L’aumento dei costi energetici torna a mettere sotto pressione il settore primario. Se il Governo è intervenuto rafforzando il credito d’imposta per il gasolio agricolo, per il terzo provvedimento consecutivo le imprese agromeccaniche sono rimaste escluse dalla misura. Una decisione che ha riacceso il dibattito sul ruolo dei contoterzisti all’interno della filiera agricola, proprio mentre il comparto deve fare i conti con rincari che interessano non soltanto il carburante, ma anche ricambi, manutenzioni e mezzi tecnici. Per capire quali conseguenze questa situazione possa avere sulle imprese e sulle aziende agricole che si affidano ai servizi in conto terzi, abbiamo intervistato il presidente Cai Agromec Gianni Dalla Bernardina. Ne emerge un quadro fatto di costi in crescita, margini sempre più ridotti e la conseguente richiesta, rivolta alle istituzioni, di riconoscere il ruolo strategico svolto dalle imprese agromeccaniche nell’agricoltura italiana.
Presidente, con il Decreto-legge 89 del 22 maggio scorso, le imprese agromeccaniche sono state escluse dal credito d’imposta sul gasolio agricolo. Come avete accolto questa decisione?
Con grande amarezza, soprattutto perché siamo di fronte a una scelta che, in questo specifico contesto, si è ripetuta nel tempo. Il Governo ha riconosciuto giustamente le difficoltà delle aziende agricole aumentando da 30 a 90 milioni di euro il fondo destinato al credito d’imposta e ampliando il periodo di riferimento da marzo a maggio. Tuttavia ha escluso le imprese agromeccaniche, che svolgono le stesse lavorazioni agricole e utilizzano gli stessi mezzi. La cosa che colpisce maggiormente è l’assenza di una spiegazione tecnica o giuridica.
Perché ritenete che questa esclusione sia ingiustificata?
Perché non esiste alcuna differenza sostanziale tra una lavorazione effettuata direttamente da un’azienda agricola e la stessa lavorazione eseguita da un’impresa agromeccanica. Un’aratura, una semina o una raccolta hanno lo stesso impatto produttivo e utilizzano lo stesso carburante indipendentemente da chi le realizza. Le imprese agromeccaniche sono riconosciute come operatori del settore primario e da oltre vent’anni la loro attività è definita chiaramente dalla normativa. Escluderle significa creare una disparità di trattamento senza alcuna motivazione oggettiva.
Quali conseguenze produce questa scelta sul sistema agricolo?
L’errore più grande è pensare che il problema riguardi soltanto i contoterzisti. In realtà riguarda tutta la filiera agricola. Oggi una quota molto rilevante delle lavorazioni viene affidata alle imprese agromeccaniche. Per alcune operazioni, come la raccolta, arriviamo a percentuali che sfiorano il 90%. Se aumentano i costi per i contoterzisti, inevitabilmente aumenta il costo delle lavorazioni per le aziende agricole. Non esistono compartimenti stagni.
Quindi il vantaggio riconosciuto alle aziende agricole rischia di essere in parte vanificato?
Esattamente. Se si sostiene una parte della filiera e si lascia scoperta l’altra, il risultato finale perde efficacia. Il beneficio fiscale riconosciuto agli agricoltori viene assorbito, almeno in parte, dall’incremento dei costi dei servizi esternalizzati. È una contraddizione evidente. Per questo sosteniamo che sarebbe più logico considerare l’intero ciclo produttivo agricolo.
Avete chiesto correttivi?
La soluzione esiste ed è semplice. Il riferimento potrebbe essere il consumo effettivo di gasolio agricolo certificato attraverso il sistema Uma. Si tratta di un criterio oggettivo, verificabile e già utilizzato in altri provvedimenti. Non servono meccanismi complessi.
La Regione Sicilia ha recentemente esteso ai contoterzisti un fondo per il carburante. Può essere un modello?
Certamente. La Sicilia ha dimostrato che il problema può essere affrontato in modo pragmatico. Il provvedimento regionale ha incluso le imprese agromeccaniche utilizzando parametri chiari e facilmente controllabili. È la dimostrazione che la questione non è tecnica ma politica. Quando c’è la volontà di intervenire, gli strumenti si trovano.
Parallelamente state lanciando un allarme sui costi operativi delle imprese. Quanto pesa oggi il carburante?
Moltissimo. Il gasolio rappresenta una delle principali voci di costo per le nostre aziende. Nel 2025 il prezzo medio del carburante agricolo era attorno a 0,78 euro al litro. Negli ultimi mesi abbiamo assistito a oscillazioni impressionanti, con punte massime comprese tra 1,45 e 1,50 euro al litro. Anche se oggi i prezzi sono leggermente rientrati, restano ben superiori ai livelli di riferimento degli anni precedenti.
Ma il problema non riguarda soltanto il carburante.
Infatti. Quando si parla di rincari si tende a concentrarsi sul gasolio, ma l’incremento interessa praticamente tutte le componenti necessarie a svolgere le lavorazioni: lubrificanti, pneumatici, ricambi, materiali di consumo, manutenzioni, componentistica elettronica. Le macchine agricole moderne sono strumenti altamente tecnologici e richiedono investimenti continui. Tutto questo incide pesantemente sui bilanci aziendali.
Per questo avete annunciato un adeguamento delle tariffe?
Non si tratta di una scelta ma di una necessità. Nessuno ha interesse ad aumentare i prezzi. Le imprese agromeccaniche hanno sempre cercato di mantenere condizioni sostenibili per le aziende clienti. Tuttavia, esiste un limite oltre il quale non è più possibile assorbire gli aumenti. Le analisi economiche effettuate sul territorio indicano che per l’annata agraria in corso sarà inevitabile un adeguamento delle tariffe nell’ordine del 20%, semplicemente per compensare i maggiori costi sostenuti.
Temete tensioni nei rapporti con le aziende agricole?
No, perché gli agricoltori conoscono bene la situazione. Siamo parte della stessa filiera e affrontiamo le stesse difficoltà. Il nostro obiettivo è mantenere un rapporto improntato alla trasparenza. Non stiamo parlando di speculazioni o di margini aggiuntivi. Stiamo parlando della necessità di garantire la continuità del servizio e la sopravvivenza delle imprese che operano sul territorio. Ovviamente, visti gli scenari complessi e i cambiamenti a volte repentini e imprevedibili, che se positivi auspichiamo possano esserci, se si dovesse tornare alla situazione di gennaio faremmo la nostra parte.
Qual è oggi il ruolo strategico dei contoterzisti nell’agricoltura italiana?
È un ruolo sempre più centrale. Le aziende agricole hanno bisogno di macchinari sofisticati, di tecnologie di precisione, di operatori specializzati e di investimenti che spesso non sarebbero sostenibili a livello individuale. Le imprese agromeccaniche consentono di diffondere innovazione e di rendere accessibili strumenti avanzati anche alle aziende di dimensioni medio-piccole. In molti casi rappresentano il principale veicolo di modernizzazione dell’agricoltura.
Che messaggio vorrebbe lanciare alle istituzioni?
Chiediamo innanzitutto coerenza. Se il sistema agricolo viene sostenuto, deve essere sostenuto nella sua interezza. A volte sembra che ci sia disinteresse o mancata comprensione da parte della politica sul ruolo determinante delle imprese agromeccaniche nella filiera. È fondamentale che anche le Organizzazioni professionali prendano una posizione sul nostro ruolo in agricoltura. Le nostre aziende non chiedono privilegi né trattamenti speciali, ma semplicemente di essere riconosciute per quello che sono: una componente essenziale della produzione agricola italiana. Oggi la competitività del Made in Italy passa anche attraverso il lavoro quotidiano di migliaia di contoterzisti. Ignorare questo contributo significa non comprendere come funziona realmente l’agricoltura moderna.











