Vino, Mercosur e Pac post 2027: l’Europa agricola accelera

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Ma resta un equilibrio instabile tra crisi strutturali, nuove tutele e vecchie fratture politiche. Bruxelles prova a tenere insieme mercato, identità e transizione

A Strasburgo l’agricoltura torna protagonista, e lo fa con una forza politica che non si vedeva da tempo. I numeri parlano chiaro: maggioranze bulgare, applausi trasversali, convergenze inedite. Ma dietro il consenso parlamentare si muove un’Europa agricola ancora fragile, attraversata da crisi strutturali, pressioni commerciali e una transizione che chiede velocità senza offrire certezze.

Il pacchetto vino, le clausole di salvaguardia sul Mercosur, il dibattito sulla Pac post-2027 e la sfida del ricambio generazionale raccontano un’unica storia: l’Unione europea sta cercando di correggere le distorsioni del passato senza rinnegare il mercato, ma il punto di equilibrio resta instabile.

“Pacchetto vino”: consenso pieno, ma non unanime nel merito

Il voto del Parlamento europeo sul nuovo quadro di sostegno al settore vitivinicolo è stato travolgente: 625 sì contro 15 no. Un risultato che fotografa la consapevolezza diffusa di una crisi che non è più congiunturale, ma strutturale. Calo dei consumi di vino, cambiamento delle preferenze, shock climatici e instabilità geopolitica hanno messo sotto pressione uno dei settori simbolo dell’agricoltura europea.

Le nuove regole intervengono su più fronti: chiariscono l’etichettatura dei vini dealcolati e a ridotto contenuto alcolico, rafforzano gli strumenti di gestione delle crisi, rendono finanziabile – per la prima volta – l’estirpazione permanente dei vigneti con fondi europei e potenziano la promozione, soprattutto verso i Paesi terzi e l’enoturismo.

Per il commissario Christophe Hansen si tratta di una risposta “urgente e necessaria”, costruita in tempi record. Ma non tutti leggono il pacchetto allo stesso modo. Se da un lato c’è chi parla di ritorno a una regolazione pubblica del settore, dall’altro emergono timori di una deriva industriale, soprattutto sul fronte dei vini parzialmente dealcolati, accusati di snaturare identità e valore culturale del prodotto.

Tra mercato e identità: il vino come terreno politico

Il dibattito in Aula ha messo in luce una frattura che va ben oltre il settore vitivinicolo. Da un lato, c’è chi ritiene indispensabile puntare su maggiore flessibilità – attraverso etichette più chiare, nuovi segmenti di mercato e strategie di promozione – per restare competitivi. Dall’altro, c’è chi teme che l’Europa stia rinunciando alla propria identità produttiva, sacrificando la diversità e la qualità sull’altare dell’adattamento al mercato.

Non è un caso che proprio gli eurodeputati italiani abbiano insistito sul valore culturale del vino, definito non solo prodotto agricolo ma patrimonio identitario. Una linea condivisa anche da parte del mondo dei vignaioli indipendenti, che salutano il pacchetto come un passo avanti, ma denunciano il rischio di concentrazione e massificazione della produzione.

Il messaggio che arriva da Bruxelles è chiaro: la crisi va gestita, ma la direzione di marcia resta oggetto di confronto politico aperto.

Mercosur: più protezioni, ma il nervo resta scoperto

Sul fronte commerciale, il Parlamento approva le clausole di salvaguardia sull’accordo UE-Mercosur. Una mossa pensata per rassicurare gli agricoltori europei: la Commissione potrà sospendere le preferenze tariffarie in caso di aumento significativo delle importazioni di prodotti sensibili come carne bovina, pollame, zucchero e agrumi.

È un segnale politico forte, ma non risolutivo. Per le organizzazioni agricole, le salvaguardie non cancellano il problema di fondo: la somma degli accordi commerciali continua a scaricare i costi dell’apertura dei mercati sull’agricoltura europea. E mentre Argentina e Brasile spingono per accelerare le ratifiche, a Bruxelles cresce la pressione per evitare nuove concessioni su settori già in sofferenza.

Pac 2028-2034: più flessibilità, meno certezze

A raffreddare l’entusiasmo ci pensa la Corte dei Conti europea. Nel suo parere sulla futura Pac, l’Eca mette in guardia da un sistema più flessibile ma meno leggibile, con il rischio di ritardi nei pagamenti, perdita di tracciabilità dei fondi e concorrenza sleale tra Stati membri.

Il nodo è politico prima ancora che tecnico: quanta rinazionalizzazione può permettersi una politica che nasce per essere comune? Secondo i revisori, senza una regia forte della Commissione il rischio è un’Europa agricola a più velocità, dove le regole cambiano da Paese a Paese.

Un’analisi che trova piena sponda in Copa-Cogeca, che parla apertamente di paradosso politico: più integrazione proclamata, meno integrazione praticata.

Ricambio generazionale: la sfida che decide il futuro

In questo scenario si inserisce la nomina dell’irlandese Maria Walsh a relatrice del Parlamento sul ricambio generazionale. Il dato che porta con sé è impietoso: l’età media degli agricoltori europei è 58 anni. Senza un cambio di passo su accesso alla terra, credito e redditività, la transizione rischia di restare uno slogan.

Walsh chiede impegni vincolanti, non obiettivi simbolici. E il suo dossier incrocerà sia la riforma della Pac sia la presidenza irlandese del Consiglio Ue, rendendo il tema uno dei veri banchi di prova politici dei prossimi mesi.

Un’agricoltura più protetta, ma ancora esposta

Il messaggio che esce da Strasburgo è duplice. Da un lato, l’Unione europea mostra di aver capito che l’agricoltura non può essere lasciata sola davanti al mercato, al clima e alla geopolitica. Dall’altro, resta la difficoltà di trasformare il consenso politico in una visione coerente di lungo periodo.

Il rischio è quello di una somma di risposte settoriali, efficaci nell’immediato ma incapaci di ricostruire fiducia nel futuro. Perché senza reddito, regole chiare e prospettive credibili per i giovani, nessun pacchetto – per quanto ben votato – potrà davvero salvare il modello agricolo europeo.

E il tempo, per l’Europa rurale, non è più una variabile neutra.

 

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