Più che un colpo di scena, un segnale politico atteso. Il Parlamento europeo ha deciso di chiedere alla Corte di giustizia dell’Unione europea un parere sulla legittimità giuridica dell’accordo commerciale Ue – Mercosur, approvando la richiesta con 334 voti favorevoli, 324 contrari e 11 astenuti. Dieci voti di scarto, frutto di una convergenza anomala tra estrema destra, estrema sinistra e un numero significativo di franchi tiratori nei gruppi tradizionali.
Un voto che non affonda l’accordo, ma ne sospende il cammino: il passaggio in plenaria previsto per maggio slitta automaticamente, perché senza il parere della Corte l’Eurocamera non potrà esprimersi sulla ratifica finale. Di fatto, il Parlamento si è tolto un “sassolino dalla scarpa”, usando l’unico strumento politicamente praticabile per farsi ascoltare dopo mesi di tensioni con la Commissione su metodo, tempi e gestione del dossier.
La Commissione europea ha reagito con evidente fastidio. «Le questioni sollevate non sono nuove e sono già state affrontate in modo dettagliato» ha dichiarato il portavoce Olof Gill, mentre il vicepresidente esecutivo Raffaele Fitto ha invitato a non drammatizzare il rinvio: «I quesiti sono molto basici. Ribadisco la validità e l’importanza dell’accordo, serve capire i tempi della Corte ma anche lavorare per un’attuazione quanto più rapida possibile».
Dalla Germania, invece, è arrivata una presa di posizione politica netta. Il cancelliere Friedrich Merz ha definito «deplorevole» la decisione dell’Eurocamera, chiedendo di procedere comunque con l’applicazione provvisoria dell’accordo. Un messaggio che chiarisce come, per Berlino, il Mercosur sia ormai un dossier strategico, non più solo commerciale, in un contesto globale segnato da tensioni geopolitiche e nuove guerre economiche.
Sul fronte italiano, il ministro dell’Agricoltura Francesco Lollobrigida ha riconosciuto la legittimità delle proteste degli agricoltori, purché democratiche, ribadendo però la convinzione che il Mercosur rappresenti «un buon affare per il sistema Europa e per l’Italia che esporta». Al centro, ha spiegato, restano la reciprocità delle regole, il rafforzamento dei controlli e la tutela dei settori più sensibili, a partire dalle carni.
Intanto, davanti al Parlamento europeo, migliaia di agricoltori arrivati con i trattori da tutta Europa hanno salutato il voto come una vittoria. Una mobilitazione ampia, sostenuta dal Copa-Cogeca e dalle principali organizzazioni agricole nazionali. Ma non tutta la protesta era diretta contro il Mercosur in sé: almeno per una parte del mondo agricolo, il messaggio principale resta il nodo delle regole asimmetriche, dell’obbligo di origine e della concorrenza con Paesi che non condividono gli stessi standard ambientali e sanitari europei.
Dal lato delle imprese, in particolare del vino, il giudizio è opposto. Federvini e Unione italiana vini parlano di un voto che rischia di congelare l’accordo fino a 18-20 mesi, danneggiando la competitività europea in un’area – quella sudamericana – storicamente ricettiva. Oggi, ricordano, i vini europei in Brasile scontano dazi fino al 27% per i fermi e al 35% per gli spumanti, mentre la quota italiana resta ferma all’8% di un mercato da circa 500 milioni di euro l’anno.
Il vero bivio di Ursula
Il passaggio alla Corte di giustizia, però, è solo l’inizio. Il vero nodo politico si apre ora e investe direttamente la leadership di Ursula von der Leyen. Già nelle prossime ore, con il Consiglio europeo straordinario, la presidente della Commissione potrebbe porre ai capi di Stato e di governo una domanda decisiva: procedere con l’applicazione provvisoria dell’accordo, oppure attendere il parere della Corte?
Nel primo caso, l’Unione darebbe un segnale forte ai partner sudamericani e ai mercati, aggirando di fatto lo stop politico del Parlamento. Una scelta sostenuta dalla Germania e da altri Paesi favorevoli all’intesa, ma che rischierebbe di aprire uno scontro frontale con l’Eurocamera, già irritata per essere stata marginalizzata nella gestione del dossier.
Nel secondo scenario, l’attesa del verdetto della Corte ricomporrebbe il rapporto istituzionale con il Parlamento, ma avrebbe un costo geopolitico evidente: l’ennesimo rinvio europeo potrebbe minare la credibilità dell’Ue agli occhi dell’America Latina, spingendo l’area Mercosur verso altri interlocutori globali.
Non è escluso, inoltre, che un fronte contrario all’applicazione provvisoria – con Francia, Polonia, Irlanda, Austria, Belgio e altri Paesi critici – riesca a bloccare anche questa strada. In ogni caso, per Ursula von der Leyen il margine è stretto: qualunque scelta comporta un prezzo politico.
Un segnale che non può essere ignorato
Il voto del Parlamento non è stato un incidente di percorso né un atto ideologico. È stato un messaggio. Non una sfiducia formale alla Commissione – politicamente irraggiungibile – ma una richiesta di ascolto, resa possibile proprio perché giuridicamente più semplice e politicamente più efficace.
Ora la palla passa al Consiglio e alla Commissione. Ma una cosa è certa: il Mercosur è diventato il banco di prova della capacità dell’Unione di tenere insieme commercio, agricoltura, consenso democratico e ambizione geopolitica. E ignorare questo segnale, qualunque sarà la strada scelta, rischia di essere l’errore più grave.










