«La svolta sarà il made in Europe. E il Mercosur è un’opportunità»

Corrado Martinangelo, presidente di Agrocepi
Il presidente di Agrocepi, Corrado Martinangelo, invita a pensare a un’agricoltura che travalichi i confini nazionali. E va controcorrente sugli accordi internazionali

Sfidare tanti luoghi comuni per pensare all’agricoltura del futuro in modo realistico e pragmatico. Corrado Martinangelo, presidente di Agrocepi, è abituato ad andare controcorrente, e certamente non le manda a dire quando è sollecitato su temi – come le problematiche del settore primario – ai quali si dedica da sempre.

Così, a Terra e Vita, racconta “in modo diverso” di Pac, di Mercosur e della necessità sempre più impellente di guardare oltre i confini nazionali, tramite innovazioni, tecnologie e un approccio di filiera.

Agrocepi è una realtà relativamente giovane nel panorama delle organizzazioni agricole. Da quale esigenza è nata e quale spazio vuole occupare nel sistema di rappresentanza dell’agroalimentare italiano?

«L’idea era quella di non parlare solo al mondo agricolo — di organizzazioni agricole ce ne sono, e non poche — né di interfacciarsi solo col mondo della trasformazione, della ristorazione o della distribuzione. Quando nel 2017 fondammo Agrocepi, con l’aiuto di Cepi (un’organizzazione di piccole e medie imprese di cui siamo parte), volevamo parlare a tutta la filiera dell’agroalimentare. Facemmo questa scommessa nella convinzione che comporre e rappresentare i diversi interessi del settore fosse una sfida che si poteva vincere. Solo così sarebbe stato possibile dare quel valore aggiunto che crediamo di essere riusciti a dare, nonostante la nostra giovane età».

Come sono i rapporti con le altre organizzazioni agricole?

«Facciamo appunto cose diverse. Non abbiamo l’ambizione, e neanche la presunzione, di aggiungerci alle già numerose e, a dire il vero, radicate organizzazioni che rappresentano il settore primario. Certamente abbiamo rapporti con gli altri attori del settore: capita che dialoghiamo e portiamo avanti delle istanze. Recentemente abbiamo avuto modo di collaborare con il presidente Giansanti, sia nella sua veste di presidente di Copa-Cogeca, sia in quella di presidente di Confagricoltura. Abbiamo discusso con lui della Pac e di altre questioni per noi fondamentali, sposando l’idea di "nutrire gli Stati Uniti d’Europa" con l’agroalimentare. Abbiamo collaborato anche con Acli Terra e, in ogni caso, abbiamo sempre dialogato, punto per punto e misura per misura, con tutte le organizzazioni, da Federalimentare a Coldiretti».

Quanto è importante oggi ragionare in termini di “filiera” e non più solo di agricoltura?

«Questa è praticamente la nostra ragione sociale. Solo ragionando in termini di filiera si può dare un contributo, sia dal punto di vista della rappresentanza sindacale che da quello economico, all’agroalimentare italiano ed europeo. Ci siamo molto impegnati nell’aggregare imprese per i contratti di filiera, ottenendo oggettivamente buoni risultati. Ma dirò di più: se è ormai chiaro da anni che il made in Italy è una delle chiavi dell’agricoltura e di tutto il settore agroalimentare, noi crediamo che si debba fare un passo in avanti e scommettere sul made in Europe. Bisogna avere uno sguardo che vada in profondità sia nella filiera (verticalmente), sia in Europa (trasversalmente). Dobbiamo cercare alleanze e sinergie, mettendo insieme intelligenze e capacità, ma anche capitali e reti distributive. Questo è fondamentale in un’epoca di guerre e tensioni commerciali in cui il libero commercio è messo in discussione e sembra finita la globalizzazione intesa come unico sistema economico».

Quali sono oggi le principali esigenze che emergono dalle imprese associate nei diversi settori dell’agroalimentare?

«Le emergenze dovute alla crisi globale: la fine del paradigma in cui ci muovevamo, i dazi, l’inflazione. Insomma, la congiuntura internazionale pesa. Poi, però, ci sono i nodi storici: il carico fiscale, la burocrazia, il ricambio generazionale, il sottodimensionamento e la conseguente necessità di aggregazione».

Negli ultimi anni gli agricoltori europei sono tornati spesso al centro del dibattito pubblico tra proteste, aumento dei costi e transizione ecologica. Dal vostro osservatorio, qual è la vera emergenza oggi per le imprese agricole italiane?

«C’è stato un momento in cui si è erroneamente considerata l’agricoltura un problema ambientale. Spero che quel momento sia passato, anche perché credo che tutti si siano accorti delle reali priorità dell’agenda del pianeta. L’ambiente lo è, ma l’agricoltura non è il problema, bensì parte della soluzione. Un’altra questione che ha visto grandi proteste a Bruxelles è stato l’accordo con i paesi del Mercosur, che però ci ha visti su una posizione diversa. Noi crediamo che, anche alla luce dei dazi e del ridelinearsi dei flussi commerciali, sia indispensabile per tutti — anche per l’agroalimentare — aprirsi a nuovi mercati. Questo non significa non pretendere rigore nei controlli e nelle norme fitosanitarie. Vorrei però ricordare il nostro appello per una "nuova pace in un nuovo mondo", in cui abbiamo chiesto a tutte le forze vive dell’agroalimentare italiano ed europeo di organizzare una grande manifestazione, affinché l’Europa torni a farsi centro e baricentro di quel che succede nel mondo».

Quanto pesa oggi la burocrazia sulle aziende agricole e quali semplificazioni sarebbero davvero decisive?

«Pesa indiscutibilmente. Semplificare avrebbe un senso se si andasse oltre la retorica che sento da quando ho cominciato a occuparmi di agroalimentare, più di vent’anni fa. Spesso, quando non si sa cosa dire, si fa la "tiratina" contro la burocrazia. O si affrontano le questioni con consapevolezza tecnologica e amministrativa, o è meglio lasciar perdere».

Cosa chiede Agrocepi alla nuova Pac?

«Vediamo con favore l’impianto del Fondo Unico. Per noi ha un grande valore economico e culturale indicare agli Stati membri le percentuali minime di risorse per l’ex secondo pilastro della Pac; è una scelta sociale forte che supporta le imprese. Anche il rafforzamento generale del sostegno all’agricoltura nel prossimo bilancio pluriennale, che si sostanzia in una dotazione vincolata di 293,7 miliardi per garantire un reddito equo agli agricoltori e la sicurezza alimentare a lungo termine, ci sembra opportuno. Chiediamo un approccio di filiera anche qui: un vero NextGenerationEU per l’agroalimentare».

Quanto è strategico il tema della sicurezza alimentare per l’Europa?

«Lo è moltissimo, ma non può essere un tema nazionale. Deve diventare una responsabilità europea. Del resto, la Pac è nata proprio per impedire che gli europei soffrissero di nuovo la fame».

Agrocepi si propone di rappresentare una parte innovativa dell’agroalimentare, aperta alla transizione ecologica ed energetica. Come possono convivere sostenibilità ambientale e competitività economica?

«Con l’innovazione, la strategia di filiera e l’aggregazione».

Uno dei nodi storici dell’agricoltura italiana è il ricambio generazionale. Cosa serve davvero per rendere il settore più attrattivo per i giovani?

«Innovazione, redditività e tradizione. L’agroalimentare italiano è un patrimonio indiscusso, ora riconosciuto anche dall’Unesco. Se guardiamo al settore con uno sguardo d'insieme, ci accorgiamo che in realtà l’agroalimentare attira moltissimi giovani. Bisogna fare in modo che ciò avvenga con vigore anche nel settore primario».

Se dovesse indicare tre priorità per l’agroalimentare italiano nei prossimi dieci anni, quali sarebbero?

«"Competitività, competitività, competitività", disse qualche anno fa un presidente di Confindustria (Luca Cordero di Montezemolo, ndr). Io direi: approccio di filiera, innovazione e made in Europe, ma anche “competitività” non aveva tutti i torti».

Cosa c’è nel futuro prossimo di Agrocepi?

«L’agroalimentare e il nostro contributo alla costruzione del made in Europe e a una nuova generazione di imprenditori italiani e, quindi, europei».

Cos’è Agrocepi

Fondata nel 2018, Agrocepi rappresenta oggi una delle realtà emergenti nel panorama della rappresentanza agricola italiana, distinguendosi per un approccio dinamico e orientato alla valorizzazione delle filiere produttive e alla tutela delle imprese del comparto agroalimentare e della pesca.

L’obiettivo dell’associazione, infatti, è rafforzare la competitività delle aziende attraverso servizi di consulenza tecnica e amministrativa, supporto sindacale e attività di formazione mirate, ponendo particolare attenzione ai temi della sostenibilità dell’innovazione e dell’accesso ai mercati. Agrocepi è presente in diverse aree del Paese con una rete in espansione, che coinvolge regioni strategiche come il Lazio, la Lombardia, il Veneto, l’Emilia-Romagna, la Toscana, la Campania, la Puglia e la Sicilia.

Presidente nazionale di Agrocepi è Corrado Martinangelo. Attualmente sono oltre un migliaio le aziende, singole o associate, che aderiscono ad Agrocepi e operano in 12 regioni italiane.

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