Tea, l’Italia ha già iniziato. L’Europa deve finire

Tea
Sei prove in campo e altre tre nel 2026: riso, vite e orticole già operative. Dalle sperimentazioni segnali solidi su resistenze e riduzione degli input. Ora la pressione è su Bruxelles per chiudere il regolamento

Le Tecniche di evoluzione assistita (Tea) alla prova del campo. E i risultati tornano. In Italia sono già sei le prove sperimentali attive su colture chiave e almeno altre tre sono pronte a partire entro il 2026. Un avanzamento rapido, sostenuto dalle norme nazionali, che però si scontra con l’assenza di un quadro europeo definitivo: senza l'atteso regolamento, il trasferimento alle aziende resta al palo.

I progetti sperimentali, tra presente e futuro

Grazie alle misure introdotte negli ultimi anni, a partire dal Decreto Siccità, prorogato per tutto il 2026, l’Italia si è affermata come uno dei contesti più avanzati in Europa per la sperimentazione in campo delle Tea e oggi può contare su numerosi progetti che coinvolgono colture strategiche per il Made in Italy.

Nel riso, il progetto Ris8imo dell’Università di Milano, coordinato da Vittoria Brambilla, punta a varietà resistenti al brusone. Dopo aver superato l’atto vandalico nel 2024, avvia il terzo ciclo di trapianti con superfici più ampie e protocolli di raccolta dati rafforzati. Nella vite, i gruppi dell’Università di Verona, guidati da Mario Pezzotti, e della Fondazione Edmund Mach lavorano su tolleranze a peronospora e oidio intervenendo su geni specifici, con l’obiettivo di ridurre l’uso di fungicidi senza alterare identità e qualità delle cultivar. Nel pomodoro e nelle orticole, il Crea e l’Università di Torino sviluppano materiali resistenti a parassiti come l’orobanche e più tolleranti agli stress abiotici, con attenzione anche ai profili nutrizionali.

A questi progetti sono pronti ad aggiungersi quelli del programma TEA4IT, coordinato da Concetta Licciardello. Le sperimentazioni coinvolgono colture chiave come vite, riso, frumento, melanzana e pomodoro, e hanno già prodotto risultati concreti, con piante pronte per la messa in campo entro il 2026, tra cui riso resistente al brusone e linee di pomodoro resistenti a parassiti e più tolleranti agli stress. Il dato tecnico che emerge dalle prime prove è coerente: resistenze più stabili, potenziale riduzione degli input e mantenimento delle caratteristiche varietali. Accanto a queste, sono in fase di valutazione o in corso di sottomissione nuove applicazioni su specie chiave – dalla vite al frumento – mentre è in corso un’ampia attività di studio e valutazione su numerose colture, dagli agrumi al kiwi fino ai cereali.

I risultati dell’avanzamento delle sperimentazioni sono stati presentati a Roma nel corso dell'evento “Stati generali della ricerca italiana sulle Tecniche di evoluzione assistita”.

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Da sx: Concetta Licciardello (Crea), Edoardo Ferri (Cibo per la Mente), Vittoria Brambilla (Università Milano), Mario Pezzotti (Università di Verona).

Tea, il nodo regolatorio

Sul piano normativo il passaggio è decisivo. Nei giorni scorsi il Consiglio dell’Unione europea ha adottato le nuove regole, segnando un passaggio importante verso l’adozione del regolamento. Resta tuttavia fondamentale che il Parlamento europeo completi rapidamente l’iter, arrivando al voto definitivo nelle prossime settimane, per evitare ulteriori ritardi e garantire un quadro normativo chiaro e operativo.

In gioco non c’è solo l’autorizzazione delle varietà biotech, ma l’intero impianto applicativo: procedure, etichettatura, registri varietali e controlli. Senza questi tasselli, la ricerca non diventa innovazione diffusa.

«Abbiamo aperto la sperimentazione in campo e messo l’Italia in posizione avanzata», ha osservato il senatore Luca De Carlo, indicando come priorità «chiudere rapidamente l’iter europeo per dare continuità e trasformare i risultati in strumenti per gli agricoltori».

La richiesta è condivisa dalla filiera. «I risultati che stanno emergendo dalle sperimentazioni in campo dimostrano come sia possibile coniugare innovazione, sostenibilità e qualità delle produzioni», ha sottolineato Clara Fossato (Cibo per la Mente), «auspichiamo che possano essere messe al più presto a disposizione degli agricoltori, affinché possano affrontare le sfide attuali con strumenti adeguati e competitivi ».

Pe il mondo scientifico, «i risultati su colture strategiche sono già tangibili e il sistema è operativo», ha spiegato Concetta Licciardello (Crea). La sfida è «consolidare le evidenze e accelerare il trasferimento verso il campo e la filiera».

Per il settore vitivinicolo, «le prime prove, che intervengono su geni specifici senza modificarne l’identità, indicano una riduzione significativa dei trattamenti mantenendo gli standard qualitativi», ha aggiunto Mario Pezzotti (Università di Verona). «Ora dobbiamo favorire il trasferimento tecnologico e creare le condizioni affinché queste innovazioni possano essere messe a disposizione della filiera vitivinicola, anche alla luce dell’evoluzione del quadro regolatorio europeo».

Per il riso, «il 2026 segna un salto nella sperimentazione in campo», ha evidenziato Vittoria Brambilla (Università di Milano), «ci accingiamo a trapiantare, tra poco più di un mese, per il terzo anno di fila, un campo di riso Tea resistente a brusone, più esteso dei precedenti, da cui ci aspettiamo di raccogliere dati scientifici solidi che potranno servire a decidere se il nostro lavoro potrà essere condiviso con sicurezza con gli agricoltori quando la normativa lo consentirà».

Mentre il settore sementiero vede nelle Tea «una leva per accelerare il miglioramento varietale e rafforzare la competitività», come osservato da Giuseppe Carli (Assosementi), a condizione di «un contesto che sostenga investimenti e collegamento tra ricerca e applicazione».

Il quadro che è emerso durante il dibattito è netto: la ricerca corre e sperimenta varietà promettenti; la filiera è pronta a testarli; la leva pubblica nazionale ha sbloccato i campi. Il fattore "frenante" è ancora normativo. Se Bruxelles chiude il dossier, il passaggio all’adozione può avvenire in tempi brevi. In caso contrario, il rischio è prolungare una fase intermedia in cui l’innovazione resta confinata alle parcelle sperimentali.

Tea, la separazione tra Ngt1 e Ngt2

Commissione europea nel nuovo regolamento suddivide le piante Ngt in due diverse categorie Ngt1 e Ngt2 soggette a vincoli diversi.

Ngt1
Piante con max 20 modificazioni tra:

  • Inserzioni (max 20 basi)
  • Delezioni di qualunque dimensione
  • Inserimento di un cisgene di qualunque dimensione a patto che non interrompa un gene endogeno
  • Inversioni di qualunque dimensione.

Etichettatura delle sementi.
Non consentite in biologico.

Ngt2
Piante Ngt che non ricadono nella categoria precedente.
Tracciabilità integrale di semi e prodotti  (come per gli Ogm).
Non consentite in biologico.

 

 

 

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