L’Italia è il paese del vino. Con un quinto della produzione mondiale, pari a 45/50 milioni di ettolitri l’anno, è stabilmente al primo posto, a livello planetario. Seguito, a debita distanza, dalla Francia. Tuttavia, nel nostro paese si produce anche la birra, ormai da due secoli; senza ovviamente nemmeno sfiorare i volumi dell’enologia. La birra italiana è rimasta quasi una nicchia fino agli anni Novanta: da quel momento in poi, la sua produzione è aumentata costantemente e, in qualche caso, impetuosamente, passando dai 6-7 milioni di ettolitri di mezzo secolo fa, agli oltre 18 milioni del 2022, record storico assoluto. Negli anni seguenti si è assistito a una progressiva contrazione produttiva, ma ciononostante, l’Italia è oggi tra i primi dieci produttori a livello europeo. Ben lontana dagli 85 milioni di ettolitri della Germania, beninteso, ma con quantitativi tutt’altro che trascurabili. Parallelamente, si è sviluppato e ormai consolidato il fenomeno dei birrifici artigianali: nato giusto 30 anni fa, conta oggi oltre mille aziende. Di medie, piccole o piccolissime dimensioni, ma con una qualità di tutto rispetto.
Opportunità per l’agricoltura
Per fare la birra occorrono essenzialmente due prodotti agricoli, ossia malto (solitamente ricavato da varietà specifiche di orzo) e luppolo. In passato - e in larga parte anche oggi - i birrifici industriali e molti di quelli artigianali si servivano di materie prime importate dall’estero. Stati Uniti o Germania per il luppolo, Francia o la solita Germania per l’orzo. Entrambe queste piante, e soprattutto la seconda, possono però essere coltivate con buoni risultati anche nel nostro paese e questo apre interessanti prospettive per gli agricoltori italiani o quantomeno per quelli che vogliano cimentarsi in un settore in passato di nicchia, ma che promette di espandersi. Anno dopo anno, infatti, cresce il numero dei birrifici che decidono di puntare sull’italianità non soltanto della produzione, ma anche delle materie prime impiegate. È il caso dello storico birrificio cuneese Baladin, ma anche di marchi industriali come Peroni, che ha lanciato alcune linee di prodotto con la dicitura “soltanto luppoli italiani”.
Diventa insomma interessante capire a che punto è questo fenomeno e se esso possa ulteriormente espandersi a breve, creando ulteriore domanda di materie prime ad alto valore aggiunto e di conseguenza ben remunerate ai coltivatori.
Da orzo nazionale il 40% del malto
Decisamente più diffusa, la coltivazione di orzo da birra copre oggi, secondo le stime, 36.500 ettari, sufficienti a coprire il 40% del fabbisogno italiano di malto. Dovrebbero presto aumentare in modo considerevole, grazie all’apertura di una nuova malteria nel Polesine, con una capacità produttiva di circa 15mila tonnellate, pari al 20% del totale utilizzato nel nostro paese. Con questa nuova iniziativa, insomma, non diventeremo certamente indipendenti, ma potremo dire di produrre nei campi italiani il 60% dell’orzo da birra utilizzato dai birrifici nazionali. «L’apertura di una malteria di questa dimensione apre prospettive importanti per il settore» conferma Carlo Schizzerotto, direttore del Consorzio Birra Italiana. «In primo luogo - aggiunge - perché ci permetterà di ottenere una birra più italiana: un obiettivo su cui il consorzio si concentra da tempo». Sono anni, conferma Schizzerotto, che l’ente fa pressione sui soci per spingerli all’impiego di materie prime nazionali. «Dopo i successi di prodotti come la Nazionale di Baladin o le Peroni, rispettivamente sul fronte artigianale e industriale, abbiamo avuto diversi altri birrifici che si sono convertiti a malto e luppoli italiani. Nel Salento, per esempio, ma anche in Sardegna e Sicilia, quasi sempre appoggiandosi a filiere locali dell’orzo. Si tratta di materie prime particolari, su cui occorre fare ricerca e sperimentazione, ma in linea di massima la produzione di birra totalmente italiana non soltanto è possibile, ma regala anche un ottimo prodotto, spendibile sui mercati internazionali. Lo ha dimostrato l’esperienza di un birrificio ceco che ha realizzato, con le nostre coltivazioni, una lager che non ha nulla da invidiare alle ceche più famose».
Luppolo: un mercato da costruire

Più embrionale, al momento, la filiera del luppolo: se ne conta, approssimativamente, una settantina di ettari in tutto il territorio nazionale. Sono concentrati in Piemonte e Veneto, con importanti nicchie nel Modenese e in Umbria. In ogni caso, quasi sempre in quota. Per capirci, il clima ideale per ottenere buoni aromi è quello in cui crescono le mele; dunque in zone pedemontane o comunque con un’importante escursione termica e massime non eccessivamente alte. «In sé, la pianta di luppolo è abbastanza rustica e si adatta bene a diversi climi. La differenza, oltre che qualitativa, è produttiva: luppolai in zone eccessivamente calde producono sicuramente meno di quelli collocati in aree con un clima più simile alle zone europee in cui è tradizionalmente coltivato». Chi parla è Luca Bonelli, presidente di Hopera, cooperativa di Busca (Cn) che da otto anni promuove la coltivazione di luppolo. Inizialmente in Piemonte, ma ora ha il dichiarato proposito di diventare un punto di riferimento per tutto il Nord-ovest. «Attualmente siamo in una decina di soci, tra cui alcuni birrifici. Il nostro scopo è creare i presupposti affinché chiunque voglia cimentarsi in questa attività possa trovare un sostegno e uno sbocco per la sua produzione».
A questo scopo, è stato promosso un progetto di ricerca finanziato con fondi Pnrr e di alcuni Psr regionali. Filo (Filiera Italiana Luppolo e Orzo) è un complesso piano con diversi obiettivi, come spieghiamo in queste pagine. «Per quanto riguarda il luppolo, si lavora soprattutto per ottenere una varietà italiana e dunque adatta, quantitativamente e qualitativamente, all’ambiente italiano. Noi stessi stiamo portando avanti incroci su alcune cultivar, principalmente statunitensi. Partendo da un luppolaio di sessanta varietà, ne abbiamo selezionate cinque, in massima parte con genetica Usa. Chiaramente non arriveremo a un luppolo con le stesse caratteristiche di quelli americani, in quanto esse dipendono, oltre che dalla varietà, dal territorio di coltivazione. Contiamo però di ottenere piante adatte a produrre nelle condizioni italiane».
Resta da valutare la convenienza economica di fare luppolo italiano. «Il costo principale è quello di impianto, che è paragonabile a un frutteto. Diciamo sui 40mila euro per ettaro, a fronte di rese di circa 15 quintali per ettaro. Una volta essiccato, il prodotto è venduto a un prezzo di circa 10 euro al chilo. Occorre poi una lavorazione da parte nostra, prima di cedere il prodotto alla trasformazione». Hopera tratta infatti il luppolo per renderlo pronto per l’impiego in birrificio. «Siamo l’unica cooperativa italiana a completare l’intero ciclo, ottenendo un prodotto pellettato sotto vuoto, pronto per l’uso entro 24 ore dalla raccolta. In questo modo si mantendono tutte le caratteristiche qualitative del luppolo».
Dopo alcuni anni di scetticismo, conclude Bonelli, i birrifici stanno accettando la produzione italiana. «È sicuramente un prodotto di nicchia. C’è tanto da fare, anche dal punto di vista comunicativo, ma siamo sulla buona strada: birrifici che inizialmente erano scettici sulla qualità del luppolo nostrano, oggi lavorano stabilmente con noi e si fanno vanto di usare luppolo nazionale».
Il progetto Filo
Qualche ritardo (non sorprendente) nei finanziamenti, parecchio lavoro ancora da fare, ma il progetto Filo prosegue. Pensato per dare impulso alla filiera della birra, si compone di diverse parti e coinvolge tre università: Parma, Udine e Pisa. Alla prima il compito di lavorare sui luppoli, trovando cultivar adatte ai nostri climi. Udine sta invece facendo ricerca sugli orzi, che negli ultimi anni hanno visto calare le rese medie (da 55 a 40 quintali per ettaro, indicativamente). Questo soprattutto a causa del cambiamento climatico: siccità, grandinate, bombe d’acqua. L’obiettivo è dunque trovare varietà più resilienti rispetto a questi eventi estremi. Alla Sant’Anna di Pisa, infine, l’incarico di sviluppare un algoritmo che riesca a calcolare l’impronta carbonica di una birra totalmente italiana, con l’obiettivo di portarla a zero grazie a una filiera chiusa e ai concetti di economia circolare.












