Ripartire dal binomio paesaggio-prodotto

WaaForAgenda 2030: nella videoconferenza in diretta streaming sullo sviluppo sostenibile gli agronomi mondiali lanciano la sfida: ripopolare le aree interne creando occasioni di reddito grazie alla corretta pianificazione e progettazione di “paesaggi identitari”

Dalla collina alla pianura
e repentino ritorno.

Gli italiani sono un popolo di migranti, prima di tutto interni.

Quello che è accaduto nel periodo del lockdown, con l’abbandono delle aree metropolitane e il ritorno di decine di migliaia di studenti e lavoratori nelle zone di origine, si è verificato numerose altre volte nel corso della nostra storia.

 

 

Spesso proprio per motivi di (poca) salubrità delle zone pianeggianti e costiere. Una circostanza che spinge a vedere con occhi diversi al tema della valorizzazione delle aree interne. Smettendo di pensare solo al turismo e di guardare al paesaggio come se fosse una cartolina immutabile nel tempo.

Fare ripartire il Paese prestando attenzione al territorio

«Il paesaggio è per sua natura produttivo – fa notare Marcella Cipriani, vicepresidente di Conaf -. Se si vuole far ripartire il nostro Paese, sfruttando l’occasione offerta dal Recovery Fund, occorre prestare attenzione non solo alle città, ma a tutto il territorio, partendo dai concetti di identità e di comunità».

Nei giorni scorsi il Consiglio nazionale dell’ordine degli agronomi e forestali (Conaf) ha collaborato assieme all’Associazione mondiale degli agronomi (Waa) nell’organizzazione, tutta digitale, della Conferenza Internazionale di presentazione di «WaaForAgenda 2030». Un piano d’azione che mira a mettere in luce il prezioso contributo degli agronomi - e dell’agricoltura in generale - nella realizzazione dei 17 obiettivi di sviluppo sostenibile fissati dalle Nazioni Unite con l’Agenda 2030.

Terra e Vita ha contribuito con la moderazione del tavolo dedicato alla “Pianificazione e progettazione dei paesaggi identitari” nell’ambito della focus area dedicata allo sviluppo locale.

La pandemia ripopola le aree interne

«Il paesaggio rurale – ricorda Mauro Agnoletti dell’Università di Firenze – ha assunto nel corso dell’emergenza sanitaria una particolare valenza. Una recente indagine sostenuta dalla Banca centrale europea ha infatti messo in luce come il numero dei contagi nelle aree rurali a bassa dotazione energetica sia inferiore di 2/3 rispetto a quelle più densamente antropizzate».

«La pandemia – concorda Cipriani - ci ha insegnato a un modo diverso di abitare il Paese, con una popolazione meno concentrata e una maggiore importanza per le economie di prossimità e la produzione di cibo locale».

Chiarendo così, una volta per tutte, l’importanza dell’obiettivo 11 dell’Agenda 2030: “Rendere gli insediamenti umani inclusivi, sicuri, duraturi e sostenibili”. La ricerca della sicurezza sanitaria può infatti essere il punto di partenza per invertire la tendenza allo spopolamento delle aree interne, ma solo se gli abitanti trovano in queste aree occasioni di reddito.

Connettività e accessibilità

Per riuscirci occorre risolvere alcuni problemi, innanzitutto quello del digital divide. «È il primo passo – asserisce Marco Bussone, presidente Uncem (Unione dei Comuni e delle Comunità montane – per recuperare le economie delle aree interne». L’Italia negli ultimi anni ha colpevolmente trascurato un terzo del proprio territorio, quello dei 4mila comuni montani. «Occorre – continua Bussone - ricollocare queste aree al centro del sistema produttivo del Paese».

«Non solo connettività -aggiunge Stefano Cianciotta, presidente del’osservatorio

Stefano Cianciotta

infrastrutture di Confassociazioni – serve anche accessibilità: il nostro Paese ha rinunciato a molte infrastrutture e una recente analisi ha individuato numerose aree distanti più di 50 chilometri dal primo ospedale. Per la valorizzazione del territorio rurale si parta dai servizi».

 

Identità, concetto da rivalutare

«Rivalutiamo il concetto di identità – esorta Fabio Renzi, segretario generale della Fondazione Symbola -, che come dice un leader etnico come Jean-Marie Tjibaou (leader indipendentista della comunità Kanak, morto in seguito a un attentato nel 1989) “non è culto delle ceneri ma custodia del fuoco”».

Renzi ricorda infatti come l’Italia sia un paese con un patrimonio di qualità e competenze, che non devono essere viste come una pesante eredità da conservare, ma come risorse per costruire un futuro sostenibile».

Manutenzione delle foreste, solo costi o anche opportunità?

Un obiettivo importante anche per l’auspicata ripartenza economica post Covid19. Dal dopoguerra ad oggi l’Italia ha infatti perso circa 10 milioni di ettari produttivi. Sei milioni di questi sono diventati boschi parcellizzati e di difficile gestione, che hanno coperto pascoli, seminativi, oliveti e castagneti abbandonati, esasperando i rischi di dissesto idrogeologico.

Il recente decreto semplificazioni (Decreto legge 16 luglio 2020, n. 76) ha fissato, tra le altre cose, l’obiettivo di un Piano straordinario di manutenzione del territorio forestale e montano (i tempi saranno stabiliti da un decreto del ministero delle Politiche agricole). Un’operazione che può essere parecchio costosa, sarà possibile trasformarla in un vantaggio economico? «Solo – stigmatizza Agnoletti- se saremo pronti a un cambiamento culturale, prima che normativo». Nelle azioni di salvaguardia del paesaggio il nostro Paese inciampa infatti spesso in incongruenze e paradossi.

Il replay del webinar

Giahs, risorsa trascurata dai Psr

Agnoletti è infatti presidente del Comitato scientifico del programma mondiale della Fao sulla conservazione dei paesaggi agrari (Giahs). Un esempio illuminante è il Giahs appena costituito della Fascia olivetata Assisi-Spoleto.

«Sono però poche le Regioni che hanno compreso cosa sia il paesaggio rurale, confondendolo con quello naturale e rifiutando quindi l’idea di paesaggio-prodotto. Il risultato è che l’esperienza dei Giahs è spesso esclusa dai finanziamenti dei Piani di sviluppo rurale».

Vincoli paesaggistici male interpretati

Anche le speranze sull’efficacia del recente Testo Unico forestale rischiano di essere vanificate, nonostante il testo preveda anche il recupero e la valorizzazione di aree abbandonate. «Un’opzione spesso ostacolata dal vincolo paesaggistico e dall’interpretazione troppo restrittiva data dal ministero dell’Ambiente».

Il risultato è quello che il nostro Paese ha rinunciato al valore socioeconomico del bosco, con paradossi come quello del Parco regionale delle Cinque Terre. Nato per preservare i vigneti eroici delle aree terrazzate dove cresce l’uva destinata alla produzione dello Sciacchetrà. Terrazzamenti ormai perduti per il 67%, ma un recente progetto del Fai per un parziale recupero dei muretti a secco ha determinato una pesante azione giudiziaria.

Lo strumento dei contratti di fiume

Strumenti normativi di contrattualistica privata come i contratti di fiume vanno invece nella direzione auspicata. «Si stanno diffondendo– spiega Massimo Bastiani, coordinatore del tavolo nazionale che se ne occupa – perchè rafforzano il senso di comunità condividendo oneri e vantaggi economici della gestione comune dei territori».

Il ruolo degli agronomi

«L'identità della produzione agricola – mette in evidenza Marcella Cipriani - è anche identità locale. Gli agronomi possono dare un contributo decisivo nella corretta pianificazione e progettazione delle aree produttive facendo riemergere  il valore di riconoscimento per le comunità che le vivono».

Un impegno che calza a pennello all’interno della transizione green tracciata dalle strategie europee del Farm to fork e della tutela della biodiversità e che dovrebbe essere valorizzato all’interno della prossima Pac.

L’olivo, il mattone dei paesaggi identitari

E spesso, proprio come il Giahs della Fascia Olivetata Assisi-Spoleto, nell’area mediterranea è proprio l’olivo il mattone che consente di costruire questi paesaggi identitari.

Aumentando il grado di sostenibilità di comunità non solo legate a un territorio, ma a un prodotto e a un’appartenenza di genere. Come è il caso di Pandolea, l’associazione delle donne dell’olio. La produttrice marchigiana Loriana Abbruzzetti testimonia l’impegno dell’associazione che presiede nella diffusione della conoscenza su questo prodotto. Un impegno che sta consentendo di fare emergere la caratterizzazione identitaria di questo prodotto.

Un’esperienza trasversale che travalica i confini nazionali e che accumuna Loriana a produttrici mediterranee come Nehaya Muhaisin in Giordania, Sonda Laroussi in Tunisia, Irini Kokolaki in Grecia.

Le donne dell'olio di Pandolea

La conferenza degli agronomi mondiali

Quattro sessioni, cinque focus area, 14 tavoli di confronto in diretta streaming sulla

Andrea Sisti

piattaforma Livestorm. La Conferenza Internazionale sul Piano «WaaForAgenda 2030», organizzata lo scorso 2 luglio dall’Associazione mondiale degli Agronomi (WAA), ha raccolto un’attenzione che ha travalicato i confini intercontinentali. «È stato un grandissimo successo — afferma Andrea Sisti, presidente di WAA— un evento che segnerà un nuovo modo di dialogo e di confronto internazionale, soprattutto dopo la pandemia COVID 19. Il piano Waa for Agenda2030 delineerà il futuro progettuale degli agronomi del mondo nell’unica direzione possibile, quella dello sviluppo sostenibile».

Il progetto

Il Piano d’Azione presentato con questa nel corso della conferenza prevede la realizzazione di una piattaforma digitale nel portale dedicato dove verranno raccolte le buone prassi per la sostenibilità dei diversi progetti pilota organizzati dalle associazioni aderenti. Inoltre sono previste istallazioni fisiche della Fattoria Globale del Futuro, le Fattorie Pilota Lab 2.0, distribuite a rete nei diversi Paesi delle associazioni nazionali aderenti con l’attuazione di progetti che perseguono uno o più obiettivi di Agenda 2030 tra quelli selezionati dal Piano di Azione e che costituiscono, nel loro insieme, il Campus della Sostenibilità.

Ripartire dal binomio paesaggio-prodotto - Ultima modifica: 2020-07-23T01:05:56+02:00 da Lorenzo Tosi

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