L’agricoltura rigenerativa è spesso presentata come la nuova frontiera per la sostenibilità dei sistemi agroalimentari. La platea dei suoi sostenitori è alquanto eterogenea: dalle multinazionali dell’industria agroalimentare alle organizzazioni di produttori biologici e non, fino ad aziende di settori anche molto lontani dal primario. L’agricoltura rigenerativa ha attratto anche l’interesse del mondo scientifico, che su di essa ha espresso posizioni molto diverse, e degli organismi di certificazione. Queste diverse visioni sono molto eterogenee e creano grande confusione. È quindi lecito chiedersi: cos’è veramente l’agricoltura rigenerativa?
Non esiste al momento una definizione universalmente accettata di agricoltura rigenerativa, nella scienza e nella pratica, né esiste una normativa di riferimento.
Tuttavia, esistono vari schemi di certificazione volontaria. Negli anni Settanta, il primo a utilizzare il termine “agricoltura rigenerativa” fu Medard Gabel, esperto di scienze sociali che ha collaborato con il Rodale Institute (Usa), tra i pionieri della ricerca sull’agricoltura biologica. Questi hanno sviluppato la prima versione, l’“agricoltura biologica rigenerativa”, sposata da Davines, che ha creato a Parma il centro europeo di agricoltura biologica rigenerativa (Eroc). Dal Rodale è nato lo schema di certificazione oggi più noto (Roc-Regenerative Organic Certified). Questa visione è simile all’”agricoltura organica rigenerativa”, sviluppata in Sudamerica da Jairo Restrepo, più centrata sull’importanza delle relazioni sociali tra produttori locali. Negli ultimi anni è emerso anche l’interesse delle grandi aziende dell’agroindustria, con una visione di agricoltura rigenerativa maggiormente (o esclusivamente) focalizzata sull’agrotecnica e meno sugli aspetti socioeconomici della filiera.
Se c’è generale concordanza sul fatto che l’agricoltura rigenerativa debba includere “un insieme di pratiche agronomiche che promuovono processi ecologici naturali
e quindi migliorano la salute del suolo e la sua capacità di fornire una serie di servizi ecosistemici” (definizione Eroc), ci sono forti discordanze sull’uso o meno di singole tecniche quali fertilizzanti e prodotti fitosanitari di sintesi, varietà geneticamente modificate (es. le Tea) e pratiche di agricoltura di precisione, e sull’importanza della diversificazione colturale e dell’allevamento animale. È prevista a breve l’attivazione di un Gruppo di lavoro Uni sull’agricoltura rigenerativa, a cui parteciperanno molti degli attori anzidetti, sintomo del forte interesse sul tema. Sarà un lavoro lungo e difficile, e non è detto che si arrivi a una definizione e a linee guida univoche per l’agricoltura rigenerativa.
Indipendentemente dalle divergenze di visioni e di approcci, l’agricoltura rigenerativa non potrà essere solo una riedizione dell’agricoltura conservativa sotto mentite spoglie
(il rischio c’è), ma dovrà avere obiettivi più ambiziosi. Tra questi, tre appaiono particolarmente importanti: diversificare i sistemi colturali rigenerativi; ridurre fortemente gli input esterni, sia chimici che energetici; riequilibrare la distribuzione del valore aggiunto tra tutti gli attori della filiera agricola. Altrimenti, per l’agricoltura rigenerativa sarà ben difficile evitare il marchio di nuova frontiera del greenwashing.
di Paolo Bàrberi
Gruppo di Agroecologia, Istituto di Scienze delle Piante, Scuola Superiore Sant’Anna, Pisa













