In Italia, l’agricoltura è sempre più esposta a eventi climatici estremi. Nel 2024, secondo Coldiretti, questi fenomeni hanno causato danni per circa nove miliardi di euro, il livello più elevato degli ultimi anni, con oltre 3.700 eventi estremi registrati, in un’accelerazione che negli ultimi quattro anni ha portato a oltre 20 miliardi di perdite complessive. Non si tratta più di episodi isolati, ma di un fenomeno che incide direttamente sulla stabilità economica dei sistemi agricoli e sulla continuità delle produzioni.
Allo stesso tempo, dati Istat evidenziano cali significativi della produzione agricola in diverse filiere in alcuni degli anni più recenti, con riduzioni anche a doppia cifra in alcuni comparti. Nonostante questo, il cambiamento climatico continua a essere letto come un fenomeno esterno. In realtà, il suo impatto economico passa attraverso una variabile interna ai sistemi produttivi: la qualità del capitale naturale. È questa a determinare la capacità di un sistema agricolo di assorbire gli shock o di amplificarli: quando si deteriora aumenta la vulnerabilità; al contrario, il suo miglioramento rafforza la resilienza nel tempo.
Eppure, pur avendo effetti diretti e misurabili sui sistemi produttivi, non è ancora trattato come una vera variabile economica nei modelli decisionali, ma più come un fattore esterno o di contesto.
Quando il rischio climatico entra davvero nella finanza agricola
Per molti anni, la sostenibilità in agricoltura è stata trattata principalmente come una questione reputazionale. Oggi questa prospettiva sta cambiando rapidamente.
Il cambiamento climatico e il degrado ambientale stanno entrando nei modelli di valutazione del rischio finanziario. Questa evoluzione è guidata sia da framework normativi come la Csrd e la Tassonomia europea, che richiedono maggiore trasparenza e standardizzazione, sia da approcci più avanzati come il Tnfd, che introducono un livello di analisi più profondo e permettono di comprendere come la qualità degli asset naturali influenzi direttamente il rischio economico.
È una direzione verso cui si stanno già muovendo regolatori, istituzioni finanziarie e banche centrali a livello globale. Il punto non è più “fare meglio per l’ambiente”. È comprendere il rischio economico in modo più accurato. Tuttavia, esiste un limite strutturale nei modelli attuali: il rischio viene spesso valutato in modo troppo generico, senza distinguere tra aziende che stanno aumentando la propria vulnerabilità e aziende che stanno costruendo resilienza.
I limiti degli attuali modelli di rischio climatico
Molti strumenti oggi utilizzati dalle istituzioni finanziarie classificano il rischio climatico attraverso punteggi territoriali o settoriali. Tuttavia, quando applicati all’agricoltura, questi modelli risultano spesso troppo generici per essere utili.
Se quasi tutte le aziende agricole vengono classificate come “ad alto rischio”, il rischio smette di essere una informazione utile per prendere decisioni.
Il problema non è riconoscere che l’agricoltura è esposta al rischio climatico. Questo è evidente. La vera sfida è rendere questa distinzione osservabile e misurabile in modo consistente.
L’agricoltura non è un settore uniforme
Due aziende agricole che operano nella stessa area geografica possono avere livelli di rischio molto diversi. La differenza non dipende solo da clima o geografia, ma da come il sistema produttivo viene gestito nel tempo.
La resilienza di un’azienda agricola è infatti legata alla qualità di alcuni asset fondamentali, come suolo, acqua, biodiversità e carbonio, che determinano la capacità del sistema di rispondere agli shock climatici. Prima ancora di essere rilevanti per la valutazione del rischio finanziario, queste variabili sono ciò che determina il funzionamento stesso del sistema produttivo. È a questo livello che si manifesta il rischio fisico: nella capacità del suolo di trattenere acqua, nella risposta delle colture agli stress, nella stabilità delle rese nel tempo.
Approcci come l’agricoltura rigenerativa si concentrano proprio sul miglioramento progressivo di queste risorse naturali.
Il profilo di rischio di un’azienda non dipende quindi solo dal contesto climatico, ma da come il sistema produttivo è gestito e dalla qualità degli asset che ne deriva.
Questi fattori non sono solo indicatori ambientali. Sono asset produttivi da cui dipende direttamente la performance economica dei sistemi agricoli. Quando questi asset si degradano, la prevedibilità delle rese diminuisce e il rischio economico aumenta. Quando vengono rigenerati, il sistema diventa più resiliente agli shock climatici. La qualità ambientale non è quindi solo una questione ecologica, ma una componente strutturale della gestione del rischio.
Il vero gap: la mancanza di dati granulari
Una delle principali limitazioni oggi è la difficoltà di osservare queste variabili in modo preciso e continuo a livello aziendale, e di farlo in modo scalabile lungo le filiere produttive.
Molte analisi restano a livello territoriale o statistico. Ma per comprendere davvero il rischio agricolo, l’analisi deve scendere a un livello più granulare, dove le differenze tra sistemi produttivi diventano osservabili. È a questo livello che le differenze tra sistemi produttivi emergono in modo misurabile.
Quando il dato ambientale diventa leva finanziaria
Man mano che i dati diventano più granulari, cambia radicalmente il modo in cui la finanza può utilizzarli. Non si tratta più solo di reporting di sostenibilità. Il dato ambientale diventa uno strumento per leggere il rischio operativo in modo più preciso. Questo apre la strada a una nuova logica finanziaria: premiare i produttori che riducono il rischio attraverso pratiche rigenerative e identificare i sistemi che continuano a degradare la propria base produttiva.
Il ruolo delle filiere
Una caratteristica strutturale dell’agricoltura europea, soprattutto di quella italiana, è la dimensione media ridotta delle aziende. Questo rende difficile costruire strategie di trasformazione agendo sui singoli produttori in modo isolato. Per questo motivo, la scala più efficace diventa spesso la filiera: cooperative, aggregatori, organizzazioni di produttori e aziende della trasformazione che connettono i produttori. A questo livello, i dati possono essere raccolti in modo efficiente e le strategie di trasformazione possono diventare scalabili.
Costruire l’infrastruttura della transizione agricola
La transizione verso sistemi agricoli più resilienti richiede una nuova infrastruttura informativa. Istituzioni finanziarie, organizzazioni di filiera, consulenti tecnici e piattaforme dati devono iniziare a lavorare in modo coordinato. Quando questi attori sono allineati, diventa possibile costruire programmi che riducono il rischio climatico, migliorano la resilienza produttiva e indirizzano capitale verso sistemi agricoli più sostenibili.
La sostenibilità come nuova frontiera della gestione del rischio
La sostenibilità in agricoltura sta progressivamente passando da narrazione a realtà finanziaria. Man mano che le istituzioni finanziarie integrano le variabili ambientali nei processi decisionali, chi saprà leggere la qualità ambientale di un sistema agricolo avrà un vantaggio concreto: prenderà decisioni più accurate e contribuirà a orientare capitale verso sistemi produttivi più solidi.
In agricoltura, il degrado ambientale non è solo un problema ecologico. È un rischio economico diretto. E la rigenerazione ambientale non è solo un obiettivo di sostenibilità. È una leva concreta per ridurlo nel tempo.













