C'è un filo che unisce il 2009 a oggi, e passa attraverso i digestori di una cascina alle porte di Carpaneto Piacentino. Allora Guido Palladini, allevatore con 250 vacche da latte e 200 ettari di superficie, decise di non sprecare nulla: i reflui della stalla, il trinciato di mais e sorgo, i sottoprodotti agricoli della zona avrebbero alimentato un impianto a biogas per produrre energia elettrica. Una scelta pionieristica, nel piacentino. Oggi quell'impianto non esiste più, o, meglio, si è trasformato. Il 13 aprile 2026, in Località Ceradello, è stato inaugurato l'impianto di biometano di Palladini Bioenergia, acquisito e riconvertito dalla società CH4T con un investimento di 11 milioni di euro, di cui tre coperti da finanziamenti Pnrr. «Ho voluto testardamente il biometano» racconta Palladini, che resta titolare della sola azienda agricola conferitrice. «Non senza difficoltà: serve personale e presenza costante per farlo funzionare bene».
Economia circolare per davvero
La logica dell'impianto è quella della circolarità stretta: i materiali in ingresso provengono dal territorio, il prodotto in uscita torna al territorio. Ogni anno i digestori riceveranno 27.000 tonnellate di insilati (mais, sorgo e altri cereali autunno-vernini), 6.100 tonnellate di scarti agroindustriali – in primo luogo bucce di pomodoro provenienti dalle lavorazioni della zona – e 26.500 tonnellate di reflui zootecnici dalle stalle locali che allevano bovini, suini e pollame. «L'idea è quella di lavorare il più possibile con le realtà aziendali sia agricole che agroindustriali del territorio, sia per contenere i costi di trasporto sia per far circolare l'economia locale» spiega il project manager e responsabile di processo degli impianti Alessandro Mariotti.
Un obiettivo che CH4T si è data su tutti i suoi impianti, ma che qui trova terreno particolarmente fertile grazie al tessuto produttivo della pianura piacentina.
In uscita, l'impianto produce 500 Smc/ora di biometano – pari a 3.360.000 Smc annui – immessi direttamente nel metanodotto Snam per uso domestico e industriale. Ma il gas non è l'unico output: il processo genera anche 7.500 tonnellate di digestato solido e 42.500 metri cubi di digestato liquido all'anno, restituiti come fertilizzante organico alle aziende agricole conferenti. La catena si chiude: ciò che entra come scarto esce come risorsa.
Come funziona: dall'upgrading alla rete
L'impianto è una riconversione dell'esistente più un significativo ampliamento. Il vecchio cogeneratore a biogas rimane in funzione, ma ora la sua produzione converge verso il nuovo sistema di upgrading, il cuore tecnologico dell'intervento. Il biogas grezzo – una miscela di metano e anidride carbonica – viene prima deumidificato e depurato dai composti solforati tramite carboni attivi, poi compresso a 10-12 bar e infine fatto passare attraverso un sistema di membrane a più stadi. Le membrane separano il metano dalla CO₂: il primo viene purificato fino a diventare biometano immettibile in rete, la seconda viene recuperata per massimizzare la resa energetica dell'intero processo.
Il sistema di upgrading è fornito da Hysytech; i compressori sono di Fornovogas; la cogenerazione elettrica – che consente all'impianto di autoprodurre l'energia necessaria al proprio funzionamento, riducendo drasticamente i prelievi dalla rete – è firmata 2G. Prima dell'immissione in rete, la qualità del biometano viene certificata dalla cabina RE.MI. di System Gas, che verifica il potere calorifico e trasmette i dati a Snam per la rendicontazione al Gse.
Un elemento di novità è il sistema di monitoraggio digitale Starfish, sviluppato da iVORY7, che integra reti neurali e intelligenza artificiale a più livelli: sensori sul campo, coordinamento locale, cloud. «Non raccoglie semplicemente dati, li utilizza per migliorare il processo in modo continuo» ha spiegato il team di iVORY7 durante la visita. «L'obiettivo è avere il controllo dell'impianto in modo molto più flessibile, personalizzato e predittivo». Questa tecnologia è stata presentata agli European Biogas Association Awards da CH4T in collaborazione con iVORY7 e ha vinto il 1° premio nella categoria “Biogas Problem-Solver”.
Sostenibilità certificata: meno CO₂ di un pozzo di gas
Uno dei requisiti del decreto biometano – quello che ha reso possibile l'accesso all'incentivo – è dimostrare la sostenibilità ambientale del processo: l'impianto deve abbattere almeno l'80% delle emissioni di gas serra rispetto all'estrazione di gas metano fossile. A Carpaneto questo obiettivo è ampiamente centrato, anche grazie alla scelta deliberata di aumentare la quota di reflui zootecnici e deiezioni avicole nell'alimentazione dei digestori. Il digestato prodotto dai liquami che non vengono stoccati in vasche aperte – evitando così le emissioni di metano in atmosfera che si produrrebbero in assenza dell'impianto – contribuisce a rendere il bilancio emissivo dell'impianto negativo. Secondo i dati di CH4T, il risparmio di CO₂ equivalente si attesta a 9.720.000 kg all'anno.
Il progetto industriale di CH4T
CH4T – che ha sede operativa a Verona è partecipata dal fondo Suma Capital, con la linea di investimento SC Infra – gestisce già altri impianti in Romagna, nel Veneto e in Friuli. Quello di Carpaneto è il primo in provincia di Piacenza, ma l'amministratore delegato Stefano Begnini non ha fatto mistero dell'intenzione di crescere sul territorio: «Questo è il nostro primo passo a Piacenza, ma siamo convinti che ce ne saranno altri». L'impianto ha richiesto circa un anno di lavori e il primo flusso di biometano ha iniziato a scorrere nelle tubature dalla seconda decade di aprile 2026.
All'inaugurazione, che ha visto la partecipazione di oltre cento ospiti tra rappresentanti del mondo agricolo, istituzionale ed economico, erano presenti il ministro per gli Affari Europei e il Pnrr Tommaso Foti – che ha garantito la continuità dei finanziamenti al biometano anche oltre la scadenza del Pnrr tramite Gse – il consigliere regionale Luca Giovanni Quintavalla e il sindaco di Carpaneto Andrea Arfani. Presente anche una delegazione di Confagricoltura Piacenza, a cui l’azienda è da sempre associata, con il presidente Umberto Gorra e il direttore Raffaello Rossi.
«Bisogna saper entrare nei territori senza arroganza, senza conflitti con la popolazione» ha sottolineato il ministro Foti. «In questo caso, c'è stata una combinazione felice perché si parte da un impianto a biogas, con numerosi impatti già superati». Un punto ribadito anche da Quintavalla: «Per evitare ideologie attorno a questi impianti serve avere la qualità dei progetti e delle aziende proponenti. Ci vuole un patto tra pubblico e privato e trasparenza. Non sempre si riesce a fare come è accaduto qui».
Anche Guido Palladini ha espresso orgoglio per il traguardo, sottolineando l'importanza di aver trasformato una realtà attiva da quasi 150 anni in un centro all'avanguardia per l'energia rinnovabile. Palladini ha ribadito l'impegno della famiglia nel continuare a supportare il valore dell'impianto attraverso il conferimento di reflui e biomasse, garantendo il legame con il territorio e la storicità dell'azienda. Ha infine rimarcato come il nuovo impianto, nato dalla riconversione del precedente impianto di biogas, rappresenti un passo ulteriore verso l'energia pulita e la circolarità agricola locale.









