Nel 2027 festeggerà 150 anni di vita. Il “Giuseppe Pastori” di Brescia è un istituto agrario storico e con diverse peculiarità, tra le quali la presenza di un importante allevamento, ormai una rarità nel panorama dell’istruzione tecnica nazionale. A guidarlo, dal 2013, è Augusto Belluzzo, laurea in Economia e commercio, con una lunga esperienza prima come docente e poi come preside in un istituto alberghiero, che ha fatto da ottimo training a quella che considera ormai la scuola della sua vita.
Il Pastori è scuola capofila della rete regionale dei tecnici e professionali a indirizzo agrario, alla quale aderiscono 23 istituti storici e a cui guarda da fuori anche un’altra decina di istituti con corsi attivati in materia.
«Nella rete – spiega il professor Belluzzo – si lavora in modo positivo e compatto e i risultati sono tangibili. Ad esempio, siamo riusciti a ottenere dalla Regione Lombardia un finanziamento di cinque milioni di euro per ammodernare le aziende agrarie annesse alla scuola. Inoltre, abbiamo dei progetti condivisi, come quello di ricerca sulla fecondazione con il Crea. Alla luce della riforma dei tecnici, si è dato vita anche a un gruppo di lavoro con docenti delle aree di indirizzo, affinché, a fronte della crescente autonomia accordata, venga garantita un’identità di base comune a tutti. Altro tavolo è quello avviato con il presidente dell’Ersaf, l’Ente Regionale per i Servizi all’Agricoltura e alle Foreste, ai fini dell’attivazione di un corso Its che possa dare meglio continuità alla filiera formativa».
Si sono appena chiuse le iscrizioni al primo anno, come è andata?
«Abbiamo tenuto rispetto all’anno precedente, quando le prime classi hanno visto 180 iscritti. In passato siamo arrivati ad avere 1.200 studenti ma siamo da tempo attestati a quota 800. Lo zoccolo duro è costituito dall’articolazione produzioni e trasformazioni, verso cui si orienta il 60% degli allievi e che poggia sulla forte specificità zootecnica dell’azienda agraria e sulla presenza di un allevamento con 120 bovini da latte e rimonta interna. Sulle otto sezioni del triennio, cinque sono di produzioni e trasformazioni, le restanti di viticoltura ed enologia, da cui la presenza anche del sesto anno per la specializzazione di enotecnico».
Nessun corso quadriennale?
«No. L’offerta formativa è quella storica, conosciuta e apprezzata anche per la sua impostazione per così dire tradizionalista. Stiamo valutando gli esiti della riforma, quando i contenuti della proposta didattico-formativa saranno completi».
Quali sono i rapporti con l’Istruzione tecnica superiore?
«Non facciamo parte di fondazioni ma collaboriamo a livello provinciale con l’Its Symposium di Brescia, che vanta l’attivazione di cinque corsi biennali post-diploma, e con un’altra esperienza in provincia di Mantova. Come rete regionale stiamo operando per poter avere rapporti con compagini in grado di costruire insieme a noi una filiera verticale che porti alle specializzazioni richieste dagli allevamenti».
Dove si orientano ora i diplomati in uscita?
«Il 65% continua all’università proseguendo per lo più in facoltà coerenti con gli studi effettuati (agraria, veterinaria) ma, dato l’ottimo livello di formazione di base, anche verso altri dipartimenti. Un 30% riesce a laurearsi avendo iniziato nel frattempo a lavorare. In crescita l’interesse per gli Its, grazie all’aumentata visibilità e anche a campus di orientamento rivolti alle quarte e quinte classi».
Organizzate corsi professionalizzanti?
«Eroghiamo corsi di potatura degli olivi e delle viti e corsi di caseificazione e norcineria aperti agli appassionati e alla cittadinanza. Soprattutto agli studenti vengono proposte “pillole di agricoltura”, cioè corsi in orario pomeridiano di 10-20 ore per conseguire il patentino di guida dei trattori e per l’utilizzo dei fitofarmaci, oltre che di sicurezza, in quest’ultimo caso certificati da un ente provinciale. Da quattro anni è attivo pure un corso per la fecondazione artificiale».

Ci parli dell’azienda agricola.
«È un motivo di vanto. Si sviluppa per oltre 50 ettari e, stalla a parte, si caratterizza per il vigneto, dove sono presenti un centinaio di varietà e un migliaio di cloni che sono stati oggetto di interesse pure da parte dell’università, e di una cantina interna realizzata anche grazie all’ex centro vitivinicolo bresciano. Altro asset importante è quello florovivaistico. Abbiamo poi una parte a oliveto e una a bosco, laboratorio privilegiato del corso di ambiente e territorio. Oltre all’allevamento bovino da latte contiamo qualche capo da carne, qualche capo equino e degli animali di bassa corte. L’azienda del Pastori è anche una fattoria didattica attiva sul fronte dell’educazione ambientale e alimentare».
Avete un punto per la vendita diretta?
«Sì. E ci puntiamo molto, perché l’istituto è proprio dentro la città. Al momento commercializziamo fiori, piante, vino, olio e passate di pomodoro; entro il 2027 contiamo di chiudere anche le filiere della salumeria e dei formaggi».
Gli ultimi investimenti in azienda?
«Dal 2022 abbiamo destinato oltre un milione di euro all’innovazione tecnologica della stalla inserendo la robotica per l’alimentazione e la mungitura, oltre che per il benessere animale. Acquistato inoltre un carro unifeed e due nuovi trattori dotati di sistemi Gps. Ammodernata anche la serra con l’introduzione della domotica e acquistati nuovi software e dispositivi per il monitoraggio di campi e vigneti».
Il bilancio come va?
«Il fatturato supera i 600mila euro l’anno e ormai da alcuni anni segna un utile del quale beneficia la scuola. Non è stato facile, perché la stalla ha rappresentato a lungo un punto di debolezza ma poi abbiamo trovato l’organizzazione giusta. Ritengo che vi siano ancora dei margini di miglioramento puntando sull’aumento di quantità e qualità e sulla diminuzione dei costi unitari».
Sul fronte più propriamente scolastico?
«Sono state trovate importanti risorse per innovare la didattica, un impegno costante in questi miei 13 anni al Pastori. Con i fondi Pnrr ci siamo concentrati sui laboratori di biotecnologie e di chimica e industrie agrarie. Tra didattica e produzione, ci sono gli acquisti di armadi di stagionatura ed essiccazione per la salumeria, di un micro-caseificio e di un piccolo molino, così da arrivare alla chiusura delle rispettive filiere».
Quali rapporti avete con gli altri attori del settore?
«Abbiamo ottime relazioni con Ordini e Collegi professionali e con le associazioni di categoria, anche ai fini della definizione dei profili in uscita. Altra sponda preziosa è quella degli ex allievi, che sono dei riferimenti sicuri in ogni iniziativa, sia sperimentale che di innovazione. E poi c’è la città, la comunità bresciana e quella delle famiglie degli studenti, con le quali c’è un forte rapporto osmotico che ci rende una realtà solida e compatta».
Nel 2027 festeggerete i 150 anni: come vi state preparando?
«Abbiamo già iniziato a lavorare costituendo un gruppo di lavoro: inizieremo il 20 dicembre 2026 nel giorno di emanazione dello statuto della scuola, per poi proseguire subito dopo, l’8 gennaio 2027, quando vi fu l’inizio delle lezioni. Dopo l’uscita in occasione dei 140 anni, abbiamo previsto una nuova pubblicazione che, più che sui documenti, si baserà sui racconti delle persone che hanno vissuto questa scuola. Poi inaugureremo i due nuovi laboratori di norcineria e caseificazione».










