Cofinanziato dall’Unione europea. Le opinioni espresse appartengono tuttavia al solo o ai soli autori e non riflettono necessariamente le opinioni dell’Unione europea. Né l’Unione europea né l’amministrazione erogatrice possono esserne ritenute responsabili.Da Bruxelles il messaggio che arriva dopo il Consiglio informale Agrifish di Dublino è difficile da ignorare: l’agricoltura europea sta entrando in una fase nella quale clima, sicurezza alimentare e autonomia strategica sono diventati capitoli della stessa agenda politica.

La siccità di questa estate ha attraversato il confronto tra i ministri dell’Agricoltura dei 27, mettendo sul tavolo perdite produttive, carenza di foraggi, scarsità d’acqua e aumento dei costi. Il commissario europeo all’Agricoltura Christophe Hansen ha parlato di perdite economiche significative, richiamando al tempo stesso le flessibilità già disponibili nella Pac, dagli anticipi dei pagamenti alle deroghe per le situazioni eccezionali. Ma ha indicato soprattutto la necessità di guardare oltre l’emergenza, investendo in un’agricoltura più resiliente, attraverso irrigazione efficiente, agricoltura di precisione e suoli capaci di trattenere più acqua.
Il punto politico è proprio questo: la crisi climatica non può continuare a essere affrontata soltanto con strumenti emergenziali.
In Spagna il ministro Luis Planas ha chiesto esplicitamente risorse europee per affrontare l’adattamento agli eventi estremi, sottolineando che gli strumenti esistono, ma che senza finanziamenti adeguati rischiano di rimanere insufficienti. I numeri portati al tavolo dai rappresentanti agricoli europei restituiscono la dimensione del problema: riduzioni del 50-70% per il mais in alcune aree della Slovenia, danni per circa un miliardo di euro in Austria e cali della produzione dei pascoli fino al 90% in alcune zone.
Anche la Francia ha reagito con un pacchetto nazionale superiore al miliardo di euro, destinato non solo a compensare le perdite, ma anche a sostenere la ripartenza produttiva. È un passaggio significativo: resilienza significa evitare che uno shock climatico di oggi comprometta la capacità produttiva di domani.
La futura Pac entra nella fase decisiva
È sullo sfondo di questa situazione che prende corpo la partita sulla Pac post-2027.
La Presidenza irlandese punta a raggiungere una partial general approach sulla futura Politica agricola comune entro la fine di ottobre, per poi aprire il confronto con il Parlamento europeo. Il percorso tecnico dovrebbe arrivare a una sostanziale conclusione all’inizio di ottobre, in vista del Consiglio Agrifish del 26-27 ottobre in Lussemburgo.
Il problema, ancora una volta, è finanziario. Il ministro irlandese Martin Heydon ha riconosciuto la competizione crescente tra le diverse priorità del bilancio europeo: agricoltura, difesa, ricerca e innovazione, clima. E proprio qui si giocherà una delle partite decisive per il futuro dell’agricoltura europea.
Perché chiedere agli agricoltori di essere più competitivi, più sostenibili, più resilienti e contemporaneamente di investire in tecnologie, benessere animale, adattamento climatico e ricambio generazionale significa chiedere investimenti di lungo periodo.
E gli investimenti, senza certezza delle regole e adeguate risorse, difficilmente arrivano.
È lo stesso concetto espresso con grande chiarezza dal mondo agricolo europeo. Copa-Cogeca e Ceja hanno accolto positivamente il rinnovato riconoscimento del ruolo strategico della zootecnia e delle produzioni proteiche, ma hanno chiesto che alle ambizioni seguano finanziamenti concreti. Il presidente dei giovani agricoltori europei Peter Meedendorp ha sintetizzato il problema ricordando che agli agricoltori vengono richiesti investimenti trentennali senza sempre offrire una certezza trentennale.
Proteine e zootecnia, questione di autonomia strategica
Non è casuale che a Dublino il confronto si sia concentrato anche sulla strategia europea per la zootecnia e sul Protein Action Plan.
La riduzione della dipendenza europea dalle importazioni di proteine e mangimi sta assumendo una valenza che va ben oltre la politica agricola. Finlandia, Svezia, Polonia, Bulgaria e Lussemburgo hanno richiamato la necessità di rafforzare la produzione europea di proteine vegetali e di sviluppare colture più resistenti alla siccità, alle malattie e alle nuove condizioni climatiche.
È, a tutti gli effetti, un tema di autonomia strategica europea.
La lezione della pandemia, della guerra e delle tensioni geopolitiche sui mercati internazionali è ormai entrata stabilmente nell’agenda agricola: dipendere dall’esterno per fertilizzanti, energia, mangimi o proteine significa esporsi a vulnerabilità che possono trasformarsi rapidamente in crisi alimentari ed economiche.
La stessa Presidenza irlandese ha collegato esplicitamente zootecnia, sicurezza alimentare e autonomia strategica, sostenendo la necessità di ridurre la dipendenza dai mangimi importati.
La vera svolta: dalla ricerca all’adozione in campo
La novità più interessante arrivata da Dublino è forse quella che riguarda il ruolo dell’innovazione.
La Commissione europea ha presentato proprio l’8 settembre il nuovo approccio strategico alla ricerca e innovazione per agricoltura, foreste, aree rurali e sistemi alimentari, attraverso AgRI 2040 e Food 2040.
L’obiettivo dichiarato è colmare quello che Bruxelles definisce il divario tra laboratorio e applicazione concreta. Un problema non secondario, considerando che gli investimenti europei nelle tecnologie agri-food sono diminuiti del 67% tra il 2020 e il 2024, mentre Stati Uniti e Canada hanno mantenuto livelli di investimento significativamente superiori.
La parola chiave diventa quindi deployment: non basta produrre conoscenza scientifica, bisogna riuscire a portarla rapidamente nelle aziende agricole.
La Commissione propone più collegamenti tra ricercatori, imprese, investitori e agricoltori, maggiore utilizzo di Living Labs, aziende dimostrative, Operational Groups e formazione tra agricoltori. E soprattutto chiede che gli stessi produttori siano coinvolti fin dalle prime fasi nella progettazione e sperimentazione delle innovazioni.
È un cambio di prospettiva importante: l’innovazione agricola non può essere misurata dal numero di progetti finanziati, ma dalla capacità delle tecnologie di essere adottate, economicamente sostenibili e realmente utili nelle aziende.
Intelligenza artificiale, robotica e nuove proteine
La strategia AgRI 2040 individua otto grandi aree di intervento, dal suolo all’acqua, dai sistemi colturali alla zootecnia, dalla bioeconomia alle aree rurali, fino alle filiere agroalimentari e alla digitalizzazione.
Intelligenza artificiale, robotica, droni, telerilevamento e strumenti digitali vengono indicati come tecnologie destinate ad assumere un ruolo crescente. Ma anche qui Bruxelles introduce una condizione precisa: queste innovazioni dovranno essere accessibili ad aziende agricole e imprese rurali di dimensioni diverse.
Parallelamente, la ricerca europea dovrà concentrarsi su colture proteiche ad alto contenuto di proteine, sistemi produttivi più resistenti a siccità, salinità e temperature estreme, salute animale, genetica, alimentazione e utilizzo circolare dei nutrienti.
È un’agenda che salda finalmente innovazione, produttività, sostenibilità e sicurezza alimentare dentro un’unica visione.
La sostenibilità non può essere scollegata dalla redditività
Dal confronto di Dublino emerge anche un altro elemento politico destinato a pesare sulla futura Pac: la necessità di evitare che la transizione ambientale venga costruita prescindendo dalla sostenibilità economica delle imprese.
Il ministro Heydon lo ha espresso con una formula destinata a sintetizzare bene il momento europeo: gli agricoltori non possono diventare più sostenibili se economicamente sono già in difficoltà. Le nuove tecnologie, inoltre, devono essere accessibili soprattutto alle aziende più piccole, che incontrano maggiori ostacoli in termini di costi, accesso al credito, competenze digitali e assistenza tecnica.
Anche il confronto sul benessere animale va letto in questa prospettiva. Alcuni Stati membri hanno chiesto gradualità, valutazioni d’impatto e attenzione ai costi delle nuove norme, mentre il Lussemburgo ha messo in guardia dalla tentazione di ridurre semplicemente i numeri della zootecnia per raggiungere gli obiettivi su metano e ammoniaca.
Agricoltura come costo o come investimento strategico?
È questo, in definitiva, il vero tema che arriva da Dublino.
L’Europa sta prendendo atto che agricoltura e sicurezza non sono più compartimenti separati. La disponibilità di cibo, acqua, mangimi e proteine; la capacità produttiva dei territori; la resilienza alle crisi climatiche; la ricerca e la tecnologia; la competitività delle imprese agricole: tutto concorre alla sovranità economica e strategica dell’Unione.
Per questo la futura Pac non potrà essere giudicata soltanto sulla sua capacità di distribuire risorse, ma sulla sua capacità di orientare investimenti.
Investimenti nell’acqua, nella genetica, nella ricerca, nelle infrastrutture, nelle proteine europee, nella digitalizzazione, nella formazione e soprattutto nelle persone. Perché se l’Europa vuole davvero un’agricoltura più resiliente, competitiva e sostenibile, deve mettere gli agricoltori nelle condizioni di poterla costruire.
La sfida dei prossimi mesi sarà quindi molto più grande di una semplice trattativa sul bilancio agricolo. Si tratta di decidere quale ruolo l’agricoltura dovrà avere nella nuova architettura geopolitica europea.
E la risposta, dopo Dublino, sembra sempre più chiara: non un settore da accompagnare nella transizione, ma una delle infrastrutture strategiche della sicurezza europea.











