Il Crea (Consiglio per le Ricerche in agricoltura e analisi dell’Economia Agraria) è come un gioco di scatole cinesi: quando apri la prima, non sai mai cosa potrai trovarci dentro. Se ne sono rese conto le centinaia di visitatori che il 19 maggio hanno affollato la sede operativa di Fiorenzuola d’Arda(Pc), dove si fa ricerca genetica ad alto livello ed è custodita una delle principali banche di semi, mentre i terreni attorno alla sede sono disseminati di campi varietali di cereali.
Il 19 maggio, per l’appunto, la sede emiliana del Consiglio ha aperto le porte alla popolazione, allestendo una quindicina di postazioni per illustrare l’attività svolta presso il centro, e dal Crea in generale, nel campo della ricerca, del miglioramento varietale e della lotta alle patologie delle piante. È stata l’occasione — per agricoltori, tecnici ma anche comuni cittadini e soprattutto scolaresche del territorio — per avvicinarsi a un’istituzione che da decenni promuove il progresso in campo agricolo.
Cereali sotto i riflettori

Il Crea di Fiorenzuola d’Arda ospita una ricca collezione di varietà di orzo, che permettono di capire i meccanismi che ne regolano lo sviluppo e offrono la possibilità di selezionare varietà capaci di resistere meglio alle avversità e adattarsi ai cambiamenti climatici. Oltre a mostrarle in campo, i tecnici del Crea si sono concentrati sulle tecniche di incrocio, tradizionale e non. Nulla di strano per un centro che da trent’anni è leader nella selezione delle varietà di orzo, avena e triticale per l’area mediterranea.
Un’attenzione particolare è stata dedicata agli orzi da birra, spiegando come la ricerca, in mezzo secolo, abbia notevolmente modificato queste tipologie e quali caratteristiche debba avere un orzo per produrre questa antichissima bevanda.
Dall’orto al frutteto

Al Crea non si studiano soltanto le coltivazioni da campo aperto. Una postazione, per esempio, è stata dedicata agli agrumi e alla ricerca svolta in questo ambito, particolarmente all’interno del progetto Citrus, allo scopo di applicare le tecniche di evoluzione assistita (Tea) per ottenere miglioramento organolettico e maggior tenore di antiossidanti, ridotta presenza di semi (o totale assenza dei medesimi) e colorazioni particolari, come il rosso vivo tipico di certe varietà di arance.
In ambito di colture alternative ai cereali, è stato anche mostrato come migliorare alcune orticole tipiche (quali melanzane, peperoni, fagioli e asparagi) attraverso tecniche tradizionali, colture in vitro e biotecnologie.
Genetica tradizionale e non
A Fiorenzuola la genetica è di casa e dunque più di un punto informativo ha illustrato nei dettagli questa affascinante branca della scienza. Per esempio, spiegando, in modo comprensibile anche ai non addetti ai lavori, le principali tecniche di miglioramento, dall’incrocio tradizionale, che punta a eliminare i caratteri non desiderati preservando quelli ricercati, alla mutagenesi casuale (si inducono mutazioni con un agente specifico, come i raggi gamma, e si vede quale tra queste ha migliorato la pianta), fino ad arrivare al Genome Editing, che consiste nell’inserimento del gene che conferisce il carattere voluto all’interno del Dna della pianta che si intende, per esempio, rendere resistente a una particolare malattia.

Non si tratta di pratiche da apprendista stregone (chi fa agricoltura, del resto, lo sa bene). Come ha ben spiegato Luigi Cattivelli, Direttore del Centro di Ricerca Genomica e Bioinformatica, sono sistemi ampiamente usati (a eccezione dell’ultimo) per prodotti che troviamo ogni giorno al supermercato. «Uno di questi alimenti è geneticamente uguale a quarant’anni fa», ha esordito Cattivelli, mostrando una serie di prodotti di uso comune. Dopo averli scartati uno a uno, ha rivelato che soltanto le pere non hanno subito miglioramento genetico, mentre latte, olio di semi, pompelmi, pasta, farina, mele, pesche e pomodori sono stati tutti oggetto di interventi al fine di esaltare alcune caratteristiche (acido oleico nell’olio, proteine nella farina), renderli adatti alla lavorazione industriale (pomodoro da industria), modificarne la data di maturazione (pesche) o la consistenza (mele) o infine incrementarne la produttività (vacche da latte).
Combattere la siccità riducendo gli stomi
Uno degli aspetti più affascinanti della ricerca attualmente in atto a Fiorenzuola, nonché uno di quelli con le maggiori implicazioni agronomiche, è lo studio degli stomi di alcune piante, a iniziare dall’orzo (ma il grano, è stato spiegato, si comporta in modo assai simile). L’obiettivo è ottenere varietà che siano al tempo stesso resistenti alla siccità e produttive quanto quelle tradizionali. «Perché - hanno precisato i ricercatori - non è sufficiente realizzare una varietà tollerante a un’avversità: dev’essere anche produttiva quanto quelle comuni nel momento in cui l’avversità non si manifesta».
Gli stomi sono apparati multicellulari, attraverso i quali la pianta, sostanzialmente, respira: emette molecole di acqua, per contrastare l’innalzamento della temperatura quando il sole picchia forte, e introduce anidride carbonica. Con cui, come noto, vive e cresce. «La fuoriuscita di acqua è un problema nel momento in cui di acqua nel terreno ne abbiamo poca. Al contrario, l’ingresso di CO2 è una funzione desiderabile, in quanto permette accrescimento e produzione», hanno sottolineato i relatori.
Gli stomi dell’orzo (e di conseguenza del grano) sono estremamente variabili per numero: si va da due a centoventi per millimetro quadrato (massimo osservato: 450/mm2). C’è quindi spazio per intervenire geneticamente sul loro numero. «A rendere possibile una modifica nella densità degli stomi senza compromettere la resa produttiva è il fatto che ingresso di anidride carbonica e traspirazione di acqua hanno scale di valori molto diverse: per ogni 450 molecole di acqua in uscita, ne abbiamo una di CO2 in ingresso. «Ne deriva che riducendo il numero di stomi si possono ottenere piante molto più resistenti allo stress idrico senza penalizzare, se non in minima parte, la loro capacità produttiva». La ricerca sulle basi genetiche degli stomi è recente: risale agli anni Dieci del secolo. È quindi ipotizzabile che in tempi relativamente brevi sarà possibile, per esempio attraverso le Tea, intervenire sul loro numero per avere varietà che sopportino meglio il cambiamento climatico. Nonché l’esposizione a determinate patologie, visto che gli stomi sono, oltre che l’organo di respirazione della pianta, anche vie d’ingresso per i patogeni.












