«Le Tea cambiano le regole del gioco»

Il professor Mario Pezzotti commenta lo scenario dopo il voto europeo

Mario Pezzotti
Si apre una fase decisiva per trasferire l’innovazione genetica dalla ricerca alle aziende agricole

Tra i protagonisti della ricerca italiana sulle Tea, Mario Pezzotti è professore di Genetica agraria al Dipartimento di Biotecnologie dell’Università di Verona e cofondatore di EdiVite srl. Con lui analizziamo opportunità e prospettive aperte dal voto europeo.

 

Professore, oltre a essere uno dei maggiori studiosi italiani delle nuove tecniche genomiche, lei è stato tra i promotori della denominazione Tea, oggi entrata nel linguaggio comune. Perché ritenevate così importante abbandonare l’acronimo Ngt?

La scelta del termine Tea (Tecniche di Evoluzione Assistita) non è stata un’operazione di marketing, ma un’esigenza scientifica e culturale. L’acronimo inglese Ngt (New Genomic Techniques) descrive semplicemente una famiglia di tecnologie, mentre Tea mette l’accento sul risultato biologico: accompagnare un processo evolutivo naturale con strumenti più precisi ed efficienti.

Soprattutto, era fondamentale uscire dall’equivoco che assimilava automaticamente queste tecnologie agli Ogm transgenici. Per oltre vent’anni il dibattito pubblico ha identificato qualsiasi intervento sul Dna con l’introduzione di geni estranei, ma questo non corrisponde alla realtà delle Tea. Nella maggior parte dei casi il prodotto finale non contiene Dna proveniente da altre specie, ma presenta modifiche che potrebbero comparire spontaneamente in natura o essere ottenute con il miglioramento genetico convenzionale, solo in tempi molto più lunghi e con minore precisione.

Il punto centrale è proprio questo: non dovrebbe essere la tecnica utilizzata a determinare il giudizio, ma il prodotto ottenuto. Se una pianta è indistinguibile da una ottenibile naturalmente o attraverso incroci tradizionali, non esiste una giustificazione scientifica per regolamentarla diversamente. Oggi questa impostazione è stata finalmente riconosciuta.

 

A Verona è stata avviata la prima sperimentazione al mondo in pieno campo su viti ottenute con le Tea. Che valore ha questo traguardo, sia sul piano scientifico sia per una filiera simbolo come quella vitivinicola?

È un risultato di cui siamo particolarmente orgogliosi. Dopo oltre dieci anni di ricerca siamo riusciti a portare in campo la prima vite ottenuta mediante genome editing senza Dna estraneo, autorizzata per una sperimentazione in pieno campo.

Il valore scientifico è enorme perché, per la prima volta, possiamo valutare in condizioni reali il comportamento agronomico di queste piante: la loro resistenza alle principali malattie fungine, la riduzione dell’impiego di fungicidi, la qualità dell’uva e del vino e la stabilità delle modifiche introdotte.

Ma il valore va ben oltre la ricerca. La vite rappresenta uno dei simboli dell’agricoltura italiana e uno dei pilastri del Made in Italy. Le Tea consentono di rendere varietà storiche come Chardonnay, Glera, Sangiovese, Nebbiolo, Corvina o Garganega più resistenti alle malattie senza modificarne l’identità varietale e le caratteristiche enologiche che le hanno rese famose nel mondo. Non sostituiamo i nostri vitigni: li rendiamo più sostenibili, ed è una prospettiva straordinaria.

 

Il via libera europeo alle nuove tecniche genomiche segna una svolta dopo anni di dibattito. Dal punto di vista scientifico, qual è il significato più importante di questa decisione?

Il significato più importante è che la regolamentazione europea torna finalmente a essere coerente con le evidenze scientifiche.

Per molti anni la normativa ha classificato tecnologie profondamente diverse come se fossero equivalenti, senza considerare la natura del prodotto ottenuto. La nuova regolamentazione introduce invece un principio fondamentale: quando una pianta ottenuta con le Tea è equivalente a una ottenibile naturalmente o mediante miglioramento genetico convenzionale, deve essere trattata come tale.

È un cambio di paradigma che allinea l’Europa alle conoscenze maturate negli ultimi vent’anni e apre la possibilità di trasformare i risultati della ricerca in innovazione concreta. È anche un segnale importante per i giovani ricercatori e per le imprese: investire in innovazione genetica oggi ha finalmente una prospettiva normativa stabile.

 

Quali sono, secondo lei, gli ambiti nei quali queste tecnologie potranno incidere maggiormente sull’agricoltura europea e italiana?

Le applicazioni sono numerosissime, ma credo che tre siano le priorità. La prima riguarda la resistenza alle malattie, che permetterà di ridurre in modo significativo l’impiego di prodotti fitosanitari. In alcune colture, come la vite, questo significa poter eliminare decine di trattamenti ogni anno.

La seconda è l’adattamento ai cambiamenti climatici. Siccità, ondate di calore, nuove fitopatie e nuovi insetti stanno modificando profondamente gli equilibri agricoli. Le Tea consentono di accelerare l’introduzione di caratteri di resilienza che con il miglioramento convenzionale richiederebbero decenni.

La terza riguarda la qualità delle produzioni, sia dal punto di vista nutrizionale sia tecnologico, migliorando caratteristiche che rispondono alle esigenze dell’industria e dei consumatori.

In sintesi, le Tea rappresentano uno degli strumenti più efficaci per produrre di più utilizzando meno acqua, meno fitofarmaci, meno fertilizzanti e meno energia.

 

La normativa apre una fase nuova, ma la ricerca da sola non basta: serve che l’innovazione arrivi nei campi. Quali sono oggi i principali ostacoli?

La regolamentazione rappresenta solo il primo passo. Occorre investire nel trasferimento tecnologico, sostenere il miglioramento genetico delle specie di interesse nazionale e favorire la collaborazione tra università, centri di ricerca, vivaismo e imprese.

Un secondo elemento sarà la rapidità con cui gli Stati membri applicheranno la nuova normativa, evitando interpretazioni nazionali che possano creare nuove barriere burocratiche.

Infine, serve una comunicazione seria e basata sulle evidenze scientifiche. L’innovazione agricola viene spesso raccontata attraverso slogan contrapposti. Gli agricoltori hanno invece bisogno di informazioni chiare, dati sperimentali e valutazioni economiche concrete.

 

Come si può costruire un modello che garantisca trasparenza senza creare vincoli tali da rendere queste tecnologie inutilizzabili o accessibili a pochi?

Trasparenza e innovazione non sono obiettivi in conflitto. I cittadini hanno il diritto di essere informati e la ricerca ha il dovere di spiegare con chiarezza cosa sono queste tecnologie. Ma è altrettanto importante evitare sistemi regolatori sproporzionati rispetto al rischio reale.

La nuova normativa europea ha cercato proprio questo equilibrio. Le piante Ngt1, equivalenti a quelle convenzionali, seguono procedure semplificate, pur mantenendo strumenti di tracciabilità lungo la filiera sementiera. È una scelta razionale perché evita costi inutili che finirebbero per favorire soltanto le grandi multinazionali.

Una regolamentazione eccessivamente onerosa penalizzerebbe proprio il sistema della ricerca pubblica e le piccole imprese innovative europee, che rappresentano una delle grandi ricchezze del nostro Paese.

Il nuovo quadro normativo può rappresentare un recupero di competitività?

L’Europa ha accumulato un ritardo significativo rispetto a Paesi come Stati Uniti, Argentina, Brasile, Giappone, Regno Unito o Australia, dove queste tecnologie sono già impiegate da diversi anni.

L’approvazione della nuova regolamentazione rappresenta quindi un passaggio storico, ma naturalmente molto dipenderà dalla fase di attuazione. Se gli Stati membri applicheranno la normativa in modo coerente e senza introdurre nuovi ostacoli amministrativi, l’Europa potrà recuperare rapidamente competitività. Se invece prevarranno interpretazioni restrittive, rischieremo di perdere ancora tempo prezioso.

La ricerca europea dispone delle competenze scientifiche necessarie; ciò che è mancato finora è stato un quadro regolatorio adeguato.

 

Guardando ai prossimi anni, quali sono le colture o gli obiettivi genetici sui quali vede il maggiore potenziale delle Tea?

Credo che le maggiori opportunità riguardino le colture ad alto valore aggiunto e quelle maggiormente esposte ai cambiamenti climatici: vite, fruttiferi, olivo, orticole, ma anche cereali come frumento e riso.

L’errore più grave sarebbe però considerare concluso il percorso con l’approvazione della normativa. La legge crea le condizioni, ma l’innovazione nasce dalla ricerca, dagli investimenti e dalla capacità di trasferire rapidamente le conoscenze alle imprese agricole. La vera sfida non è soltanto utilizzare nuove tecnologie, ma mantenere la leadership scientifica e produttiva in un’agricoltura che dovrà essere sempre più sostenibile, competitiva e capace di rispondere alle esigenze della società.

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