La contrazione della maiscoltura italiana sta ampliando la dipendenza dall'estero e mette sotto pressione la filiera zootecnica e le produzioni Dop e Igp. Nel 2025 la produzione nazionale si è fermata a 5,5 milioni di tonnellate, contro un fabbisogno annuo di circa 12 milioni. Le importazioni hanno raggiunto i 7 milioni di tonnellate e per il 2026 si profila un'ulteriore contrazione, con raccolti stimati intorno ai 4 milioni. È in estrema sintesi il quadro emerso a Roma durante il convegno «Il mais, coltura strategica per la filiera zootecnica e agroalimentare nazionale: analisi e strategie per il rilancio del settore», promosso da Cibo per la Mente, Assalzoo, Origin Italia e Associazione Maiscoltori Italiani, che chiedono di riportare la coltura al centro delle politiche agricole nazionali.
I numeri fotografano una crisi che non riguarda soltanto i campi. Il mais è una materia prima essenziale per l'alimentazione animale e, di conseguenza, per la competitività degli allevamenti e delle filiere lattiero-casearie, delle carni e delle uova. La sua disponibilità incide anche sulle produzioni Dop e Igp di derivazione zootecnica, comprese quelle di formaggi e salumi, legate a requisiti di qualità, tracciabilità e rispetto dei disciplinari.
Superfici dimezzate in 25 anni
La contrazione produttiva ha radici strutturali. Gli ettari coltivati a mais da granella sono passati da 1,06 milioni nel 2000 a 541 mila nel 2025: quasi la metà in meno. Nel 2006 l'Italia produceva 9,6 milioni di tonnellate; nel 2025 il raccolto è sceso a 5,5 milioni, con una riduzione superiore al 40% in vent'anni. Tra le cause: redditività insufficiente, aumento dei costi di produzione e volatilità dei prezzi.
A queste criticità si sommano gli effetti del cambiamento climatico sulle rese e sulla qualità sanitaria delle granaglie, compreso il rischio legato alle micotossine. Il settore segnala inoltre le preoccupazioni per il divieto di utilizzo dell'urea nel Bacino padano previsto dal 2028.
Un ulteriore elemento di pressione è la competizione tra gli impieghi alimentari e quelli energetici del mais. In un contesto di disponibilità nazionale in calo, l'equilibrio tra le diverse destinazioni diventa decisivo per assicurare materia prima agli allevamenti.
Pac e contratti di filiera per recuperare redditività
La prima richiesta della filiera riguarda il sostegno economico alla coltivazione. Tra le misure indicate c'è l'introduzione di un aiuto accoppiato specifico per il mais nell'ambito della prossima Politica agricola comune. L'obiettivo è rendere più conveniente la produzione e contrastare un'ulteriore riduzione delle superfici.
Accanto agli strumenti pubblici, il comparto punta sui contratti di filiera, in particolare pluriennali e dedicati al mais destinato alle produzioni Dop. L'obiettivo è offrire maggiore stabilità ai produttori e più certezze negli approvvigionamenti agli utilizzatori, riducendo l'esposizione alle oscillazioni dei mercati.
La questione riguarda anche la continuità delle produzioni di qualità. Per le filiere Dop e Igp viene proposta la valutazione di strumenti temporanei di flessibilità per affrontare situazioni eccezionali, nel rispetto della normativa e dei disciplinari. La priorità resta garantire disponibilità sufficiente di mais nazionale, con caratteristiche sanitarie e qualitative adeguate.
La sfida dell'innovazione e dell'aggregazione
Il rilancio passa anche dalla ricerca. Miglioramento genetico, Tecniche di Evoluzione Assistita (Tea) e pratiche agronomiche più efficienti sono indicati come strumenti per aumentare la produttività e rendere le colture più resilienti agli stress climatici.
La diffusione delle tecnologie incontra tuttavia ostacoli economici e organizzativi. I costi degli strumenti innovativi e la necessità di competenze specialistiche possono limitarne l'accesso, soprattutto per le aziende di minori dimensioni. Per questo, secondo il mondo accademico, anche l'aggregazione tra imprese può favorire l'adozione delle innovazioni.
Per Amedeo Reyneri Di Lagnasco, professore ordinario all'Università di Torino, l'innovazione agronomica e tecnologica è fondamentale per migliorare efficienza produttiva e qualità delle colture. La sua diffusione resta però frenata dai costi e dalla necessità di competenze specialistiche. Da qui l'importanza di «promuovere forme di aggregazione tra le imprese», così da favorire l'accesso alle nuove tecnologie e rafforzare la competitività della cerealicoltura nel lungo periodo.
Sul fronte della qualità sanitaria del mais, Sabrina Monica Locatelli, primo ricercatore del Crea-Centro di ricerca Cerealicoltura e Colture industriali di Bergamo, richiama i risultati del monitoraggio che «non hanno evidenziato miglioramenti significativi nel tempo: un problema che richiede nuove soluzioni lungo la filiera». La ricerca, ha spiegato, attraverso monitoraggio e miglioramento genetico, «è al lavoro su nuove soluzioni, comprese le tecnologie genomiche, per rispondere alle criticità della filiera e agli effetti dei cambiamenti climatici».
Le richieste della filiera

«Se non si interviene in modo netto sul comparto, il rischio è un'ulteriore riduzione delle superfici coltivate e una maggiore dipendenza dalle importazioni», ha avvertito Cesare Soldi, presidente dell'Associazione Maiscoltori Italiani, rimarcando la necessità di accelerare sull'innovazione, dal miglioramento agronomico alle Tea, semplificando le procedure «affinché queste opportunità possano arrivare quanto prima nei campi».
Per Massimo Zanin, presidente di Assalzoo, «Il progressivo ridimensionamento della maiscoltura nazionale e la crescente dipendenza dalle importazioni costituiscono quindi una criticità che non possiamo sottovalutare». Il comparto mangimistico chiede politiche di sostegno, investimenti e innovazione per restituire convenienza alla coltura.
Sul fronte delle produzioni a denominazione d'origine, Nicola Cesare Baldrighi, presidente di Origin Italia, sottolinea la necessità di «assicurare una disponibilità di mais nazionale sufficiente, sicuro e di qualità», condizione essenziale per la sostenibilità delle filiere Dop e Igp.
«Il rilancio della maiscoltura italiana richiede un impegno condiviso tra istituzioni e tutti gli attori della filiera, al fine di rendere possibile e sostenibile le nostre produzioni zootecniche» ha dichiarato Clara Fossato, portavoce di Cibo per la Mente. «Auspichiamo che il settore possa essere riconosciuto per la sua strategicità, attraverso un confronto strutturato e una programmazione di lungo periodo, capace di garantire sostenibilità economica agli agricoltori e tutelare le eccellenze agroalimentari del Paese».













