L’appuntamento con i campi varietali del Sata è ormai una tradizione per i cerealicoltori dell’Alessandrino, e non soltanto. Da anni la società di consulenza di Quargnento (Al) organizza prove varietali e test sui principali mezzi tecnici, sotto il significativo titolo di “Cooperiamo per il grano alessandrino”. Un chiaro riferimento alle coop agricole che sostengono l’iniziativa, ma il titolo non deve ingannare: quel che si è visto quest’anno a Tortona, presso l’azienda della famiglia Gavio, ha un interesse che va ben oltre le rive dello Scrivia. Soprattutto, per quanto riguarda il focus su diserbo e resistenze.
Il diserbo alla giornata Sata
“Diserbo del frumento e gestione delle resistenze” non è, in effetti un titolo che lascia indifferenti i cerealicoltori, alle prese con infestanti sempre più tenaci e principi attivi in costante riduzione. «Sebbene se ne parli dagli anni Ottanta, sostanzialmente con la vicenda delle triazine in maidicoltura, quello delle resistenze resta un problema molto spesso sottostimato. Ricorda un po’ un iceberg: vediamo la punta, ma sotto c’è molto di più», ha spiegato Giovanni Campagna, della cooperativa bieticola Coprob, durante il breve dibattito che ha chiuso la manifestazione.
«I primi casi di infestanti resistenti si manifestarono in risaia, un ambiente con cui i cereali vernini hanno alcuni punti in comune: colture in mono-successione, impossibilità di contenere le malerbe tramite sarchiatura e dunque ampio ricorso alla chimica. Ne deriva - ha aggiunto il relatore - una pressione di selezione molto elevata, che favorisce la proliferazione di piante resistenti». Il fenomeno, secondo Campagna, è particolarmente evidente in paesi come Stati Uniti, Cina e Australia, ma riguarda anche l’Italia, almeno per le zone in cui raramente si fa rotazione colturale. Che resta, nelle parole di tutti gli esperti, probabilmente il miglior strumento per combattere questo fenomeno.
Avena e loietto resistenti
Due tra le infestanti del grano che hanno sviluppato resistenza - ha proseguito Campagna - sono avena e loietto. La prima più competitiva, il secondo con tendenza ad allargarsi agevolmente all’interno della coltura e a ibridarsi. «L’avena, in particolare, è auto-impollinante. Per cui, se vedete anche una singola pianta sopravvissuta all’erbicida, dovete toglierla, piuttosto con le mani, in quanto da una pianta può nascere una colonia. È molto probabile che in futuro avremo sempre maggiori problemi da essa».

Resistenze multiple
Lo strumento naturale di contenimento, ossia il trattamento con diserbanti, è sotto le forche caudine delle limitazioni europee, che tolgono ogni anno qualche principio attivo dalle liste. «La tendenza attuale è di spostarsi dal pre al post-emergenza. Tuttavia questa strategia, stanti le attuali resistenze, si riduce a utilizzare in pratica soltanto due famiglie: inibitori di Als e ACCasi (rispettivamente, enzima aceto-lattato sintetase e acetil-CoA carbossilasi, ndr). Contemporaneamente, si stanno manifestando anche casi di resistenza multipla».

Dal pre al post emergenza
Un quadro, insomma, molto pericoloso, contro cui è necessario agire tempestivamente. «Una possibile ricetta è la rotazione delle colture, ma anche delle strategia di contenimento. Per esempio, alternando pre e post emergenza e differenziando i prodotti in base al loro meccanismo di azione. Vi sono malerbe difficili da contrastare - l’avena, per esempio - ma in generale è indispensabile ridurre la pressione selettiva che porta al prevalere di mutazioni resistenti». Ridurre la spinta alla selezione, ha sintetizzato Giovanni Campagna, è un modo per ridurre il numero di infestanti in campo.
«Le resistenze sono un problema di difficile soluzione. Anche per questo motivo, oltre che per la maggior praticità di utilizzo, si è passati dal pre al post emergenza», hanno spiegato i tecnici di Sata nel presentare le prove sperimentali sulle diverse strategie di diserbo, realizzate con la partecipazione di Bayer, Syngenta e Corteva utilizzando parcelle di varietà Taylor, seminato il 23 ottobre, con aggiunta artificiale di infestanti per meglio valutare l’efficacia dei trattamenti. Trovate in questo approfondimento alcuni esempi di come le diverse combinazioni hanno contrastato le infestanti.
Concimare meno con i biostimolanti
All’interno della giornata Sata è stato presentato anche il progetto Rigenera, finanziato dalla regione Piemonte e che vede la partecipazione, tra gli altri, di Sata e università degli studi di Torino. Un complesso lavoro divulgativo sull’agricoltura rigenerativa e sostenibile, che per quanto riguarda la tappa tortonese ha cercato di valutare differenti strategie di fertilizzazione in una logica di agricoltura rigenerativa.
«Accanto a un testimone senza concia abbiamo utilizzato un campione conciato con alghe e diverse soluzioni di concimazione, che andavano dall’assenza totale di apporti a 80 unità di azoto per ettaro (fertilizzazione al 100% di azoto a prodotti in lenta cessione o in dosaggio limitato (70% N) con azoto-fissatori o biostimolanti», ha spiegato Marco Laiolo, ricercatore dell’ateneo torinese. I risultati si avranno, ovviamente, alla raccolta, ma test di pesatura della biomassa in diverse fasi del ciclo hanno dimostrato che tutti i prodotti hanno contribuito, in misura minore o maggiore, ad aumentare la biomassa rispetto al testimone.

Conoscere il suolo
Particolarmente interessante la lezione-provocazione di Paolo Rendina, tecnico di Sata, legata alla conoscenza del suolo. Dall’interno di una fossa profonda quasi due metri, ne ha mostrato la stratificazione, compresi i guai causati da un eccessivo passaggio delle macchine agricole. «Lavoriamo da 15 anni sulle proprietà del suolo - ha ricordato - e la stessa agricoltura rigenerativa ha le sue radici nella sua struttura e caratteristiche».
Per sapere su cosa si coltiva, ha proseguito Rendina, non è sufficiente conoscere come sono composti i primi 30 cm. «La profondità, prima di incontrare lo strato di ghiaia o pietra, ci dice quanto possono scendere le radici e dove va l’acqua piovana. Per esempio - ha aggiunto mostrando gli strati più profondi dello scavo - in questo caso vediamo bene che le radici si spingono a un metro e oltre di profondità. Anche il colore è molto istruttivo: più il terreno è scuro, maggiore è il contenuto di sostanza organica. Dobbiamo poi capire come sono organizzati gli strati, fin dove arrivano le radici, se è un suolo abitato o meno. Insetti e lombrichi sono indice di salute, una suola di lavorazione che un coltello non riesce a penetrare, chiaramente è un problema». Anche i residui mischiati al terreno, ha concluso Rendina, ci dicono qualcosa: «La presenza di residui appartenenti a coltivazioni di vari anni testimoniano che i batteri, in quel suolo, non lavorano come dovrebbero».
Il mercato cerca massa agricola
Dodici variabili e sette sotto-variabili: con un numero simile, capire come si arriva a determinare il prezzo del grano è cosa davvero da esperti. Ne ha parlato Mario Boggini, dell’associazione Granaria di Milano. «Siamo passati da un periodo in cui si potevano ipotizzare i prezzi per prodotti venduti a due o tre anni di distanza all’impossibilità di prevedere quali saranno le quotazioni tra tre mesi, a causa di un mercato in cui regnano incontrastate la volatilità e l’incertezza. Dovute senz’altro alle fluttuazioni di prezzo, ma anche alla questione logistica, che è diventata basilare dalla Pandemia in poi».
Tra le variabili principali, Boggini ha citato il tempo (momento di acquisto, tempi di carico, periodo dell’anno in rapporto ai nuovi raccolti), lo spazio nei magazzini, che non sempre è disponibile, e poi fattori imponderabili come il clima planetario e gli eventi geopolitici, che possono scombinare mercati già scarsamente stabili. «Di fronte a tutto questo, una delle possibili soluzioni è unirsi per fare massa». Il mercato, ha concluso Boggini, ha bisogno di massa agricola con cui confrontarsi.











