La missione Ue “Un accordo sul suolo per l’Europa” affronta una delle sfide più importanti dell’agricoltura europea: invertire i processi di degradazione del suolo per una graduale transizione verso sistemi produttivi rigenerativi, resilienti e climaticamente adattabili. In questo ambito, Trails4Soil è un progetto di ricerca e di innovazione quinquennale, finanziato dall'Ue a sostegno dell'attuazione di questa missione, che è stato presentato a Fieragricola 2026 a inizio febbraio 2026 con un convegno organizzato da Edagricole in collaborazione con l’Università degli Studi di Teramo.

«L’agricoltura conservativa, oggi evoluta nel paradigma dell’agricoltura rigenerativa, ha come obiettivo centrale il miglioramento della qualità e della fertilità del suolo, un capitale naturale di valore inestimabile, di cui spesso ci si accorge solo quando viene degradato – ha detto in apertura di convegno Michele Pisante dell’Università di Teramo, coordinatore del WP2 del progetto –. In questo contesto si inserisce questo importante progetto europeo, tra i pochi approvati dalla Commissione Ue, che coinvolge 12 Stati membri, oltre a Svizzera e Ucraina, con un approccio integrato e internazionale. Il progetto mira a connettere ricerca scientifica, imprese e istituzioni per favorire l’adozione di pratiche sostenibili e innovative.
Il cambiamento climatico rappresenta una sfida cruciale: gli ultimi anni, tra i più caldi mai registrati, hanno evidenziato una forte correlazione tra aumento delle temperature, eventi estremi e perdita di fertilità del suolo.
«Questi fenomeni incidono anche sulla produttività e qualità delle colture strategiche come il grano duro – ha continuato Pisante – con riduzioni sia quantitative sia merceologiche. In Italia, la scarsa continuità negli investimenti in miglioramento genetico varietale ha accentuato le criticità, evidenziando la necessità di una regia unitaria nella ricerca. L’agricoltura rigenerativa propone soluzioni basate sui principi della conservativa: copertura permanente del suolo, integrazione tra produzioni vegetali e allevamenti, attenzione alla qualità fisica e biologica del terreno e monitoraggio continuo. Oggi questo è possibile grazie a tecnologie avanzate: satelliti, algoritmi, modelli previsionali e machine learning permettono di valutare in modo dinamico l’evoluzione della fertilità. Il recente regolamento europeo sul carbon farming potrà incentivare ulteriormente queste pratiche, anche attraverso riconoscimenti economici agli agricoltori».
Le tecnologie di precisione svolgono un ruolo chiave nella gestione della variabilità spaziale del suolo e delle colture. «Non è necessario che ogni agricoltore diventi un esperto tecnologo – ha spiegato Pisante –: il supporto di contoterzisti, agronomi e imprese specializzate consente di integrare competenze e strumenti. Anche le amministrazioni regionali sono chiamate a orientare le risorse della Pac e dei fondi di coesione verso obiettivi coerenti con la sostenibilità e gli indicatori europei. Un ulteriore salto di qualità sarà garantito da nuove costellazioni satellitari a bassa quota, come il programma nazionale Iride, che forniranno dati ad alta frequenza, riducendo la necessità di rilievi diretti e droni. L’integrazione tra osservazione satellitare, monitoraggio in campo e modelli digitali (digital twin del suolo) permetterà di simulare diversi scenari di gestione a partire da una baseline iniziale».
Il progetto prevede la creazione di Living Lab in diversi Paesi europei, dove sperimentare tecniche rigenerative e tecnologie non distruttive, incluse innovazioni di imaging funzionale applicate alle piante per valutare l’efficacia e il timing di biostimolanti e altri input. L’obiettivo è accelerare il trasferimento tecnologico, adattando le soluzioni ai diversi contesti ambientali e climatici. In sintesi, il suolo viene riconosciuto come sistema dinamico e capitale strategico su cui investire. L’agricoltura rigenerativa, supportata da tecnologie di precisione e da una governance coordinata, rappresenta una leva fondamentale per coniugare sostenibilità ambientale, redditività economica e qualità delle produzioni lungo l’intera filiera, fino al consumatore finale.
Regia spagnola

Il progetto coinvolge università come Cordoba, Teramo e Boku – ha proseguito Emilio J. González-Sánchez dell’Università di Cordoba, coordinatore dell’intero progetto – insieme a organizzazioni di produttori e associazioni agricole, con l’obiettivo di affrontare un problema diffuso in tutta Europa: il degrado e la perdita di salute del suolo. L’erosione, la compattazione, la riduzione della sostanza organica e il calo dell’attività biologica e della biodiversità stanno causando una perdita media di 2,5 tonnellate di suolo per ettaro ogni anno, pari a oltre 270 milioni di tonnellate a livello europeo, con un danno economico stimato in 38 miliardi di euro. Questo fenomeno, aggravato dal cambiamento climatico, favorisce desertificazione, perdita del 25% della biodiversità ed aumento delle emissioni climalteranti».
Il progetto mira a invertire questa tendenza attraverso il ripristino degli agroecosistemi, migliorando la disponibilità idrica del suolo (maggiore porosità e infiltrazione), proteggendone la struttura e promuovendo la copertura permanente.
«Centrale è la ricarbonizzazione del suolo – ha sottolineato González-Sánchez – ovvero la fissazione di CO₂ nello strato superficiale. Le pratiche includono avvicendamenti colturali, integrazione con sistemi arborei (vite, olivo, fruttiferi), agroforestazione e allevamento zootecnico, elemento chiave per il recupero della fertilità e dei servizi ecosistemici. Il progetto adotta un approccio multiattore basato sul modello delle “cinque eliche dell’innovazione” (Quintuple Helix): ricerca, imprese, istituzioni, società civile e mondo ambientale collaborano alla definizione di obiettivi concreti. La durata di 60 mesi, superiore alla media dei progetti europei, consente di sviluppare e testare innovazioni in cinque Living Lab aziendali su oltre 60.000 ettari, rappresentativi di diversi sistemi colturali. Ulteriori Living Lab saranno attivati tramite bandi a cascata, con un budget dedicato anche a strumenti di analisi basati su modelli matematici e intelligenza artificiale per monitorare e valorizzare i risultati».
La governance prevede un comitato direttivo, una comunità dei coordinatori dei Living Lab e un’assemblea degli stakeholder, favorendo scambio continuo di informazioni e coinvolgimento della società civile. Le attività comprendono scouting, co-creazione, pianificazione condivisa, sperimentazione, monitoraggio e reporting. Gli otto work package lavorano in parallelo per accelerare la produzione di dati utili a generare innovazioni applicabili su larga scala.
«L’impatto atteso supera i 7.000 ettari direttamente monitorati, con un potenziale di estensione oltre i 2 milioni di ettari – ha aggiunto González-Sánchez –. Il progetto si integra con gli ecoschemi della Pac e con le pratiche di carbon farming, basate sui tre principi dell’agricoltura conservativa: minima lavorazione, copertura permanente del suolo e rotazioni colturali. Questi principi, adattabili a diversi contesti climatici e pedologici, consentono di preservare la struttura del suolo, favorire l’infiltrazione dell’acqua e ridurre l’erosione, sempre più frequente a causa di eventi estremi».
Le innovazioni tecnologiche oggi permettono la semina diretta su suolo non lavorato, la gestione efficace dei residui colturali e l’uso di cover crop, diffuse anche nei sistemi arborei mediterranei. L’integrazione con l’allevamento contribuisce ulteriormente alla protezione del suolo. Gli esempi di alluvioni e trasporto di sedimenti in diverse città europee mostrano come la mancata infiltrazione dell’acqua comporti perdita irreversibile di fertilità.
«Solide evidenze scientifiche dimostrano che l’agricoltura conservativa e rigenerativa può ridurre la perdita di suolo e contribuire alla resilienza climatica – ha concluso González-Sánchez –. Il progetto intende fornire strumenti concreti e sostenibili per i produttori, integrando innovazione, politiche agricole e tutela ambientale, affinché la salute del suolo diventi priorità strategica nelle future politiche europee».
Effetti sulle infestanti

La presentazione del progetto Trails4Soil è stata l’occasione per approfondire il rapporto tra agricoltura conservativa/rigenerativa e gestione della flora infestante. «I principi cardine della rigenerativa – riduzione o assenza di lavorazioni (minimum tillage e no-tillage), copertura permanente del suolo con cover crop o residui colturali e diversificazione/rotazione colturale – influenzano profondamente l’evoluzione delle comunità di infestanti – ha spiegato Francesco Vidotto dell’Università di Torino –. La riduzione delle lavorazioni è l’elemento che nel breve periodo produce gli effetti più evidenti: modificando il disturbo del suolo, cambia rapidamente la flora emergente. Nel lungo periodo, però, assumono maggiore importanza i cambiamenti legati alla fertilità: aumento della sostanza organica, miglioramento della struttura, maggiore attività microbiologica e biodiversità del suolo. Questi fattori alterano gradualmente anche la “banca semi” (flora potenziale), che evolve più lentamente rispetto alla flora visibile».
Dal punto di vista ecologico, le infestanti possono essere suddivise in ruderali (adatte ad ambienti disturbati), competitive (favorite da elevata fertilità e scarsa presenza di stress) e stress-tolleranti (capaci di sopravvivere in condizioni difficili, come carenza idrica).
«Nel medio-lungo periodo – ha proseguito Vidotto – si prevede una riduzione delle specie ruderali, grazie al minor disturbo del suolo, ma anche un possibile aumento delle specie competitive, favorite dal miglioramento della fertilità. Inoltre, potrebbero espandersi specie perenni e biennali, incluse quelle con organi di moltiplicazione sotterranei (es. rizomi), mentre le annuali (terofite) potrebbero ridursi. Il cambiamento climatico, con maggiori concentrazioni di CO₂, può favorire le specie con strutture sotterranee di riserva, rendendone più complessa la gestione».
La gestione delle infestanti in agricoltura rigenerativa richiede un approccio sistemico e olistico. Non si tratta di una singola tecnica, ma di un insieme integrato di pratiche che interagiscono tra loro nel tempo. «La letteratura scientifica è ancora limitata – ha fatto presente Vidotto – soprattutto sugli effetti a lungo termine; per questo sono fondamentali studi pluriennali e modelli previsionali (digital twin) capaci di simulare scenari complessi.
Queste sono le principali strategie adottabili:
- Diversificazione colturale e rotazione, che riducono in modo significativo la densità media delle infestanti (come evidenziato da metanalisi), specialmente in combinazione con no-tillage.
- Cover crop, efficaci sia durante la crescita (competizione diretta) sia dopo la terminazione, tramite effetto pacciamante (dead mulch). Riducono emergenza delle infestanti, erosione e ruscellamento, limitando anche il trasporto di nutrienti e fitofarmaci.
- Living mulch, ovvero consociazioni in cui una coltura secondaria (es. segale o trifoglio) limita le infestanti tra le file della coltura principale (es. mais). Le sperimentazioni mostrano riduzioni significative delle infestazioni; in alcuni casi lo sfalcio non è necessario o può favorire nuove emergenze, specie di graminacee.
- Agroforestry, che integra specie arboree ed erbacee: sono ancora pochi gli studi sugli effetti sulle infestanti, ma ombreggiamento, competizione e allelopatia possono offrire opportunità interessanti.
- Pascolamento, che può ridurre la banca semi in misura variabile (40–80%), soprattutto se integrato con cover crop».
L’agricoltura rigenerativa non esclude l’uso di erbicidi, ma ne promuove un impiego più mirato e sostenibile. «Tuttavia – ha fatto presente Vidotto – alcune criticità restano: maggiore uso di erbicidi totali per la terminazione delle cover crop; difficoltà di impiego di prodotti di pre-emergenza in presenza di residui superficiali; possibile aumento del rischio di resistenze. Diventano quindi cruciali strategie anti-resistenza (rotazione e miscela dei meccanismi d’azione). L’agricoltura di precisione si integra efficacemente con quella rigenerativa: sensori “green on brown” o sistemi più evoluti permettono applicazioni sito-specifiche, riducendo le quantità distribuite. Esempi pratici mostrano come mappe NDVI e droni possano ottimizzare la terminazione della falsa semina, con risparmi significativi di prodotto».
La comunità delle infestanti è dinamica – ha concluso Vidotto – e risponde a ogni cambiamento gestionale e ambientale. La transizione verso l’agricoltura rigenerativa comporterà inevitabilmente una trasformazione della flora infestante, con effetti non sempre prevedibili e fortemente dipendenti dalle condizioni iniziali. Le pratiche rigenerative, pur adottate per molteplici obiettivi (fertilità, suolo, clima), contribuiscono generalmente a una gestione più sostenibile delle infestanti. Tuttavia, solo una ricerca strutturata e di lungo periodo potrà chiarire pienamente le traiettorie evolutive di queste comunità e supportare decisioni efficaci e durature».
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L’impatto delle macchine

Quando si parla di rigenerativa, è inevitabile parlare delle macchine cosiddette “conservative”. «Non è corretto definire un’attrezzatura “conservativa” in modo assoluto – ha esordito Luigi Sartori dell’Università di Padova –: ciò che conta non è la macchina in sé, ma come viene utilizzata e in quale contesto opera. Anche strumenti tradizionalmente esclusi dall’agricoltura conservativa, come l’aratro o l’erpice rotante, possono assumere un ruolo più coerente con i principi rigenerativi se impiegati a basse profondità, con elevata presenza di residui colturali o su suolo non lavorato».
Le pratiche chiave dell’agricoltura conservativa sono note: riduzione dell’intensità di lavorazione, semina su sodo, contenimento del compattamento, gestione di residui e cover crop, integrazione della zootecnia e riduzione degli input chimici. «Le macchine coerenti con questi obiettivi – ha proseguito Sartori – includono innanzitutto le seminatrici da sodo, oggi tecnologicamente mature, capaci di operare in presenza di residui superficiali o cover crop, intervenendo solo sul solco di semina. A una semplificazione delle lavorazioni corrisponde però una maggiore complessità tecnica, soprattutto nella gestione di infestanti e fertilità: difficoltà operative e insuccessi spiegano la diffusione ancora limitata in Italia. Nel campo delle lavorazioni ridotte rientra un ampio ventaglio di soluzioni: dalla discissura alla minima lavorazione, fino allo strip tillage e alla semina diretta in un’unica passata. Molte macchine sono polivalenti e permettono anche falsa semina, gestione delle cover crop e miscelazione dei residui. La regolazione precisa della profondità di lavoro, oggi possibile in tempo reale, consente vantaggi economici e ambientali».
Un tema centrale è il compattamento del suolo, aggravato dall’aumento di peso e potenza delle macchine negli ultimi decenni.
«Il compattamento riduce macroporosità, scambi gassosi e assorbimento di nutrienti – ha spiegato Sartori – e può determinare cali produttivi tra il 10 e il 30%. Le strategie di mitigazione includono l’aumento della sostanza organica (per rafforzare la struttura), l’uso di pneumatici a bassa pressione o cingolature, il telegonfiaggio e sistemi esperti che suggeriscono il momento ottimale di ingresso in campo. Una soluzione coerente con l’agricoltura rigenerativa è, poi, il traffico controllato, che concentra i passaggi su corsie fisse, lasciando intatta la restante superficie. Se necessario, si può intervenire con decompattatori che agiscono in profondità senza disturbare la superficie.
Fondamentale è anche la gestione dei residui: corretta distribuzione già in fase di raccolta, trinciatura, rimescolamento superficiale o vertical tillage. Quanto alle cover crop, devono essere seminate in modo efficace per garantire elevata produzione di biomassa e possono essere terminate chimicamente o con alternative meccaniche (rulli allettatori, sfalcio, taglio sottosuperficiale), termiche o elettriche. L’integrazione della zootecnia richiede attenzione: letame, liquame e compost non sono scarti, ma mezzi di produzione da distribuire in modo preciso, omogeneo e possibilmente localizzato o interrato, anche con tecnologie a rateo variabile tipiche dell’agricoltura di precisione».
Infine, per valutare se una pratica è davvero conservativa occorrono indicatori oggettivi. «Il primo è la percentuale di residui lasciati in superficie – ha concluso Sartori – per cui con oltre il 30% a fine ciclo si può parlare di gestione conservativa. La stima può essere fatta con metodi tradizionali (griglie e transetti) o con il telerilevamento, che distingue suolo e residui tramite specifici indici spettrali. Un secondo indicatore è lo Stir (Soil Tillage Intensity Rating), basato su velocità, profondità, modalità di lavoro e larghezza effettiva: valori bassi indicano lavorazioni conservative. Lo Stir è correlato a sostanza organica, emissioni di CO₂, consumo di gasolio e infiltrazione dell’acqua, e può essere calcolato in tempo reale dai moderni trattori connessi.
In conclusione, non è la macchina a definire l’agricoltura conservativa, ma l’intensità e la modalità d’uso. Il grado di conservazione è misurabile e può guidare politiche di sostegno più efficaci. Servono formazione a tutti i livelli (agricoltori, contoterzisti, rivenditori, costruttori) e sperimentazione locale per adattare le tecniche ai diversi contesti produttivi, favorendo investimenti consapevoli e realmente orientati alla rigenerazione del suolo».
Clicca qui per vedere la presentazione di Luigi Sartori
L’esperienza diretta di un agricoltore

«La sostenibilità non può essere affrontata solo sul piano tecnico – ha riferito Eros Gualandi, presidente della Cooperativa Il Raccolto – ma deve diventare un lavoro di filiera: agricoltori, costruttori, rivenditori, contoterzisti, reti di imprese e mondo della ricerca devono collaborare. I problemi che un’azienda affronta sono spesso gli stessi del “confinante”, e solo mettendo in comune conoscenze e soluzioni si possono ottenere risultati concreti».
Un concetto chiave è il contesto: ogni territorio ha caratteristiche specifiche che solo l’agricoltore conosce davvero. Le tecnologie – meccaniche, chimiche e digitali – sono strumenti fondamentali, ma vanno combinate con intelligenza imprenditoriale. Il digitale, in particolare, può aiutare molto più di quanto si percepisca, purché venga gestito con competenza.
«Tuttavia, tutto deve convergere verso un obiettivo primario – ha continuato Gualandi –: un’agricoltura conservativa e rigenerativa redditualmente positiva. La prima forma di sostenibilità è infatti la redditività: senza valore economico non c’è continuità aziendale. Dai dati raccolti negli ultimi vent’anni di confronto tra agricoltura convenzionale (lavorazioni tradizionali) e minima lavorazione/semina su sodo, su cereali come grano tenero e duro, in tre province, emerge che le rese hanno mostrato una tendenza negativa (circa –5 quintali/ettaro), fortemente condizionata dai cambiamenti climatici e dall’impossibilità di entrare in campo in “tempera”, cioè nelle condizioni ideali di umidità del suolo. Piogge intense e concentrate, infatti, causano compattamenti e ormaie che penalizzano la produttività.
Il sodo comporta mediamente una resa inferiore di 5–6 quintali/ettaro rispetto al terreno lavorato. Tuttavia, i minori costi di lavorazione (circa 300–400 euro/ettaro negli ultimi anni) compensano ampiamente la minore produzione. Cinque quintali in meno equivalgono a circa 100 euro, a fronte di 350 euro di risparmio: il saldo è quindi positivo. In termini di redditività, il sodo ha garantito risultati migliori e più stabili: su vent’anni quasi sempre positivi, contro pochi anni positivi nel sistema lavorato. Nel grano duro, grazie anche a prezzi mediamente migliori e a un clima oggi più favorevole rispetto al passato, i risultati economici sono stati ancora più convincenti. Non da ultimo, un elemento spesso trascurato è il costo dell’affitto o del beneficio fondiario (stimato in circa 600 euro/ettaro), che incide fortemente sul bilancio. Considerare solo i costi diretti porta a valutazioni distorte. La redditività va calcolata in modo completo».
Fondamentale è anche la gestione del suolo: meno disturbo possibile (anche tramite trattrici cingolate per ridurre il compattamento), aumento della sostanza organica e integrazione con la zootecnia. Dove è presente allevamento, l’apporto di letame o digestati consente di ripristinare fertilità e chiudere il ciclo dei nutrienti. Senza fertilità non si può lasciare alle nuove generazioni un’azienda vitale. «Nessuno può sostituire il presidio dell’imprenditore agricolo nella capacità di combinare tecniche, innovazione e conoscenza del territorio – ha concluso Gualandi –. Con esperienza, uso intelligente del digitale e attenzione alla sostanza organica, i conti – almeno nei vent’anni analizzati – dimostrano che l’agricoltura conservativa può essere economicamente sostenibile, anche in un contesto globale di forte pressione sulle commodity e di produzione cerealicola record».
Clicca qui per vedere la presentazione di Eros Gualandi
Il ruolo degli agromeccanici
Oltre al valore fondamentale della ricerca scientifica a fianco del mondo produttivo, anche gli agromeccanici svolgono un ruolo strategico nell’agricoltura conservativa e rigenerativa. «Gran parte delle macchine e delle attrezzature innovative necessarie per questi modelli produttivi si trova presso le aziende agromeccaniche – ha riferito Michele Pedriali, vicepresidente Cai Agromec (Confederazione Agromeccanici e Agricoltori Italiani), mentre molte aziende agricole, soprattutto medio-piccole, non hanno la capacità economica e strutturale per dotarsene autonomamente. Per questo gli agromeccanici diventano un anello essenziale della filiera».
Accanto all’aspetto tecnologico emerge però un tema culturale: non basta proporre innovazione, occorre diffondere conoscenze e favorire l’applicazione concreta nelle aziende. «Per rispondere a questa esigenza – ha aggiunto Pedriali – è stata creata, insieme a Unima Ferrara, una società di servizi avanzati per l’agricoltura chiamata “IT Genera”, attiva da alcuni anni. La società collabora con aziende agromeccaniche e agricole, realizza prove in campo, promuove progetti con le università, coinvolge laureandi in tesi e percorsi formativi, alcuni dei quali sono stati poi inseriti stabilmente in struttura. L’obiettivo è applicare concretamente l’innovazione e rafforzare il ruolo degli agromeccanici come soggetti pienamente integrati nella filiera. La sfida principale resta culturale e formativa: accompagnare le imprese in un percorso di crescita condiviso, valorizzando la collaborazione con il mondo accademico e della ricerca».
Il ricorso alle cover crop
L’ultimo intervento del convegno è arrivato da un’azienda agricola che opera in provincia di Ferrara (Porto Felloni), in un’area vicina al mare, con circa 600 ettari caratterizzati da suoli molto eterogenei. Questa variabilità ha spinto negli anni ad adottare strategie agronomiche differenziate e un forte orientamento all’innovazione. «Le colture principali sono mais da granella (anche per filiere alimentari), pomodoro da industria, fagiolino, pisello, grano tenero e duro, soia, oltre a un impianto di noci biologiche – ha spiegato il titolare Massimo Salvagnin –. Circa 100 ettari sono già in regime biologico, con superfici in aumento. L’azienda ha intrapreso un percorso di agricoltura di precisione fin dal 1997, accumulando un patrimonio di dati che oggi consente scelte agronomiche mirate. L’obiettivo è migliorare costantemente la fertilità e la funzionalità del suolo, considerato la “fabbrica” aziendale. Tuttavia, le scelte tecniche devono confrontarsi con le esigenze del mercato: alcune colture ad alto reddito, come le orticole, non sempre si adattano pienamente ai principi dell’agricoltura rigenerativa».
L’azienda ha così introdotto le cover crop per migliorare sostenibilità e gestione del suolo, ma solo dove è possibile garantirne una corretta terminazione. «In terreni sabbiosi o in previsione di trapianti primaverili (es. pomodoro) – ha spiegato Salvagnin – la gestione deve essere attenta per evitare problemi operativi o produttivi. Le cover hanno costi significativi e sono efficaci solo se ben sviluppate; in caso contrario non garantiscono i benefici attesi».
Per mantenere la fertilità l’azienda utilizza regolarmente ammendanti organici (compost, letame, digestati, borlande), integrati con concimi minerali, così da compensare gli elevati asporti di colture come mais e pomodoro. L’aratura è ancora praticata, ma in forma ridotta (mini-aratura o ecoaratro), insieme a discature superficiali e strip tillage, scelti in base alle condizioni. E grande attenzione è posta al contenimento del compattamento, grazie a macchine cingolate, e al monitoraggio costante: analisi del suolo ogni quattro anni (276 campioni nell’ultima campagna) hanno evidenziato una sostanza organica media del 2,93%, dato che conferma la validità delle scelte adottate. L’azienda dispone inoltre di mappe di resa dal 1997, utilizza irrigazione di precisione – fondamentale in un’area a scarse precipitazioni – e monitora le colture per modulare nutrizione e difesa in modo puntuale.
«Il nostro modello aziendale – ha concluso Salvagnin – integra agricoltura di precisione, gestione conservativa del suolo e attenzione alla redditività, adattando ogni scelta al contesto pedoclimatico e alle esigenze produttive».
Agricoltura Rigenerativa _ Salvagnin











