La geopolitica è entrata nei nostri campi

Paolo De Castro

La geopolitica è entrata nel piatto. Sarebbe un errore continuare a considerare ciò che accade sui mercati agricoli come qualcosa di separato dalle grandi trasformazioni dello scenario internazionale.

Guerre, dazi, crisi energetiche, blocchi delle rotte commerciali, nuove tensioni tra grandi potenze: gli effetti arrivano rapidamente nelle campagne e si riflettono sui redditi degli agricoltori. Aumentano i costi dell’energia e dei trasporti, si modificano i prezzi delle materie prime, diventano più fragili alcune catene di approvvigionamento. L’agricoltura è ormai, a tutti gli effetti, una componente della sicurezza economica e strategica dell’Europa.

Partiamo da un dato di fatto: l’agroalimentare europeo dispone di una straordinaria capacità produttiva ed è tra le grandi potenze esportatrici mondiali. L’Italia, in particolare, ha costruito negli anni una posizione di eccellenza sui mercati internazionali, grazie alla qualità delle produzioni e alla forza dei territori.

Ma proprio perché siamo una grande piattaforma agroalimentare aperta al mondo, siamo esposti alle sue turbolenze. L’energia ne è l’esempio più evidente: una crisi che nasce a migliaia di chilometri dalle nostre aziende si traduce in costi più alti per la logistica, i fertilizzanti e la trasformazione industriale, e alla fine per l’intera filiera. Vale lo stesso per i prodotti agricoli: l’Europa continua a dipendere dall’estero per una parte significativa delle proteine vegetali necessarie alla nostra zootecnia.

È qui che dobbiamo recuperare il significato vero della sovranità alimentare. Pensare che l’Europa possa produrre tutto ciò che consuma sarebbe una semplificazione pericolosa: la nostra forza è stata costruita anche attraverso il commercio internazionale e la capacità di essere insieme grandi produttori ed esportatori.

Non possiamo permettere che una dipendenza si trasformi in una vulnerabilità strategica. Per questo dobbiamo diversificare le fonti di approvvigionamento, ma soprattutto rafforzare le filiere, sostenendo gli agricoltori nella capacità di produrre di più e ridurre la dipendenza dalle materie prime strategiche.

Questa strategia deve partire dalla crescita della produttività. L’Europa non può affrontare la sfida aumentando soltanto gli oneri sulle imprese: servono investimenti capaci di tradursi in competitività. Le risorse messe in campo negli ultimi anni, vanno trasformate in risultati concreti: più innovazione, più efficienza, più valore per chi produce.

Qui la tecnologia assume un ruolo centrale. Intelligenza artificiale, agricoltura di precisione, automazione, gestione intelligente dell’acqua e dell’energia non sono più strumenti futuristici: sono parte della risposta a un’agricoltura chiamata a produrre di più, consumare meno risorse e affrontare mercati sempre più instabili. Ma la tecnologia non può essere un privilegio per pochi: la vera sfida sarà renderla accessibile anche alle imprese di dimensione più contenuta.

Diversificare i mercati di sbocco riduce la vulnerabilità delle nostre esportazioni. Diversificare le fonti di approvvigionamento aumenta la sicurezza delle filiere. Diversificare le produzioni crea, in molti territori, nuove opportunità di reddito.

È una strategia che richiede però una politica commerciale europea all’altezza della nuova fase geopolitica. La partita non è tra apertura e chiusura. È tra dipendenza e autonomia, tra vulnerabilità e resilienza. E riguarda direttamente gli agricoltori: ogni scelta europea incide su aziende che hanno già investito, modificato processi produttivi, assunto rischi. Alle ambizioni devono corrispondere risorse, strumenti e soprattutto una prospettiva economica chiara. Il mondo cambia più rapidamente delle nostre categorie tradizionali. L’agricoltura non può restare confinata in una dimensione esclusivamente settoriale: oggi è parte della politica industriale, della sicurezza energetica, della politica commerciale e della strategia geopolitica europea.


di Paolo De Castro
Presidente Nomisma

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