Erbicidi o agroecologia per ridurre le lavorazioni

Il sod seeding è una tecnica consolidata in America, ma in Italia resta ancora una nicchia

Oltre alla semina su sodo, una soluzione alternativa, pensata anche per il bio, è la lavorazione a strisce

Semina su sodo (sod seeding) e minima lavorazione sono considerate pratiche agronomiche cardine dell’agricoltura rigenerativa e, antecedentemente, dell’agricoltura conservativa. L’ Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura (Fao), infatti, inserisce il minimo disturbo meccanico del suolo tra i tre principi fondamentali dell’agricoltura conservativa (insieme a copertura del suolo e rotazioni colturali), includendo esplicitamente l’abolizione dell’aratura e la semina su sodo. E per quanto riguarda l’agricoltura rigenerativa, nonostante la mancanza di una definizione universalmente condivisa, la riduzione della lavorazione del terreno tramite semina su sodo e/o minima lavorazione accomuna la maggior parte dei professionisti che se ne occupano.

In linea generale, le varie declinazioni dell’agricoltura senza aratura permettono di ottimizzare la produttività e i servizi ecosistemici, apportando una vasta gamma di benefici economici, ambientali e sociali sia agli agricoltori sia all’ambiente e alla società. Dal punto di vista aziendale, abbattono i tempi di lavoro e i costi operativi grazie alla riduzione dei passaggi meccanici; dal punto di vista agroambientale, migliorano la capacità di infiltrazione e la ritenzione idrica, riducono l’erosione e il compattamento superficiale del suolo, incrementano la sostanza organica nel lungo periodo e la densità delle comunità di micro e mesofauna. Eppure, la non aratura non è ancora lo standard. Questo articolo ne esplora alcuni limiti e suggerisce una possibilità per superarli.

La semina su sodo nel mondo

Partiamo dai fondamentali: la semina su sodo elimina completamente la preparazione del letto di semina; si effettua su terreno non lavorato, dove i residui colturali vengono mantenuti in superficie e fungono da pacciamatura per la coltura successiva. Consiste nella semina mediante l’apertura di un solco di larghezza e profondità sufficienti a garantire un’adeguata copertura del seme. Se praticata in modo convenzionale, è solitamente associata alla gestione chimica delle infestanti tramite erbicidi a largo spettro, all’impiego di rotazioni ampie e a colture di copertura.

Si stima che nel mondo venga eseguita in un areale molto ampio: oltre 100 milioni di ettari, dal Circolo Polare Artico fino a circa 50° di latitudine sud, dal livello del mare fino a 3.000 m di altitudine, da zone estremamente piovose (con 2.500 mm di precipitazioni all’anno), a condizioni super aride (con 250 mm all’anno). È diventata particolarmente popolare nelle grandi aree cerealicole delle Americhe e dell’Oceania. Primi per area di applicazione sono gli Stati Uniti, che nel 2022 hanno censito più di 42,5 milioni di ettari coltivati con questa tecnica, pari a circa un terzo della superficie agricola utilizzata (Sau) a livello nazionale. Tuttavia, in termini percentuali sulla Sau, i picchi più elevati si registrano in Sud America: il Paraguay supera il 90%, mentre Argentina e Uruguay si attestano intorno all’80%. In Brasile la media nazionale è vicina al 50%, ma in alcune regioni agricole come Mato Grosso e Goiás si arriva oltre l’80% delle superfici.

Mais seminato su sodo su residui colturali di soia nella provincia di Buenos Aires, Argentina

Perché tanto successo in Sudamerica

La larga diffusione della semina diretta in Sud America è stata favorita da una combinazione di fattori ambientali, economici e tecnologici. Tra gli anni ’70 e ’80, l’espansione delle coltivazioni di soia e grano in Brasile, Argentina e Paraguay, condotta con lavorazioni convenzionali intensive, provocò gravi fenomeni di erosione e degrado del suolo. In molte aree agricole il suolo perdeva fertilità e sostanza organica, mettendo a rischio la sostenibilità della produzioni. Di fronte a questa crisi, gli agricoltori individuarono nella semina su sodo una soluzione efficace per ridurre l’erosione, conservare l’umidità del suolo e migliorare la produttività.

La diffusione fu favorita anche dalle caratteristiche dei territori rurali – aventi ampie strutture fondiarie e pianure uniformi – e da un quadro normativo meno restrittivo rispetto all’Europa. Rilevante fu anche l’assenza di una tradizione agricola rigidamente consolidata: molte aree rurali erano coltivate solo da pochi decenni e le nuove generazioni di agricoltori si dimostrarono aperte all’innovazione tecnologica. A rendere economicamente vantaggioso il sistema contribuirono inoltre la drastica riduzione delle lavorazioni meccaniche, dei consumi di carburante, delle ore di lavoro e dei costi operativi. In Argentina, ad esempio, alcune stime indicano che i costi di lavorazione si dimezzarono e il consumo di carburante si ridusse fino al 40%.

Un ruolo decisivo fu svolto infine dall’evoluzione tecnica. La disponibilità di erbicidi non selettivi come paraquat (vietato nell’Unione Europea dal 2007 a causa dell’elevata tossicità per la salute umana) e glifosato (al centro di diatribe decennali), insieme allo sviluppo di seminatrici specifiche per la semina su sodo, rese facilmente praticabile il controllo delle infestanti senza aratura. Parallelamente, programmi di formazione tecnica e manuali agronomici aiutarono gli agricoltori ad acquisire nuove competenze gestionali. L’insieme di questi fattori trasformò la semina diretta da pratica sperimentale a modello agricolo dominante in gran parte del Sud America.

Semina su sodo di soia su coltura di copertura di triticale disseccato chimicamente, nella provincia di Buenos Aires
Semina su sodo di soia su coltura di copertura di triticale disseccato chimicamente, nella provincia di Buenos Aires

Vantaggi ed effetti collaterali

Dagli studi effettuati e dall’esperienza in campo, in generale si può affermare che – nelle opportune condizioni di applicazione – la semina su sodo consente di ottenere le stesse rese dell’aratura facendo risparmiare carburante e lavoro, potenzialmente saltando ben tre interventi (uno di aratura e due di affinamento) e facendo precedere la semina solo dall’applicazione degli erbicidi. Anche i benefici ambientali di questa tecnica sono consistenti: l’erosione del suolo viene ridotta; la copertura organica del terreno trattiene l’acqua e alimenta la biodiversità; l’impatto climatico è minore a causa del minor consumo di carburante.

Tuttavia, la semina su sodo presenta anche notevoli criticità: elevata dipendenza dagli erbicidi, rischio di sviluppo di resistenze delle piante infestanti e impoverimento della biodiversità erbacea. Un caso emblematico è quello dell’Argentina. Nella Pampa – una delle pianure più fertili del pianeta, che si estende per 39,7 milioni di ettari – da più di trent’anni soia, mais e frumento sono abitualmente seminati su sodo. Se ciò ha permesso il contenimento dell’erosione, con incrementi della sostanza organica dell’ordine di 1-2 punti percentuali in 10 anni nelle aree più degradate, è pur vero che l’elevatissima dipendenza dagli erbicidi ha reso l’Argentina uno dei Paesi con la più alta incidenza di infestanti resistenti e con crescenti problemi di inquinamento da erbicidi nelle acque superficiali.

Secondo l’Associazione argentina degli agricoltori che praticano la semina su sodo (Aapresid), nel 2024 nel Paese sono stati confermati 47 biotipi resistenti a cinque differenti siti d’azione degli erbicidi, con una crescita repentina negli ultimi 15 anni. Per “biotipi” si intendono popolazioni appartenenti a una stessa specie infestante che, in seguito a pressioni selettive – come l’impiego ripetuto degli stessi erbicidi – hanno sviluppato specifiche caratteristiche genetiche, tra cui la resistenza a tali principi attivi.

La situazione in Europa

Mentre in America Latina non esistono pagamenti diretti per la semina su sodo, in Italia un sostegno pubblico alla riduzione o all’eliminazione delle lavorazioni profonde del terreno è stato introdotto attraverso l’intervento Sra03 - Tecniche di lavorazione ridotta dei suoli, in particolare con l’Azione 3.1 - Semina su sodo / No tillage, attivata nella maggior parte delle regioni italiane nell’ambito della Pac/Csr 2023-2027. Il contributo previsto varia generalmente tra 300 e 350 €/ha all’anno, con impegni della durata compresa tra 3 e 5 anni.

Nonostante questo contributo e la crescente attenzione verso le pratiche di agricoltura conservativa e rigenerativa, in Italia – e più in generale in Europa – la diffusione della semina su sodo resta ancora limitata. Considerando le stime sull’agricoltura conservativa – che include semina su sodo e minima lavorazione – le superfici sono maggiori, ma comunque modeste.

Secondo una stima riportata da Michele Pisante dell’Università di Teramo, basata su elaborazioni dell’Aigacos (Associazione italiana per la gestione agronomica e conservativa del suolo) ottenute dalle proiezioni delle sedici regioni che hanno adottato misure a favore dell’agricoltura conservativa e da rilevazioni regionali dirette, in Italia le superfici dedicate a queste pratiche sono passate da circa 80 mila ettari nel 2008-2009 a 343 mila ettari nel 2018. A questi andrebbero aggiunti oltre 400 mila ettari in regioni come le Marche, che pur non avendo attivato specifiche misure di sostegno, risultano tra le prime per diffusione di tecniche di agricoltura conservativa.

Numeri leggermente minori provengono dalla Federazione europea per l’agricoltura conservativa (Ecaf), che stima che in Italia, nel 2020, l’agricoltura conservativa sia stata eseguita su circa 284 mila ettari, pari a circa il 3,14% della superficie agricola totale. Il primo paese europeo per superficie assoluta risulta essere la Spagna (747 mila ettari), seguita da Romania (584 mila ettari) e Regno Unito (562 mila ettari), mentre in termini percentuali sul podio ci sono Finlandia (21,3%), Slovenia (10,9%) e Regno Unito (9,3%) (tab. 1).

Questi dati, decisamente più esigui rispetto al contesto americano, nascondono varie differenze e alcune difficoltà. Le principali sono rappresentate da areali agricoli più contenuti, frammentazione fondiaria, suoli generalmente più stanchi, argillosi e pietrosi, maggiori pendenze e – ultimo ma non per importanza – normative più restrittive sull’uso degli erbicidi. In più, per adottare la semina su sodo sono necessarie seminatrici dedicate, che operano attraverso coltri di apertura, organi di deposizione del seme e ruote di chiusura, intervenendo esclusivamente sulla linea di semina. Purtroppo, i costi per le seminatrici su sodo non sono sempre accessibili – specialmente per le aziende più piccole – e in molte zone rurali è raro che i terzisti abbiano a sposizione questi macchinari.

Prova della Strip Hawk, macchina per la lavorazione a strisce, presso La Petrosa (Ceraso, Salerno)
Prova della Strip Hawk, macchina per la lavorazione a strisce, presso La Petrosa (Ceraso, Salerno)

Un compromesso efficace

Una soluzione alternativa alla semina su sodo e alla minima lavorazione è la lavorazione a strisce (strip till). Questa tecnica permette di lavorare il terreno soltanto dove verrà seminata la coltura, lasciando intatto il resto del campo. Ogni striscia di lavorazione è larga 15-20 cm, profonda 10-30 cm, e viene effettuata con macchinari appositi, equipaggiati con dischi e/o denti. Si utilizza comunemente su colture a file, come mais, soia, barbabietola e girasole, con una distanza tra le file compresa tra 45 e 80 cm. Normalmente viene preceduta dal diserbo chimico. Permette di ottenere molti dei vantaggi della semina su sodo – riduzione dei tempi e dei costi di lavorazione, minor erosione, maggior accumulo di sostanza organica – ma, lavorando i primi centimetri di suolo, agevola le colture primaverili-estive nel rapido sviluppo in profondità dell’apparato radicale, rendendole più tolleranti alla siccità.

In Italia, uno dei tentativi più recenti di riadattare questa pratica in chiave rigenerativa e agroecologica è quello avviato dall’azienda agricola La Petrosa, nel Cilento. Qui, grazie alla collaborazione con Moretto Officine Meccaniche, Deafal, Re-Cord, L.G. Italia, la Scuola Superiore Sant’Anna e l’Università di Napoli Federico II, l’azienda sta testando a una lavorazione a strisce su copertura vegetale viva tramite la macchina Strip Hawk. L’obiettivo è verificare se, in agricoltura biologica e rigenerativa, una combinazione di lavorazione a strisce e colture di copertura permanenti possa garantire un equilibrio tra controllo delle erbe infestanti, conservazione della fertilità del suolo e stabilità produttiva in un contesto mediterraneo, senza ricorrere agli erbicidi. La prova consiste nella semina autunnale di una pacciamatura di trifogli riseminanti ed erba medica, successivamente trinciata per ridurne l’altezza. In primavera si procede alla lavorazione di strisce larghe 20 cm e profonde 25 cm, nelle quali si semina il mais a 75 cm. Nelle prime fasi di crescita del mais, la pacciamatura viva presente nell’interfila verrà trinciata nuovamente, per ridurre la competitività. Dopo la raccolta del mais, la pacciamatura si dovrebbe rinvigorire, verrà poi effettuata una semina autunnale.

Questa sperimentazione, parte del più ampio progetto Soilres, finanziato dall’Unione Europea, rappresenta uno dei primi tentativi strutturati di trasferire i principi della semina conservativa all’agricoltura biologica in Sud Europa. I risultati conclusivi, previsti per il 2029, aiuteranno a definire se queste tecniche possano diventare una pratica operativa scalabile nelle aziende agroecologiche mediterranee.


La bibliografia è disponibile presso l’autrice

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