp. Il profilo aromatico è descritto come equilibrato, con note di miele, caramello, mela e noce tostata, associate alla lunga tradizione di coltivazione del territorio.
Le nuove registrazioni mostrano come la politica europea delle indicazioni geografiche continui a estendere la propria capacità di riconoscere e proteggere prodotti legati a un territorio, a pratiche consolidate e a competenze tramandate. Per le filiere, la certificazione rappresenta uno strumento di differenziazione commerciale; il suo valore, tuttavia, dipende dalla capacità di renderla riconoscibile ai consumatori e di tradurla in un vantaggio concreto per i produttori.













