Mercosur e Pac: il nodo agricolo resta politico

Mercosur
Tra libero scambio, semplificazione e redditi agricoli, l’Europa accelera. Ma agli agricoltori chiede ancora di reggere il peso della transizione

Bruxelles sceglie la velocità. E lo fa mentre nelle campagne europee la parola chiave resta resistenza. La firma dell’accordo commerciale Ue – Mercosur, avvenuta il 17 gennaio ad Asunción dopo oltre venticinque anni di negoziati, segna un passaggio storico per l’Unione. Ma è nelle stesse ore, tra Berlino e Strasburgo, che emerge con forza la frattura politica ancora aperta: quella tra ambizioni geopolitiche, sostenibilità proclamata e tenuta economica delle aziende agricole europee.

Mercosur, la “scelta deliberata” dell’Europa

Per la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen non ci sono dubbi: l’intesa con Argentina, Brasile, Paraguay e Uruguay rappresenta una «scelta chiara e deliberata» a favore del commercio equo e delle regole multilaterali. Un accordo che dà vita alla più grande area di libero scambio al mondo, coinvolgendo circa 700 milioni di cittadini e quasi il 20% del Pil globale. La Commissione rivendica i numeri: l’Ue è già il secondo partner commerciale del Mercosur e il principale investitore straniero nella regione. L’eliminazione dei dazi, l’accesso agli appalti pubblici e un quadro normativo stabile dovrebbero favorire imprese e investimenti, comprese le 30 mila Pmi europee che già esportano nell’area.

Ma nel racconto istituzionale, accanto alla geopolitica e alla sostenibilità, resta in filigrana una domanda irrisolta: chi paga il prezzo dell’apertura dei mercati? Non a caso, mentre si firma l’accordo, gli agricoltori tornano in piazza a Strasburgo e le organizzazioni giovanili agricole denunciano il rischio di impatti cumulativi su settori già fragili come carne bovina, pollame, zucchero, riso ed etanolo.

Green Week di Berlino: meno burocrazia, più reddito

È da Berlino, dalla centesima edizione della Grüne Woche, che arriva il tentativo della Commissione di ricucire il rapporto con il mondo agricolo. Il messaggio è chiaro: meno burocrazia, più produttività, più redditività. Il commissario all’Agricoltura Christophe Hansen parla di un vero cambio di paradigma, riportando l’azienda agricola al centro come impresa economica, non solo come destinataria di vincoli ambientali.

I dati demografici pesano come un macigno: meno del 5% degli agricoltori europei ha meno di 40 anni, l’età media supera i 57. Senza reddito e prospettive, il ricambio generazionale resta uno slogan vuoto. Da qui l’insistenza su una Pac post-2027 che continui a garantire il sostegno al reddito, accompagnata però da una redistribuzione più equa degli aiuti, con tetti ai pagamenti e risorse liberate per i giovani.

Pac post-2027: più risorse, ma anche più condizionalità

Sul tavolo ci sono cifre importanti. La Commissione propone un pacchetto complessivo per l’agricoltura vicino ai 400 miliardi di euro, includendo il bilancio Pac, strumenti finanziari e fondi per competitività, bioeconomia e innovazione. Il sostegno al reddito resta centrale, con una quota minima di 293,7 miliardi di euro vincolata a livello Ue e almeno il 10% destinato allo sviluppo rurale.

Accanto alle risorse, però, cresce il dibattito sulla governance: più flessibilità agli Stati membri attraverso i Piani nazionali e regionali, ma con obiettivi climatici e ambientali che restano vincolanti. Hansen respinge l’accusa di una “Pac meno comune”, sostenendo che l’adattamento alle condizioni locali rafforza, e non indebolisce, la politica agricola.

Fertilizzanti e Cbam: l’allarme dell’Austria

Se il commercio apre nuovi orizzonti, i costi di produzione stringono il cappio. L’Austria porta al Consiglio Agrifish un documento che fotografa una crisi ormai strutturale per le colture arabili: fertilizzanti che rappresentano fino al 30% dei costi, prezzi in crescita nonostante il gas stabile, cereali tornati ai livelli del 2020.

L’entrata in vigore del Carbon Border Adjustment Mechanism sui fertilizzanti dal 1° gennaio 2026 rischia, secondo Vienna, di aggravare la situazione con ulteriori aumenti fino al 15%. Da qui la richiesta di sospendere temporaneamente il Cbam, ridurre i dazi e compensare gli agricoltori utilizzando parte delle stesse entrate generate dal meccanismo. È una crepa politica significativa: la transizione verde, senza correttivi, rischia di diventare economicamente insostenibile per chi produce cibo.

Zootecnia, foreste e sicurezza alimentare

Nel frattempo, Bruxelles prepara la Strategia europea sulla zootecnia, attesa per il secondo trimestre 2026. L’obiettivo dichiarato è rafforzare competitività, resilienza e sostenibilità di un settore strategico, riconoscendo che il mercato oggi non remunera adeguatamente i servizi ambientali e sociali forniti dagli allevatori.

Parallelamente, la Commissione rilancia il ruolo delle foreste come asset economico e climatico: dalla bioeconomia ai crediti di carbonio, fino al sostegno agli investimenti per le aziende agricole multifunzionali. Anche qui, la parola d’ordine è integrazione tra reddito, ambiente e sviluppo rurale.

L’agricoltura come test politico dell’Europa

Da Bruxelles emerge un messaggio inequivocabile: l’agricoltura è tornata al centro della partita europea. Ma non più solo come settore da proteggere: come banco di prova della credibilità politica dell’Unione. Libero scambio, transizione ecologica, sicurezza alimentare e reddito agricolo non possono più viaggiare su binari separati.

La firma del Mercosur segna una scelta strategica. Ora, però, tocca alla politica dimostrare che questa scelta non si tradurrà in un ulteriore squilibrio sulle spalle degli agricoltori. Perché senza aziende agricole economicamente vive, nessuna geopolitica del cibo può reggere. E l’Europa, oggi più che mai, non può permettersi di sbagliare questo passaggio.

Mercosur, chi rischia di più nella filiera agricola europea

La firma dell’accordo Ue–Mercosur apre un mercato da 700 milioni di consumatori, ma per l’agricoltura europea l’impatto sarà asimmetrico e concentrato su alcuni comparti già strutturalmente fragili. Settori più esposti:

  • Carne bovina: resta il comparto simbolo delle preoccupazioni agricole. I produttori europei temono l’ingresso di volumi a prezzi inferiori, in un contesto di costi crescenti e standard sanitari e ambientali percepiti come non pienamente equivalenti.
  • Pollame: settore già sotto pressione per margini ridotti e vincoli sanitari stringenti. Il rischio è un’erosione ulteriore della competitività, soprattutto per le aziende di piccola e media dimensione.
  • Zucchero ed etanolo: comparti ciclici e sensibili alle importazioni, esposti alla concorrenza di produzioni sudamericane a costi inferiori.
  • Riso: mercato già fragile, con precedenti tensioni legate agli accordi commerciali e alla difficoltà di difendere il valore della produzione europea.

Il nodo degli standard

Le organizzazioni agricole e i giovani agricoltori europei sottolineano che l’accordo mantiene impegni di sostenibilità “in buona fede”, ma senza meccanismi immediati e vincolanti di controllo. La Commissione ribadisce il principio di reciprocità, ma il tema dei controlli resta centrale nel dibattito politico.

  • Costi di produzione: l’effetto moltiplicatore

Il contesto peggiora se si incrociano commercio e costi:

  • i fertilizzanti rappresentano fino al 30% dei costi di produzione per le colture arabili;
  • l’entrata in vigore del Cbam sui fertilizzanti dal 1° gennaio 2026 potrebbe generare ulteriori aumenti di prezzo stimati tra il 10 e il 15%;
  • i prezzi dei cereali sono tornati ai livelli del 2020, comprimendo i margini.

In questo quadro, l’apertura dei mercati rischia di agire come fattore di stress aggiuntivo, soprattutto per le aziende meno capitalizzate.

  • Le contromisure Ue

La Commissione richiama alcuni strumenti:

  • clausole di salvaguardia,
  • rafforzamento dei controlli alle importazioni,
  • utilizzo della Unity Safety Net per gestire eventuali crisi settoriali,
  • una Pac post-2027 più orientata al reddito e ai giovani agricoltori.

Il vero test, però, sarà politico: dimostrare che il commercio internazionale non diventa un acceleratore di squilibri interni, ma uno strumento compatibile con la sostenibilità economica delle aziende agricole europee.

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