Fino a poco più di un mese fa gli animatori della Pro-Loco di Niscemi esultavano: la loro sagra dedicata al carciofo violetto aveva ottenuto dall’Unpli (l’Unione nazionale delle Pro-Loco Italiane) il marchio “Sagra di Qualità”. Un riconoscimento che viene attribuito alle manifestazioni che si distinguono per autenticità, qualità e valore culturale.
Di punto in bianco, però, in un solo giorno le cose sono cambiate e i sogni sono stati spezzati.
La frana di Niscemi ha fatto spegnere i riflettori sulla sagra dedicata al prodotto simbolo del centro agricolo nisseno. Li ha accesi, invece, sulla fragilità geologica del territorio dove sono state cancellate case, strade, ponti e importanti infrastrutture indispensabili per il lavoro operoso di una comunità dedita prevalentemente all’agricoltura e in particolare alla produzione del carciofo. Produzione il cui valore oscilla tra i 30 e i 40 milioni di euro e trova sbocco per larga parte (70-80%) nei mercati del Centro-Nord Italia. Il resto, oscillante tra il 20 e il 25% viene esportato all’estero: Francia, Germania e Svizzera sono i principali mercati.
Una lunga tradizione
La coltivazione un tempo avveniva solo nella fertile piana di Gela, servita dalla diga Disueri e i cui terreni sono per due terzi di proprietà e coltivati dai niscemesi. Da quando la piana di Gela non può più contare sull’acqua della diga (parecchi anni fa si interrò completamente in una notte), i niscemesi hanno trasferito i loro campi di carciofo nella valle dell’Acate dove l’acqua non manca.
Danni alla logistica
La frana di Niscemi non ha certo distrutto le coltivazioni, ma ha inferto un brutto colpo alla logistica che, per un prodotto fresco e facilmente deperibile come il carciofo, assume una rilevante importanza.
Su quattro strade di accesso al paese di Niscemi, due sono collassate insieme alla frana, una è sottoposta a monitoraggio continuo e mostra già diverse fratture lungo il percorso. Rimane percorribile solo quella che collega il paese con Caltagirone. Nel frattempo il genio militare sta ripristinando una vecchia regia trazzera che non veniva utilizzata da decenni e a cui manca ancora il manto stradale.
In queste condizioni di interruzione o forte rallentamento della viabilità rurale e provinciale, gli agricoltori che vivono a Niscemi sono obbligati a percorsi alternativi che allungano tempi e costi. E poi c’è il rischio di perdere la manodopera stagionale (aggravando la cronica carenza di forza lavoro), visto che molte famiglie follate hanno lasciato temporaneamente il territorio.
Futuro incerto
Ma quello che a Niscemi si teme di più è che i produttori, in cerca di percorsi più brevi possano disertare i magazzini di condizionamento e smistamento presso cui hanno conferito finora i loro carciofi per consegnare la merce in altre strutture più facili da raggiungere.
«È così che muore l’economia del carciofo a Niscemi», osservano sconsolati i produttori. C’è poi da considerare che basta poco a spezzare il fragile equilibrio tra costi e ricavi di questa coltura.
Il prezzo alla produzione, che oscilla tra 0,20 e 0,80 euro a capolino, diventa insostenibile quando i costi di trasporto crescono del 20-30% così come sta avvenendo nel comprensorio di Niscemi. Per non parlare del rischio di deprezzamento del prodotto. Il carciofo, si sa, è facilmente deperibile e ritardi di poche ore possono incidere sui margini di guadagno.









