La Festa della Terra, celebrata il 17 ottobre, il giorno successivo alla Giornata mondiale dell’alimentazione, offre l’occasione per riflettere sul legame inscindibile tra tutela del suolo, produzione agricola e diritto al cibo.
Con una popolazione mondiale che ha superato gli otto miliardi di persone, garantire un’alimentazione sufficiente, sicura e nutrizionalmente adeguata rappresenta una delle maggiori sfide del nostro tempo. Cambiamenti climatici, scarsità idrica, crescita demografica e conflitti rendono sempre più urgente ripensare i modelli di sviluppo agricolo, soprattutto nei Paesi più vulnerabili.
Per approfondire questi temi, abbiamo intervistato il professor Michele Pisante, Professore ordinario di Agronomia e coltivazioni erbacee presso l’Università degli Studi di Teramo, nonché esperto di innovazione, sostenibilità e gestione dei sistemi agricoli.
Professore, quale legame esiste tra la Festa della Terra e la Giornata mondiale dell’alimentazione?
Considerato che circa l'80% degli alimenti consumati dalla popolazione mondiale proviene infatti dalle produzioni terrestri, il legame è diretto: non può esserci alimentazione senza terra.
Le risorse ittiche rivestono certamente un ruolo importante, ma non sono distribuite in maniera uniforme e sono sottoposte a fenomeni di sovrasfruttamento. Gli alimenti ittici sono destinati solo al 12% della popolazione mondiale, cioè principalmente a quella fascia che può permetterseli. Storicamente, molte comunità che vivevano di pesca, compresi gli abitanti delle isole, non consumavano direttamente il pescato, poiché considerato un prodotto nobile e destinato soprattutto alla vendita, alla trasformazione o all’esportazione. Di conseguenza, queste popolazioni finivano spesso per nutrirsi di alimenti più poveri.
Questo dimostra che produrre un alimento non significa necessariamente poterne beneficiare. La sicurezza alimentare dipende anche dalla possibilità di conservare, trasformare e distribuire i prodotti, garantendo che siano accessibili innanzitutto alle comunità che li producono.
Qual è oggi la principale sfida per la sicurezza alimentare mondiale?
La prima sfida consiste nel garantire una sicurezza alimentare in una duplice dimensione: da una parte assicurare un approvvigionamento costante, dall’altra garantire la sicurezza igienico-sanitaria degli alimenti.
Questi due aspetti non possono essere separati. Non basta produrre una quantità maggiore di cibo: è necessario che gli alimenti siano sicuri, nutrienti e disponibili nel tempo.
Gli interventi realizzati nei Paesi in via di sviluppo, nonostante il progressivo impiego di tecnologie più avanzate, hanno spesso disatteso le aspettative. Una delle ragioni è la loro discontinuità. Troppo spesso l’alimentazione non viene collegata alla salute, la salute non viene collegata all’equilibrio demografico e questi elementi non vengono integrati con la capacità produttiva dei territori.
Le risorse che la terra può offrire dovrebbero servire, prima di tutto, a soddisfare i fabbisogni alimentari delle popolazioni locali.
In molti Paesi, però, l’agricoltura è orientata prevalentemente verso le esportazioni.
È uno dei principali limiti degli attuali modelli di sviluppo. Pensiamo, per esempio, al caffè prodotto in Kenya. Il caffè rappresenta una risorsa economica importante e contribuisce alle entrate nazionali, ma una popolazione non può vivere di caffè.
Le colture destinate all’esportazione dovrebbero essere integrate e alternate con specie alimentari utili alla popolazione locale. Il caffè può essere considerato un prodotto alimentare, ma non è certamente un alimento primario.
La stessa dinamica si osserva nella pesca: le persone lavorano per produrre o pescare beni destinati alla vendita, ma non sempre riescono a consumare quei prodotti. Quando i mercati esteri offrono prezzi più elevati, le produzioni vengono allontanate dai territori di origine. Questo limita anche gli investimenti nelle tecnologie locali di conservazione e trasformazione.

Perché gli interventi tradizionali contro la fame non sono stati sufficienti?
Alcuni interventi hanno prodotto risultati importanti, ma non sono riusciti a tenere il passo con la crescita demografica e con l’aumento dei fabbisogni.
Pensiamo alle iniziative legate al premio Nobel per il microcredito sviluppate in Bangladesh. Questi strumenti hanno favorito l’autonomia di numerose comunità rurali e hanno contribuito a mitigare gli effetti della povertà. Tuttavia, la crescita della popolazione e il cambiamento degli stili alimentari hanno progressivamente aumentato la domanda di risorse.
Il passaggio da un’alimentazione basata prevalentemente su proteine vegetali a una maggiore presenza di proteine animali richiede quantità molto più elevate di produzioni agricole. Per produrre un chilogrammo di proteine animali possono essere necessari diversi chilogrammi di proteine vegetali.
A questo si aggiungono i problemi di carattere sanitario. Le uova, per esempio, rappresentano una fonte proteica accessibile e di alto valore nutrizionale, ma richiedono sistemi adeguati di controllo e conservazione per prevenire rischi microbiologici.
Queste dinamiche, purtroppo, sfuggono spesso agli schemi economici tradizionali e ai modelli di intervento adottati dalle organizzazioni non governative. Sebbene gli investimenti pubblici e privati siano progressivamente aumentati, l’efficacia degli interventi si è ridotta a causa della crescente complessità delle problematiche da affrontare.
Quale ruolo svolge la disponibilità di acqua?
L’acqua rappresenta un fattore decisivo e, in molti casi, precede persino il problema dell’approvvigionamento alimentare.
In diversi Paesi, fino a pochi anni fa, la disponibilità idrica non era considerata una priorità assoluta. Oggi lo è diventata, soprattutto a causa dell’accelerazione dei cambiamenti climatici.
Il problema non è necessariamente che gli interventi realizzati siano stati inefficaci. Il punto è che le condizioni ambientali cambiano più rapidamente rispetto ai tempi della programmazione. Mentre vengono elaborati piani pluriennali, il cambiamento climatico modifica la disponibilità di acqua, la fertilità dei suoli e la durata delle stagioni produttive.
Servono quindi programmi capaci di essere adattati periodicamente e rapidamente. Le organizzazioni internazionali e le organizzazioni non governative, anche a causa dei vincoli burocratici, non sempre riescono a rispondere con la necessaria velocità.
In questo scenario, quale contributo potrebbe offrire il Piano Mattei?
È ancora troppo presto per valutarne concretamente i risultati. Tuttavia, almeno negli intenti, il Piano Mattei introduce un elemento rilevante: orientare le politiche di intervento verso lo sviluppo delle comunità locali, collegando la produzione al consumo.
Questo rappresenta un possibile cambio di paradigma rispetto a molti programmi del passato.
Gli interventi infrastrutturali sono certamente necessari, ma devono essere accompagnati da azioni capaci di soddisfare i bisogni alimentari immediati. Se si realizzano esclusivamente infrastrutture senza intervenire sulla produzione locale di cibo, si rischia paradossalmente di aggravare le disuguaglianze.
Le infrastrutture possono creare nuove opportunità economiche e commerciali. Pensiamo al corridoio di Lobito, che collega le coste africane e facilita il trasporto di risorse minerarie, petrolio e fertilizzanti. La stessa infrastruttura potrebbe favorire anche il commercio locale dei prodotti agricoli.
Tuttavia, gli alimenti presentano difficoltà specifiche: sono deperibili, richiedono sistemi di conservazione e, in alcuni casi, una catena del freddo. Devono inoltre essere compatibili con le culture e le abitudini alimentari delle popolazioni alle quali sono destinati.
Non è possibile trasferire automaticamente i modelli alimentari occidentali in altri contesti. Un prodotto considerato appetibile o alla moda in Europa potrebbe non essere conosciuto o accettato altrove.
Esistono anche differenze fisiologiche. In alcune popolazioni africane, per esempio, è molto diffusa la difficoltà a digerire il lattosio a causa della ridotta presenza dell’enzima lattasi. Proporre indiscriminatamente il latte vaccino come soluzione nutrizionale potrebbe quindi non produrre gli effetti desiderati.
Prima di intervenire è necessario realizzare una fotografia precisa dei bisogni locali. Occorre comprendere quali siano gli alimenti tradizionalmente consumati e come possano essere integrati con fonti di proteine, sali minerali e micronutrienti.
La sicurezza alimentare non è soltanto una questione quantitativa. Riguarda anche la qualità nutrizionale degli alimenti.
Come può essere introdotta l’agricoltura di precisione nei Paesi in via di Sviluppo?
L’agricoltura di precisione deve essere applicata con un approccio completamente diverso rispetto a quello adottato nei Paesi occidentali, dove il settore agricolo è già fortemente industrializzato.
Il primo contributo dell’agricoltura di precisione deve riguardare la programmazione. È necessario individuare la vocazionalità dei territori, studiare le condizioni pedoclimatiche e stabilire quali colture e quali pratiche agronomiche possano garantire produzioni realmente sostenibili.
La sostenibilità deve essere concreta. Significa verificare se gli interventi agronomici consentono di ottenere produzioni adeguate sotto il profilo qualitativo, quantitativo e temporale.
In passato, modelli di agricoltura industrializzata sono stati introdotti in territori caratterizzati da suoli ancora naturali, senza tenere conto delle loro specificità. In questi casi l’efficacia degli interventi è risultata inevitabilmente limitata.
In una fase successiva, le tecnologie di precisione possono essere utilizzate per razionalizzare l’impiego dei fertilizzanti, migliorare la gestione dell’acqua e collegare la produzione agricola alle industrie di prima e seconda trasformazione. Non tutti i prodotti, infatti, possono essere destinati al consumo fresco.
Nei Paesi più vulnerabili servono tecnologie semplici o tecnologie di ultima generazione?
Non ritengo corretto distinguere tra tecnologie “povere” e tecnologie di ultima generazione. Le tecnologie devono essere classificate come utili e adattabili.
Una tecnologia altamente innovativa ma rigida potrebbe rivelarsi inutilizzabile in un determinato contesto. Un sensore alimentato esclusivamente dalla rete elettrica, per esempio, avrebbe possibilità di impiego molto limitate nelle aree prive di una rete stabile. Lo stesso sensore, se alimentato attraverso pannelli solari, potrebbe invece essere utilizzato e diffuso più facilmente.
Le tecnologie devono inoltre essere semplici da utilizzare, possibilmente pronte all’uso e caratterizzate da una complessità gestionale contenuta. Anche gli strumenti definiti “plug and play”, tuttavia, richiedono sempre una formazione adeguata.
La sostenibilità non può essere misurata soltanto attraverso il rapporto tra energia impiegata e risultati ottenuti. Deve comprendere anche la capacità delle tecnologie di adattarsi alle diverse condizioni operative, che in agricoltura sono estremamente eterogenee.
Anche l’agricoltura rigenerativa può essere considerata una forma di innovazione?
Certamente. La tecnologia non coincide necessariamente con uno strumento elettronico o con una macchina.
Mantenere la copertura del suolo, evitare lavorazioni che portino in superficie materiali inerti e conservare la biodiversità del terreno sono pratiche che possono essere considerate tecnologie agronomiche. Sono metodi capaci di preservare la fertilità dei suoli nel lungo periodo.
I principi dell’agricoltura rigenerativa si basano proprio su questi concetti. Non si tratta sempre di idee completamente nuove, ma di conoscenze agronomiche consolidate, oggi reinterpretate alla luce delle nuove esigenze ambientali.
L’agricoltura rigenerativa introduce inoltre un elemento fondamentale: la misurazione degli effetti. Non basta produrre; bisogna verificare come le pratiche adottate influenzino il suolo.
Uno strumento utile è, per esempio, la Visual Soil Assessment, che consente, alla fine di ogni ciclo produttivo, di valutare se la gestione del terreno abbia determinato un miglioramento, una stabilità o un peggioramento delle sue condizioni. Non si tratta necessariamente di ottenere valori assoluti da laboratorio, ma di osservare l’evoluzione del suolo e comprendere quali pratiche abbiano prodotto determinati risultati.

Qual è il ruolo della formazione?
La formazione è essenziale e dovrebbe iniziare il prima possibile. Non è realistico pensare di coinvolgere improvvisamente nell’agricoltura un giovane adulto che è cresciuto in condizioni di conflitto, instabilità o marginalità.
Bisogna iniziare fin dalla giovane età, mostrare risultati concreti e garantire un accompagnamento costante attraverso forme di tutoraggio.
Un modello particolarmente efficace è quello del Training of Trainers, cioè la formazione dei formatori. Le persone inizialmente coinvolte possono successivamente trasferire le proprie competenze ad altri membri della comunità, generando un processo di diffusione delle conoscenze.
Quando i giovani comprendono di poter raggiungere una propria autonomia economica e professionale, diventano anche meno propensi ad abbandonare il territorio nel quale sono nati.
Quale ruolo possono svolgere l’istruzione superiore e le università nella transizione verso un’agricoltura più sostenibile?
L’istruzione rappresenta uno degli strumenti più efficaci per promuovere lo sviluppo sostenibile, soprattutto nei Paesi in via di sviluppo, dove il settore agricolo svolge un ruolo fondamentale per l’economia, la sicurezza alimentare e il benessere delle comunità rurali.
In questo contesto, le istituzioni di istruzione superiore devono assumere una funzione strategica, le università non possono limitarsi alla trasmissione delle conoscenze teoriche, ma devono contribuire concretamente allo sviluppo della società attraverso la ricerca, l’innovazione e la collaborazione con le imprese, le istituzioni pubbliche e le comunità locali.
Per raggiungere questi obiettivi bisogna ripensare i curricula universitari e superare il tradizionale modello di insegnamento basato sulla semplice trasmissione dei contenuti da parte del docente. Occorre adottare un approccio educativo trasformativo, nel quale lo studente abbia un ruolo attivo nel processo di apprendimento e possa sviluppare capacità di analisi critica, riflessione e problem solving.
L’educazione deve preparare gli studenti a comprendere la complessità delle interazioni tra la dimensione ambientale, economica e sociale dell’agricoltura sostenibile. Per questo è importante sviluppare competenze trasversali come il pensiero critico, il lavoro di gruppo, la leadership, la comunicazione efficace, la gestione aziendale, la partecipazione comunitaria e la capacità di continuare ad apprendere durante tutta la vita professionale.
Un ruolo fondamentale è svolto dall’apprendimento esperienziale, perché la formazione deve essere strettamente collegata alla pratica. Le attività sul campo, le aziende agricole universitarie, i tirocini, la ricerca applicata e la collaborazione diretta con gli agricoltori e con le imprese consentono agli studenti di comprendere concretamente i problemi dell’agricoltura sostenibile e di sviluppare le competenze necessarie per affrontarli.
La frammentazione disciplinare rappresenta ancora un ostacolo significativo, per cui è necessario promuovere un approccio interdisciplinare e transdisciplinare, capace di integrare competenze provenienti da diversi ambiti scientifici e di favorire la collaborazione tra dipartimenti universitari, imprese, enti pubblici e comunità locali.
La pandemia di Covid-19 ha inoltre accelerato la diffusione della didattica online e ha dimostrato che gli strumenti digitali possono garantire la continuità dei percorsi formativi. Tuttavia, l’insegnamento a distanza non può sostituire completamente le attività pratiche, che nella formazione agricola rimangono essenziali. Le tecnologie digitali devono quindi essere considerate come un supporto all’apprendimento, mentre le esperienze sul campo sono indispensabili per sviluppare competenze operative.
La formazione locale può contribuire anche a limitare le migrazioni?
Può certamente contribuire a creare alternative.
Formare le persone direttamente nei loro territori permette loro di acquisire conoscenze innovative senza essere costrette a lasciare il proprio contesto sociale e familiare. Una volta che una persona viene sradicata dal proprio territorio, è molto difficile che vi faccia ritorno.
Ho potuto osservare personalmente questa differenza in alcuni interventi realizzati in Burundi. Alcuni giovani sono stati portati in Italia per studiare e hanno poi costruito qui la propria vita personale e professionale. Altri sono stati formati direttamente sul posto attraverso la presenza di ricercatori e dottorandi. Questi ultimi hanno creato attività nei propri territori e non desiderano lasciare il Paese.
Questo è il vero sviluppo: consolidare una generazione di giovani dotata di competenze innovative e, allo stesso tempo, desiderosa di costruire il proprio futuro nel Paese di origine.
Questo è il contributo più importante. A seguire l'agricoltura di precisione può essere impiegata con le tecnologie di razionalizzazione dei fertilizzanti, dell'uso delle risorse idriche e soprattutto collegamento tra la parte di campo, quindi agricola, con l'industria di prima e seconda trasformazione, atteso che i prodotti agricoli non possono essere tutti destinati a consumo fresco. La formazione è importantissima ma non deve essere generalista.
Quale messaggio desidera lasciare in occasione della Festa della Terra?
Le tecnologie devono essere conosciute e utilizzate con sapienza. Ogni evoluzione tecnologica richiede una formazione adeguata, perché la formazione aumenta la consapevolezza e permette di utilizzare gli strumenti in maniera responsabile.
Non è necessario che ogni agricoltore diventi un esperto di tutte le tecnologie disponibili. Servono servizi avanzati capaci di supportare il settore agricolo e, allo stesso tempo, agricoltori che continuino a conoscere profondamente la terra e a lavorare a stretto contatto con essa.
In altre parole: abbiamo bisogno di maggiore innovazione al servizio dell’agricoltura, ma anche di persone capaci di rimanere, concretamente e simbolicamente, con i piedi per terra.
Invito alla Festa della Terra - 17 ottobre - Villaggio Globale di Cumiana
In occasione della Festa della Terra, il SERMIG invita a scoprire il Sentiero del Progresso al Villaggio Globale di Cumiana: un percorso attraverso 10 tecnologie, tecniche e innovazioni per rispondere a bisogni concreti di persone e comunità nei Paesi più poveri al mondo.












