La transizione verso una bioeconomia circolare è sempre più riconosciuta come una strategia chiave per migliorare la sostenibilità ambientale, l’efficienza nell’uso delle risorse e la resilienza dei sistemi agricoli e forestali. In questo processo, le piccole e medie imprese (Pmi) svolgono un ruolo cruciale, poiché gestiscono grandi quantità di biomasse e devono affrontare barriere (spesso strutturali) nell’accesso all’innovazione, ai finanziamenti e ai mercati.
Un'indagine partecipativa
In questo contesto, il progetto thERBN, avviato nel gennaio 2025, incoraggia l’adozione di soluzioni di bioeconomia circolare tra le Pmi agricole e forestali attraverso lo scambio di conoscenze e la cooperazione. Tra le prime attività del progetto, è stata condotta un’indagine partecipativa in otto paesi pilota, tra cui l’Italia, per individuare i bisogni più urgenti in relazione alla gestione delle biomasse, le pratiche attualmente adottate e i principali ostacoli e opportunità per la loro valorizzazione.
Tra febbraio e aprile 2025, Deafal e Apre hanno realizzato 18 interviste semi-strutturate con agricoltori, forestali, allevatori, cooperative e piccole imprese. I risultati sono stati sintetizzati in una serie di schede tecniche e successivamente discussi con 14 esperti del settore Akis (Agricultural Knowledge and Information System), principalmente ricercatori e accademici. Questo processo a due fasi ha consentito una triangolazione tra le prospettive degli operatori e le competenze degli esperti, aumentando la rilevanza e la solidità dei risultati.
Le biomasse chiave
L’analisi ha individuato un numero limitato di sottoprodotti, generati però da una quota significativa di Pmi, che quindi rappresentano punti di ingresso critici per lo sviluppo di filiere di bioeconomia circolare. Tra questi rientrano le potature di vigneti e oliveti, i sottoprodotti dei frantoi oleari (nocciolino, sansa e acque di vegetazione), i reflui e i liquami bovini, nonché la biomassa legnosa derivante dalla gestione forestale.
Sebbene non esaustiva, questa lista riflette residui stagionalmente concentrati e abbondanti, spesso sottoutilizzati o gestiti attraverso pratiche a basso valore aggiunto. Una loro migliore valorizzazione potrebbe contribuire al riciclo dei nutrienti, alla produzione di energia rinnovabile e allo sviluppo di filiere bio-based locali.
Le soluzioni più diffuse
La produzione di biogas e il compostaggio restano le opzioni più consolidate per la gestione dei residui agricoli e zootecnici in Italia. Tuttavia, la loro diffusione tra le Pmi è limitata dagli elevati costi di investimento e dalla necessità di una fornitura stabile di biomassa, condizioni che favoriscono le imprese di maggiori dimensioni o i consorzi ben organizzati. Di conseguenza, molte aziende continuano ad usare pratiche a basso costo ma inefficienti o addirittura dannose da un punto di vista ambientale, come la bruciatura dei residui o la loro incorporazione diretta nel suolo.
Nel settore forestale, i residui sono principalmente utilizzati per il riscaldamento domestico o trasportati verso impianti a biomassa, riducendo i profitti e aumentando i costi ambientali. L’incertezza normativa e la graduale rimozione degli incentivi per l’energia da biomassa scoraggiano ulteriormente gli investimenti in questo settore.
Nonostante questi vincoli, l’indagine ha evidenziato anche alcune pratiche virtuose. In alcuni territori, piccoli produttori hanno unito le forze e investito in biodigestori, impianti di compostaggio o macchinari condivisi, riuscendo così a superare i limiti di scala. Tuttavia, le applicazioni ad alto valore aggiunto rimangono marginali. Nel settore olivicolo, ad esempio, il nocciolino è comunemente utilizzato come combustibile, mentre la sansa e le acque di vegetazione sono raramente valorizzate oltre lo smaltimento.
Allo stesso modo, il digestato proveniente dalla digestione anaerobica è raramente trasformato in prodotti fertilizzanti standardizzati. Tecnologie come il compostaggio avanzato (ad esempio tè di compost, vermicompostaggio e compostaggio termico), il digestato pellettizzato e la produzione di biochar risultano tecnicamente valide, ma la loro diffusione è ostacolata dal limitato supporto tecnico e dalla mancanza di mercati.
Potenzialità e limiti del biochar
Il biochar, per esempio, rappresenta una soluzione potenzialmente strategica, anche grazie al quadro normativo dedicato e a una lunga tradizione di sperimentazione in Italia. Tuttavia, la sua diffusione sul mercato resta limitata. Le tecnologie di produzione attualmente disponibili richiedono investimenti significativi e una fornitura continua di biomassa, rendendole poco adatte alle singole Pmi.
L’emergere di un mercato per il biochar potrebbe essere stimolato da modelli di investimento collettivo, tecnologie modulari e soprattutto da schemi di crediti di carbonio; su questi ultimi tuttavia restano preoccupazioni legate alla governance, all’integrità dei sistemi di certificazione e al rischio di compromettere la circolarità locale attraverso l’importazione di biomassa.
Barriere sistemiche, non tecnologiche
I risultati indicano che le barriere all’adozione della bioeconomia circolare sono di natura sistemica piuttosto che tecnologica. Persistono lacune di conoscenza e una limitata consapevolezza tra le Pmi, mentre i servizi di consulenza e formazione non rispondono alle esigenze operative. La cooperazione tra produttori è discontinua, in particolare nei sistemi agricoli specializzati in cui l’integrazione tra colture e allevamento è difficile.
Tra le barriere di mercato ci sono:
- la frammentazione delle filiere,
- la limitata disponibilità di dati sulla quantità e qualità delle biomasse disponibile,
- il debole coinvolgimento delle industrie a valle,
- l'accesso ai finanziamenti, soprattutto per i piccoli agricoltori e i giovani,
- gli incentivi, spesso percepiti come instabili o complessi da ottenere. Sebbene i progetti di ricerca finanziati con fondi pubblici generino innovazioni di valore, la loro adozione a lungo termine è resa difficile da modelli di business deboli e da un limitato coinvolgimento del settore privato.
La valutazione partecipativa ha fornito evidenze specifiche, per settore, sulle opportunità e sui vincoli che influenzano l’adozione di soluzioni di bioeconomia circolare tra le Pmi agricole e forestali in Italia. Sebbene esistano opzioni tecnicamente valide, la loro diffusione è limitata da barriere sistemiche legate alla conoscenza, all’organizzazione, alla finanza e alla governance.
Necessari incentivi e investimenti mirati
Per i decisori politici e gli attori di riferimento, i risultati evidenziano la necessità di affiancare gli incentivi finanziari a investimenti mirati nel trasferimento di conoscenze, nei servizi di consulenza e nella ricerca applicata. Le politiche dovrebbero privilegiare approcci collettivi e territoriali, in grado di allineare le soluzioni circolari alla disponibilità locale di biomassa e alle capacità delle Pmi.
Infine, chiarezza normativa e coerenza delle politiche nel lungo periodo sono elementi essenziali per ridurre l’incertezza e stimolare gli investimenti privati. Affrontare questi aspetti può rafforzare il contributo delle strategie di bioeconomia circolare alla sostenibilità agroalimentare, alla tutela ambientale e alla resilienza delle aree rurali.
In Italia, il progetto thERBN intende contribuire alla transizione verso la bioeconomia circolare attraverso attività di disseminazione, formazione e dimostrazione rivolte principalmente agli operatori del settore primario. Il progetto inoltre coordina un gruppo di lavoro sulla bioeconomia crcolare che riunisce diversi attori dell’Akis con competenze trasversali. Il Gruppo supporta le attività progettuali e lavora in forma partecipativa alla definizione di una vision dove il settore primario è protagonista di questa transizione. Chi fosse interessato a saperne di più può scrivere alla coordinatrice, Flavia Fusconi.
Rete paneuropea per la condivisione di conoscenze sulla bioeconomia circolare
thERBN - Thematic European Rural Bioeconomy Network è un progetto Horizon Europe finanziato dall'Unione Europea nell'ambito dell'Accordo di Sovvenzione n. 101182955. Con quasi 3 milioni di euro di finanziamenti e una tempistica di 36 mesi, il progetto mira a colmare il divario tra le soluzioni innovative di bioeconomia circolare esistenti e le sfide reali delle piccolo aziende agricole e forestali nelle aree rurali di tutta Europa.
Questo articolo è un risultato del progetto thERBN, anche se non è un deliverable ufficiale. Le informazioni pubblicate qui sono state utilizzate per preparare il rapporto D1.1 Bisogni urgenti per agricoltori e forestali dell'UE nella bioeconomia.

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