Anche la nuova Pac riconosce il ruolo importante di questa coltura a livello di rotazione, miglioramento della struttura del suolo e servizi ecosistemici

Il colza è oggi la seconda coltura oleaginosa al mondo per produzione, subito dopo la soia. Dopo il picco raggiunto negli ultimi anni, con valori poco inferiori ai 90 milioni di tonnellate, la produzione globale si mantiene su livelli molto elevati. Le più recenti stime dello Usda (United States Department of Agriculture) per la campagna 2025-2026 indicano una crescita attesa a circa 95 milioni di tonnellate (fig. 1).

Stiamo quindi parlando di una coltura con un peso economico significativo, ma soprattutto in continua espansione. Questo anche a livello europeo. L’Unione Europea, infatti, si conferma tra i principali produttori mondiali, con circa 19 milioni di tonnellate stimati nel 2025, in deciso recupero rispetto ai 17 milioni di tonnellate circa del 2024. Restringendo lo sguardo all’Italia, il colza rappresenta una quota molto contenuta del totale Ue (meno dello 0,5%), ma anche nel nostro paese negli ultimi anni si è registrata una crescita strutturale di rilievo. Secondo i dati Istat, infatti, le superfici investite sono passate dai 18.500 ettari del 2022 ai 31.000 del 2024, per una resa media che si è collocata poco al di sopra delle 2,7 t/ha. Questa crescita è guidata in buona parte dai nuovi orientamenti della Pac, che riconoscono il ruolo importante del colza a livello di rotazione, ma anche per il miglioramento della struttura del suolo e per i servizi ecosistemici.

Olio e panello proteico

Ma l’interesse per il colza non è solo ascrivibile ai dati produttivi. Il vero valore di questa coltura sta nella composizione del seme e nei prodotti che se ne ricavano, come olio e panello proteico. L’olio costituisce generalmente il 40-50% del peso del seme ed è caratterizzato da un profilo nutrizionale particolarmente interessante: pochi acidi grassi saturi (circa il 6-7%), elevata percentuale di monoinsaturi (intorno al 60%, tra cui acido oleico) e componente significativa di polinsaturi (28-32%). Tra questi emergono l’acido linoleico e alfa linolenico, un omega 3 di origine vegetale estremamente importante quando si considera un olio a livello nutrizionale. A questo si aggiungono composti bioattivi come tocoferoli, fitosteroli e polifenoli, noti per la loro attività antiossidante.

Oltre all’olio, dopo l’estrazione rimane un sottoprodotto chiamato panello o farina di estrazione, una matrice ricca di proteine che trova impiego in particolare nell’alimentazione animale, ma che oggi sta iniziando a essere studiato anche per applicazioni nell’alimentazione umana (per esempio formulazione di alimenti proteici alternativi alla soia).

Le attuali varietà di colza in commercio contengono meno del 2% di acido erucico nell’olio e meno di 30 micromoli di glucosinolati per grammo di farina di estrazione. Varietà ad alto contenuto di acido erucico continuano comunque ad avere mercato nella produzione di biodiesel, di lubrificanti, di tensioattivi per detergenti e saponi, ma anche per bioplastiche.

I fattori chiave per resa e qualità

Dopo aver introdotto questi dati, Federica Falcetta dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Piacenza, in occasione di un convegno organizzato dal Crea di Osimo nel maggio scorso – ha illustrato i risultati di una prova condotta in collaborazione tra l’Università Cattolica di Piacenza e la stazione sperimentale dell’Irta Mas Badia in Catalogna, Spagna.

Lo scopo? Capire quali fattori pesano maggiormente sulla resa e sulla qualità del seme in un ambiente di coltivazione mediterraneo. «Quello che abbiamo valutato – ha spiegato Falcetta – è stato il ruolo dell’annata, della cultivar e della strategia di fertilizzazione azotata, considerando non solo la resa, ma anche il contenuto di azoto nella granella, il profilo degli acidi grassi e la composizione in polifenoli. Il colza è stato valutato in due stagioni con frumento intercalato secondo la rotazione prevista, confrontando due ibridi commerciali di Limagrain: LG Architect, utilizzata nello studio come controllo, e LG Ambassador, classificata come N-Flex, quindi caratterizzata da una maggiore efficienza nell’utilizzo dell’azoto.

Oltre a questo, sono state testate sette diverse strategie di fertilizzazione azotata, combinando non solo dosi (comprese tra 0 e 190 kg di azoto/ha), ma anche tempo di applicazione (una in pre-semina e due in copertura, alla fase di rosetta sviluppata e all’inizio della formazione dei germogli laterali). La concimazione in presemina è stata effettuata con concime minerale NPK 10-12-18, quindi un classico concime di fondo per fornire una base equilibrata di nutrienti, mentre le applicazioni in copertura sono state realizzate con un concime azotato nitrato ammonico solforoso (NSA) al 26%».

Colza in fioritura nelle prove parcellari di Osimo

L’influenza dell’annata

Il primo risultato chiave emerso dallo studio è che l’annata è il fattore che più ha influenzato la resa in granella, più della cultivar e della strategia di fertilizzazione adottata. Perché? «Le due campagne sono state molto diverse – ha spiegato Falcetta –. Nella prima (2021-22) la coltura ha beneficiato di una semina più precoce (6 ottobre) e c’è stata una maggiore disponibilità idrica durante la fase di fioritura. Nella seconda (2022-23), invece, la semina è stata più tardiva (quasi alla fine di ottobre) e le precipitazioni nella fase critica della fioritura sono state inferiori del 52%. Le temperature, inoltre, nella prima stagione sono state mediamente più elevate. Queste differenze (semina tardiva, minore piovosità e temperature più elevate) si sono tradotte in un calo produttivo marcato, tanto che la resa media è passata da 2,16 t/ha nel 2020-21 a 0,45 t/ha nel 2022-23 (-79% circa). E anche la biomassa secca alla fioritura ha mostrato una riduzione importante (-20%).

Questi risultati confermano come la fioritura sia una finestra critica per il colza. Perché c’è una riduzione dell’area fogliare e dell’attività fotosintetica, per cui se coincidono con carenza idrica e temperature elevate si traducono direttamente in meno semi e più piccoli».

Fertilizzazione azotata

Il secondo risultato chiave ha riguardato la fertilizzazione azotata. Come atteso, le tesi senza azoto o con dosi molto basse hanno prodotto meno biomassa e meno resa. Al contrario, le strategie con apporti più elevati, in particolare 110, 140 e 190 kg di azoto/ettaro, hanno sostenuto meglio sia la biomassa sia la resa finale. «Il risultato interessante, però, è una strategia intermedia pari a 110 kg/ha – ha puntualizzato Forcella – ma distribuita con 30 kg/ha in presemina e 80 allo stadio di rosetta sviluppata (fig. 2). La primavera precoce, infatti, ha fatto sì che si ottenessero risultati comparabili a strategie con dosi superiori (190 kg/ha)».

Il messaggio chiave quindi qual è? Non si tratta semplicemente di aumentare la dose di azoto, ma di metterlo a disposizione quando la coltura è in grado di usarlo al meglio.

L’aspetto qualitativo

Il terzo risultato chiave va letto in un’ottica di filiera, per cui non conta solo la resa, ma incidono anche la composizione del seme e quindi la qualità e il valore del prodotto finale. «Sia l’annata sia la fertilizzazione hanno influenzato il profilo degli acidi grassi e i composti fenolici – ha confermato Falcetta –. Questo significa che in un contesto di crescente variabilità climatica non dobbiamo aspettarci unicamente oscillazioni produttive, ma anche variazioni nella composizione del seme. Sul fronte degli acidi grassi, l’effetto dell’annata è particolarmente evidente sull’acido oleico, principale indicatore di qualità dell’olio. Nell’annata più fresca e piovosa (2020/21) il contenuto medio è stato del 58,4% contro il 55,4% dell’annata calda e siccitosa. Anche la fertilizzazione ha però un ruolo. Dosi azotate elevate, infatti, tendono a ridurre i livelli di acido oleico, mentre la strategia intermedia prima citata mantiene un profilo qualitativo di acidi grassi complessivamente equilibrato, con livelli soddisfacenti di acido oleico. Inoltre, i semi dell’annata più fresca e piovosa si sono rivelati significativamente più ricchi di polifenoli (antocianine in particolare) rispetto a quelli dell’annata più calda e siccitosa».

Quest’anno le varietà testate nelle prove varietali del Crea-CI sono 22

La rotazione colturale

In termini di buone pratiche agronomiche, è riconosciuto da tutti che la rotazione ai fini della salute del suolo è fondamentale, ancora di più se pensiamo alla rotazione imposta dalle misure agroambientali. «Il colza si pone come un’ottima alternativa per i cereali autunno-vernini rispetto alle foraggere – ha spiegato Maria Sara Manganelli dell’azienda Manganelli spa di Perugia – e dal punto di vista dell’azienda agricola un tipo di coltura il cui prezzo segue un mercato diverso rispetto a quello dei cereali, per cui permette di diversificare il rischio. In annate, infatti, in cui il mercato dei cereali non “tira” molto, è possibile, come sta accadendo in queste ultime due stagioni, affacciarsi su un altro tipo di mercato, che è quello degli oli a uso energetico, dove ci sono livelli di prezzo sicuramente più appetibili.

Il colza non può però essere impostato ovunque. Perché? «Perché predilige dei terreni tendenzialmente sciolti, leggeri – ha continuato Manganelli – e richiede una preparazione del letto di semina perfetta, dato che il letto di semina prevede una profondità del seme molto bassa. Inoltre, la finestra di semina rispetto ad altre colture è piuttosto ristretta e va, a seconda dell’areale della penisola nel quale ci troviamo, da un inizio potenziale a fine agosto fino alla metà di ottobre, non oltre. Quindi, se in questo timing ristretto il terreno è adatto e ci sono le condizioni di semina ideali, lo possiamo impostare, altrimenti ci permettiamo di consigliare un’alternativa».

Altra opportunità legata al discorso della differenziazione del rischio è il prezzo del colza. «Come detto, il colza ha due destinazioni, alimentare ed energetica – ha ribadito Manganelli –. Il seme di colza segue a livello di prezzo di mercato il Matif e il mercato degli energetici. La voce di agosto 2026, quella che si prende come riferimento perché è la prima data utile dopo il raccolto, parla di circa 526 €/t. Un valore che, se rapportato ai costi della coltura per una resa media supposta al di sopra delle 2,5 t/ha, consente all’azienda di portare a casa un utile interessante».

Come ogni coltura, anche il colza ha i suoi punti critici. «Tutte le colture vanno ovviamente seguite – ha concluso Manganelli – però il colza probabilmente più di altre ha necessità di essere monitorato in tutte le fasi e si dimostra più costoso perché necessita, oltre alle concimazioni e al diserbo, di almeno due trattamenti insetticidi. Diversamente, l’attacco dell’insetto in determinate fasi della coltura può portare a perdite importanti e vanificare l’intero raccolto. Rispetto quindi all’altra coltura da rinnovo per eccellenza, il girasole, che consente di stare sotto i 1.000 €/ha di costi colturali, con il colza arriviamo anche a 1.200 €/ha (fig. 3). Da ricordare, infine, che a partire dalla campagna 2023 a seguito di un provvedimento adottato dalla Commissione Europea è stato predisposto un sostegno accoppiato al reddito per superficie a favore delle aziende agricole che impostano colture oleaginose. uRequisito necessario richiesto ai fini dellottenimento del contributo è che il prodotto in esame – seme di colza o di girasole – venga impiegato nei contratti di fornitura con un’industria di trasformazione, sementiera o mangimistica. uQuesti contratti dovranno quindi evidenziare limpegno dellazienda agricola a conferire immediatamente dopo la trebbiatura il prodotto o direttamente all’industria o a uno stoccatore che a sua volta dovrà avere alla base un contratto di filiera per la fornitura di prodotto all’industria».

Il panorama varietale

Chiudiamo con le varietà attualmente reperibili sul mercato. Per seminare il colza l’agricoltore deve avere ovviamente il seme e per ottenere il seme ci si affida alle ditte sementiere, ma prima della produzione della semente per la normativa europea è necessario che le varietà che poi verranno certificate e commercializzate siano iscritte in un registro nazionale. «Il numero di varietà in prova dal 2014 che come Crea abbiamo registrato è stato di 28 varietà nel primo anno e di 22 nel 2025, con un picco di 41 nuove varietà nel 2021 – ha riferito Giovanni Corsi, del Crea-DC –. Sono tutte varietà a semina autunnale, perché ormai si reputa che l’Italia non sia un paese adatto alle varietà a semina primaverile, ma per cambiare il panorama varietale sarebbe utile fare sperimentazioni in Italia ricorrendo a varietà che sono molto diffuse nel Nord Europa, dove l’inverno è troppo rigido per le varietà invernali e quindi si utilizzano varietà a ciclo primaverile-estivo, con buoni risultati.

In Italia abbiamo attualmente 125 varietà di forze iscritte a registro, ma in quello europeo se ne contano 1.654, un numero decisamente molto alto, anche se entrambi i registri hanno segnato un calo dal 2023 al 2026».

Sempre a livello varietale, occorrono poi delle prove di valutazione per fornire all’agricoltore informazioni utili per le proprie scelte. «Da ormai 12 anni effettuiamo prove in alcuni areali italiani – ha spiegato Andrea Del Gatto, del Crea di Osimo – in cui mettiamo a confronto le varietà già presenti in commercio. Il numero di varietà messe in prova, pur se tendenzialmente crescente, è risultato oscillante negli anni e nel 2025/26 ha registrato un calo importante rispetto all’anno precedente (22 contro 33).

Anche le produzioni sono risultate molto oscillanti negli anni: basti pensare che dalle 5 tonnellate di media produttiva nel 2014/15 si è scesi a meno di1,5 t nel 2021/22, ovvero quasi 3,5 t di differenza. Anche all’interno della singola annata si sono registrati scarti produttivi rilevanti: quasi 2 tonnellate nel 2014/15 e poco più di mezza tonnellata nel 2018/19. Stessa cosa per quanto riguarda l’olio. Per quanto riguarda le prove in corso, gli areali di prova sono sempre quelli: Marche, Emilia Romagna e Friuli Venezia Emilia. Purtroppo, come detto prima, c’è stata una contrazione importante dal punto di vista del numero di varietà in prova, che da 33 sono scese a 22, e anche le ditte si sono ridotte sensibilmente di numero».

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